Il ceto medio si è progressivamente assottigliato, la povertà ha raggiunto livelli di guardia e il sistema sanitario nazionale è in condizioni di forte sofferenza. Da oltre trenta mesi la produzione industriale è stagnante; milioni di cittadini rinunciano alle cure per mancanza di risorse; numerosi anziani, oppressi da difficoltà economiche e solitudine, si trovano in condizioni di estrema fragilità. Intanto il sistema finanziario registra utili record: oltre 45 miliardi di euro nell’ultimo anno, in larga parte dovuti agli incrementi dei tassi d’interesse decisi dalla Banca Centrale Europea e alla scarsissima remunerazione dei depositi dei correntisti e dei risparmiatori. A fronte di ciò, gli istituti di credito hanno scelto di distribuire copiosi dividendi ai propri azionisti, tra cui figurano in misura rilevante fondi di investimento stranieri. Per una transizione effettiva serve una consapevolezza collettiva nuova, fondata sulla condivisione di conoscenze e informazioni relative al valore del capitale naturale e dei servizi ecosistemici. Un percorso che può contribuire in modo concreto alla mitigazione e all’adattamento alla crisi climatica, al disinquinamento dell’aria e al miglioramento della qualità e della vivibilità degli spazi urbani
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► L’ulteriore acuirsi delle tensioni economiche e sociali non è sufficiente, da solo, a spiegare la progressiva caduta dell’economia italiana. Si tratta, piuttosto, dell’esito di un processo degenerativo di lungo periodo, nel quale si sono stratificati fattori strutturali di debolezza, spesso trascurati o non affrontati con la necessaria determinazione. Il ceto medio si è progressivamente assottigliato, la povertà ha raggiunto livelli di guardia e il sistema sanitario nazionale versa in una condizione di forte sofferenza. Da oltre trenta mesi la produzione industriale è stagnante; milioni di cittadini rinunciano alle cure per mancanza di risorse; numerosi anziani, oppressi da difficoltà economiche e solitudine, si trovano in condizioni di estrema fragilità. Al tempo stesso, si è diffusa una vera e propria emergenza educativa effetto di scelte che nell’ultimo trentennio hanno smantellato il sistema scolastico, il che richiederebbe tempestivi interventi per attenuarne le conseguenze che minano le basi della coesione sociale.
Sul piano occupazionale, l’Italia continua a registrare una partecipazione femminile al mercato del lavoro tra le più basse d’Europa: il differenziale rispetto alla media europea è di circa 15 punti percentuali, che nel Mezzogiorno si amplia fino a 25. Anche l’inclusione dei giovani nel sistema produttivo resta al di sotto della media europea di circa 5 punti percentuali, segno di una persistente difficoltà nel ricambio generazionale e nella valorizzazione del capitale umano. Nonostante il Paese abbia beneficiato di oltre 190 miliardi di euro attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, le cui condizionalità destinavano circa il 70% delle risorse alle aree meridionali sulla base di tre indicatori prioritari – disoccupazione giovanile, parità di genere e Pil – i risultati conseguiti restano estremamente parziali e disomogenei. Particolare motivo di preoccupazione è rappresentato dall’elevata età di accesso alla pensione, notevolmente superiore rispetto alla media europea. Una struttura occupazionale sbilanciata verso le fasce d’età più anziane – e destinata a espandersi nel prossimo decennio – rischia di incidere negativamente su efficienza, produttività e capacità innovativa, elementi cruciali in una fase di transizione energetica e tecnologica.
Tali criticità dovrebbero indurre la classe dirigente a interrogarsi su come abitare questo tempo complesso. La crescita simultanea di problemi economici, sociali e ambientali, spesso tra loro interconnessi, rende difficile prevedere l’evoluzione del quadro generale. La fiducia dei consumatori e degli operatori economici è ai minimi storici, e i tradizionali meccanismi di autoregolazione del mercato appaiono insufficienti a invertire la tendenza. La debolezza strutturale del mercato del lavoro, la stagnazione dei salari, la bassa produttività, l’inflazione e la riduzione della spesa delle famiglie concorrono a un rallentamento che rischia di divenire sistemico. In assenza di politiche efficaci di riconversione industriale e di accelerazione della transizione ecologica, la prospettiva di un incremento dei licenziamenti appare concreta, con il conseguente rischio di ulteriore contrazione della domanda aggregata. Intanto, mentre la politica continua a dividersi sulla tassazione degli extra-profitti delle banche, il sistema finanziario registra utili record: oltre 45 miliardi di euro nell’ultimo anno, in larga parte dovuti agli incrementi dei tassi d’interesse decisi dalla Banca Centrale Europea e alla scarsissima remunerazione dei depositi dei correntisti e dei risparmiatori. A fronte di ciò, gli istituti di credito hanno scelto di distribuire copiosi dividendi ai propri azionisti, tra cui figurano in misura rilevante fondi di investimento stranieri, prevalentemente statunitensi, accentuando così la fuoriuscita di risorse finanziarie dal circuito economico nazionale.
Il fenomeno non riguarda, tuttavia, solo il comparto bancario. Anche altri settori – assicurazioni, turismo, industria farmaceutica e produzione di armamenti – hanno registrato, negli ultimi anni, utili straordinari, spesso sostenuti da dinamiche di mercato emergenziali o da contesti internazionali di crisi. L’accumulazione di profitti eccezionali in alcuni comparti, a fronte del progressivo impoverimento del tessuto produttivo e sociale del Paese, evidenzia un grave squilibrio nella distribuzione della ricchezza e impone una riflessione più ampia sull’equità fiscale e sulla funzione redistributiva dello Stato. Occorre interrogarsi su come orientare le risorse generate da tali rendite straordinarie verso investimenti produttivi, innovazione tecnologica, formazione del capitale umano e coesione territoriale, al fine di restituire al sistema economico italiano una prospettiva di crescita sostenibile e inclusiva. D’altrocanto per troppo tempo l’espansione della società del benessere è coincisa con un elevato consumo di risorse naturali e con una crescita incontrollata delle emissioni di gas serra.
Pertanto, è giunto il momento di affrontare con decisione le due crisi parallele – quella climatica e quella del capitale naturale – orientando una transizione che sia, al contempo, a zero emissioni e “nature-positive”. Una transizione effettiva richiede una consapevolezza collettiva nuova, fondata sulla condivisione di conoscenze e informazioni relative al valore del capitale naturale e dei servizi ecosistemici. Solo attraverso tale percorso sarà possibile contribuire in modo concreto alla mitigazione e all’adattamento alla crisi climatica, al disinquinamento dell’aria e al miglioramento della qualità e della vivibilità degli spazi urbani. L’Italia, per la sua storia, la sua capacità creativa e il suo patrimonio culturale e ambientale, può e deve porsi come laboratorio europeo di sostenibilità, giustizia sociale e innovazione. Ma per farlo è necessario che la politica torni ad assumere una visione di lungo periodo, capace di coniugare crescita economica, equità e tutela dell’ambiente in un progetto di futuro condiviso. © RIPRODUZIONE RISERVATA
