Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, in un’automobile ibrida, la propulsione endotermica su strada viene utilizzata più di quella elettrica: le emissioni di Co2 sono quasi cinque volte il valore dichiarato nei test ufficiali di immatricolazione. Anche quando guidate in modalità completamente elettrica, le ibride consumano in media 3 litri di benzina ogni 100 km in quanto non sono abbastanza potenti per mantenere velocità elevate o affrontare pendenze ripide, costringendo il motore tradizionale a intervenire a supporto: in media, il motore termico contribuisce per quasi un terzo della distanza percorsa in modalità elettrica. Le auto ibride certamente inquinano meno di un’auto tradizionale ma non sono il massimo come qualche casa automobilistica pubblicizza. Neanche come convenienza visto che l’acquisto di un’ibrida plug-in comporta è più caro di un’elettrica pura


◆ L’analisi di GIANFRANCO AMENDOLA

Come è noto, le auto ibride hanno due motori, uno tradizionale e l’altro elettrico che lavorano in sinergia onde ridurre le emissioni e migliorare i consumi. Una via di mezzo, cioè, tra un’auto “normale” ed una elettrica. Ma questo vale anche per le emissioni? È appena stato pubblicato, in proposito, uno studio T&E (Transport & Environment), la principale organizzazione europea in materia di decarbonizzazione dei trasporti dal quale risulta che queste auto, in generale, inquinano molto più di quanto ufficialmente certificato; i dati, cioè, di migliaia di ibride dimostrerebbero, secondo questo studio, che i loro livelli medi di emissione di Co2 per chilometro sono molto prossimi (inferiori solo del 19%) a quelli delle auto a benzina o diesel. Più in particolare, secondo l’analisi di T&E sui dati dell’Agenzia europea dell’ambiente – che ha monitorato il consumo di carburante di 127.000 veicoli immatricolati nel 2023 – le ibride plug-in emettono in media 135 g di Co2/km nell’uso reale mentre le auto a benzina e diesel emettono in media 166 g di Co2/km, in quanto nell’uso su strada la propulsione endotermica viene utilizzata più di quella elettrica, così che le emissioni di Co2 sono quasi cinque volte il valore dichiarato nei test ufficiali di immatricolazione, i quali si basano su   condizioni di guida che non riflettono l’uso quotidiano e reale dei veicoli. 

In più, i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente evidenziano che, anche quando guidate in modalità completamente elettrica, le ibride consumano in media 3 litri di benzina ogni 100 km in quanto non sono abbastanza potenti per mantenere velocità elevate o affrontare pendenze ripide, costringendo il motore tradizionale a intervenire a supporto: in media, il motore termico contribuisce per quasi un terzo della distanza percorsa in modalità elettrica. Peraltro, più sale l’autonomia elettrica più aumentano i consumi: al di sopra dei 75 km di percorrenza a emissioni zero, le plug-in emettono più Co2 in quanto, aumentando il peso complessivo, anche per via delle batterie, aumenta il consumo di carburante e di pari passo quello elettrico. I dati mostrano, cioè, che gli ibridi plug-in con un’autonomia elettrica superiore a 75 km emettono in media, paradossalmente, più Co2 rispetto a quelli con un’autonomia compresa tra 45 e 75 km.

Molto, ovviamente, dipende dal tipo di guida e dai percorsi. in quanto questi veicoli ottengono i massimi vantaggi in termini di efficienza e riduzione delle emissioni a basse velocità e durante la guida in città dove il motore elettrico può essere utilizzato più frequentemente. Tuttavia, su autostrade e strade extraurbane, i benefici si riducono poiché il motore endotermico è maggiormente coinvolto nella propulsione. In conclusione, ciò che emerge da questi dati appare chiaro: le auto ibride certamente inquinano meno di un’auto tradizionale ma altrettanto certamente non sono il massimo come qualche casa automobilistica continua a pubblicizzare. Neanche come convenienza visto che l’acquisto di un’ibrida plug-in comporta in genere una spesa d’acquisto superiore perfino a quello di un’elettrica pura. L’importante è saperlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dal 1967 Pretore a Roma, inizia ad occuparsi di normativa ambientale dal 1970. Dal 1989 al 1994 parlamentare europeo, vice presidente della commissione per la protezione dell’ambiente. Dal 2000 al 2008 Procuratore aggiunto a Roma con delega ai reati ambientali, poi Procuratore della Repubblica a Civitavecchia fino al pensionamento (2015). Ha ricoperto numerosi incarichi pubblici partecipando a tutte le vicende che hanno visto nascere ed affermarsi il diritto dell'ambiente in Italia. Ha insegnato diritto penale dell’ambiente in varie Università scrivendo una ventina di libri fra cui “In nome del popolo inquinato” (7 edizioni). Attualmente fa parte del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare ed è docente di diritto penale ambientale presso le Università “La Sapienza” e Torvergata di Roma.