Dalla fondazione del giornale, alla fine del 1878, al “Messaggero” hanno collaborato firme femminili illustri. Da Ester Danesi Traversari, inviata per il giornale al fronte nella prima guerra mondiale, a Lina Merlin, la senatrice socialista che legò il suo nome alla abolizione delle case chiuse, che collaborò con la testata romana negli anni 30. Ancora nel 1974, l’anno del referendum sul divorzio, per il direttore-padrone Alessandro Perrone, il giornale «non è un posto per signore e signorine»: nelle stanze di quel che fu l’hotel Select per le giornaliste ancora non c’era posto. Fino alla rivoluzione di Vittorio Emiliani, che, durante gli anni della sua direzione, dal 1981 al 1987, ha portato un esercito di giornaliste nella redazione di via del Tritone

➨ L’articolo di CLAUDIA TERRACINA
🁢🁢 Fino agli anni Settanta nella redazione del Messaggero c’era una scrivania solo per Nanda Calandri, redattrice di moda. La Calandri, così la chiamavano i colleghi con un bel po’ di sufficienza, fu assunta sempre con contratti a tempo per raccontare come dovevano vestirsi le lettrici romane. Niente assunzione permanente. Era appena tollerata. Eppure, dalla fondazione, l’8 dicembre del 1878, al Messaggero hanno collaborato firme femminili illustri. Da Ester Danesi Traversari, inviata per il giornale al fronte nella prima guerra mondiale, a Lina Merlin, la senatrice socialista che legò il suo nome alla abolizione delle case chiuse, che collaborò con la testata romana negli anni 30.

Ma erano meteore. Collaboratrici estemporanee. «Il Messaggero non è un posto per signore e signorine» sentenziava infatti il direttore-padrone del giornale di Roma, Alessandro Perrone, strappandosi l’ennesimo sopracciglio. Voleva togliere dalla testa della figlia del suo redattore capo, Renato Terracina, la fantasia di diventare giornalista. Eppure era il 1974, l’anno del referendum sul divorzio e Il Messaggero, sotto la guida di Sandrino Perrone, si scoprì giornale laico e libertario, che sposò in pieno la battaglia dei radicali di Marco Pannella e del centrosinistra contro l’abrogazione del divorzio. E il tonante e immenso No, gridato dalla prima pagina, firmata dai grafici Prunas e Maoloni, lo testimonia ancora oggi.
Quotidiano progressista sì, ma per le giornaliste nelle stanze di quello che fu l’hotel Select, non c’era posto. Sandro Perrone però fu presto smentito e al Messaggero arrivarono decine di croniste. Nel 1975 fu assunta Gloria Satta, storica cronista di cinema, che ha festeggiato i 50 anni di carriera. Dopo di lei, Patrizia Saladini, esperta cronista di Civitavecchia, approdata poi a Roma, prima alle Province, poi agli Spettacoli. Eccezioni, alle quali seguì la rivoluzione di Vittorio Emiliani, che, durante gli anni della sua direzione, dal 1979 al 1987, ha portato un esercito di giornaliste nella redazione di via del Tritone. Emiliani sentiva l’aria del tempo. In quegli anni, il femminismo provava a cambiare la mentalità degli italiani e della politica. Emiliani ha recepito in pieno il segnale e ha aperto le porte alle giornaliste, primo tra i direttori dei grandi quotidiani, seguito da La Repubblica. Dopo la Satta e la Saladini, al Messaggero arrivarono moltissime ragazze, selezionate dai mitici capi cronista, Silvano Rizza e Vittorio Roidi e dal capo redattore centrale Pino Geraci.
L’ondata più consistente approdò nella redazione de “I Quartieri”, altra invenzione di Emiliani. Era un inserto che raccontava anche i fatti minimi di Roma, una cronaca specializzata che, per la prima volta, affrontava i problemi a fondo, senza fermarsi alla cronaca spicciola quotidiana, analizzando invece le cause degli eventi e i rimedi. Una novità assoluta, raccontata da un manipolo di giovani, che portò in redazione uno stuolo di croniste, finalmente con regolare contratto. E con uno sguardo nuovo sulla realtà di Roma. Francesca Numberg e Rosamaria Attanasio, Antonella Stocco e Mariella Regoli, Daniela Schiazzano e Anna Maria Sersale, Simona Antonucci e Anna Maria Caresta. La rivoluzione era cominciata.

Ma già prima del varo dei Quartieri, il Messaggero, primo tra i giornali nazionali, cominciò ad assumere giornaliste. Non solo collaboratrici di prestigio, come Dacia Maraini o Edith Bruck. Arrivò Barbara Corrao, esperta di economia, seguita da Stefania Conti, Rossella Lama e Vicky Alessio. Carla Massi diventò cronista esperta per i problemi della Salute, specializzazione che ha perfezionato nel corso degli anni, diventando una eccellenza. Rita Sala, fantastica critica di teatro, si scatenò in tutto quanto fa spettacolo, spaziando dai palcoscenici teatrali, all’Opera, alle Filarmoniche, fino a inventarsi cronista di calcio, grazie a uno smisurato amore per la Roma. Anna Guaita scriveva le sue acute corrispondenze da New York. Rina Goren spaziava dalla cultura al costume. Carla Pilloli era la regina delle cronache mondane, anche in quel capolavoro de “La città, corrispondenze dalle notti romane”, coordinate al debutto da Moreno Marcucci, dove collaborò anche Bianca Berlinguer agli inizi della carriera. Diana De Marco si occupava di cultura ed inserto speciali.
Alle Province fu assunta Rita Pinci, che cominciò il suo folgorante percorso professionale nella redazione di Frosinone. Era solo l’inizio. Tornata nella redazione romana, Rita lavorò agli Interni per poi scalare tutti i gradini della carriera al desk, fino ad arrivare al ruolo di redattore capo e quindi di vice direttore sotto la direzione di Pietro Calabrese. E oggi dirige “Donna Chiesa mondo”, il mensile dell’Osservatore romano, dedicato alle donne. E anche io, la ragazzina alla quale Perrone sconsigliava decisamente la scandalosa carriera di giornalista, sono stata assunta alla redazione di Latina, per poi lavorare ai Quartieri, quindi in Cronaca di Roma e, infine, al Servizio Politico, dove fui trasferita dal direttore Giulio Anselmi. Una vita professionale fantastica!

Negli anni 80 e 90 Il Messaggero si arricchì di professionalità giornalistiche straordinarie. Allo sport Federica Redavid da segretaria del Servizio diventò affermata cronista e poi vice capo del Politico. E poi Paola Orefice, Ilda Bartoloni, Marcella Calzolari, Marcella Smocovich, Paola Mezzopera, Rossella Cravero, Vanna Ugolini, Cristiana Vallarino, Elena Castagni. Alla Giudiziaria, un tempo terreno esclusivamente maschile, arrivarono Rita Di Giovacchino e Fiorenza Sarzanini, ora vice direttore del Corriere della sera. E Marida Lombardo Pijola, formata nelle aule dei tribunali, al Messaggero diventò cronista politica ed inviata di costume, capace di misurarsi con ogni tipo di ritratto e di storia. Mariella Regoli raccontava i delitti romani, come fossero noir, e faceva appassionare i lettori alle terribili gesta del “Canaro” o alla girandola di colpevoli dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, ancora irrisolto. Antonella Stocco scoprì che l’assassino di Pasolini poteva non essere Pino Pelosi e, per prima, cercò di dipanare il mistero della sparizione di Emanuela Orlandi. Barbara Jerkov è stata la prima donna a dirigere il Servizio politico ed oggi è vice direttore. Paola Pisa è stata una delle più importanti commentatrici della moda italiana. Sandra Petrignani, dopo l’esperienza alla Cultura del Messaggero, dove ha lavorato a lungo anche Fiorella Iannucci, è diventata scrittrice. Anna Maria Sersale ha raccontato la scuola italiana in ogni aspetto.
In Cronaca di Roma sono state assunte decine di giornaliste, da Angela Padrone, diventata redattore capo centrale, a Maria Lombardi, Alessandra Spinelli, Paola Vuolo, Cristiana Mangani, Raffaella Troili, Germana Consalvi. E tutte ci siamo misurate con la fattura delle pagine, con i turni in tipografia, con il confronto con i proti e i tipografi. Assolutamente normale, oggi, come deve essere, anche se non è dato sapere se le giornaliste abbiano avuto gli stessi stipendi dei colleghi. Forse così non era negli anni Ottanta. Le differenze probabilmente restavano. Il cammino della parità è sempre in salita. Ora vogliamo credere che siano state definitivamente abbattute. © RIPRODUZIONE RISERVATA
