La vittoria di Pogačar al Tour de France: forte, fortissimo, per alcuni fin troppo

Doppietta del campione sloveno Tadej Pogačar al Tour a soli 23 anni

Il giovane campione sloveno mette in bacheca il suo secondo trofeo nella corsa più importante del mondo, ad appena 23 anni. E la carovana dei ciclisti macina sospetti di doping tecnologico: che ci sarà nel mozzo della sua ruota posteriore? In attesa di prove e riscontri, l’aspetto virtuoso del ciclismo sloveno, sostenuto da anni dal ministero dello Sport, è il rapporto molto proficuo con le scuole. Gli istruttori girano per gli istituti, presentano il ciclismo, fanno provare la bici ai ragazzi interessati. Tadej Pogačar fu scoperto così, e la sua doppietta al Tour è già nella storia. Si spera nella rivalità con il colombiano Egan Bernal


 L’analisi di MARCHIO FILACCHIONE

MERCKX VINCE IL PRIMO Tour de France a 24 anni. Pogačar ha appena messo in bacheca il secondo, e non ne ha ancora 23. Le statistiche non sono mai oro colato, ma in questo caso definiscono piuttosto bene la dimensione del ragazzo sloveno, che sulle strade francesi ha espresso una superiorità schiacciante, vincendo la prima cronometro e dominando su Alpi e Pirenei. Il ciclismo riprende un po’ dell’antico appeal quando può specchiarsi in campioni epocali, capaci di onorare se stessi e il loro mestiere su ogni terreno e lungo tutta la stagione: Pogačar − che oltre ai due Tour ha già vinto anche una classica-monumento come la Liegi-Bastogne-Liegi − si avvicina molto a questo modello.

Il quotidiano svizzero “Le Temps” rilancia accuse anonime di doping tecnologico per la squadra di Pogačar

Forte, fortissimo, per alcuni fin troppo: il suo Tour da dominatore ha svegliato quasi inevitabilmente i sospetti, un prezzo che il ciclismo deve pagare per le colpe passate. La novità è che stavolta il veleno più acre, peraltro riferito a un doping non fisico ma tecnologico, è arrivato dall’interno della carovana. “Le Temps”, un quotidiano svizzero, ha riportato la denuncia di tre corridori rimasti anonimi ai danni di quattro grandi squadre: chiamate in causa, oltre alla Uae Emirates di Pogačar, anche Jumbo Visma, Bahrain Victorious e la Deceuninck Quick Step del campione del mondo Alaphilippe. Secondo l’accusa, dalle ruote posteriori delle bici di queste squadre uscivano strani rumori metallici, come se nel mozzo fosse montato un dispositivo in grado di produrre energia e provocare un “effetto fionda”. Già in passato si era parlato di “motorini” nascosti nelle bici e il problema è piuttosto sentito, tanto che i commissari della federazione internazionale durante la corsa francese hanno fatto controlli continui, senza peraltro riscontrare irregolarità.

Ferite e bendature di Primoz Roglic dopo la caduta alla terza tappa del Tour 2021

C’è anche chi da mesi sparge dubbi sul nuovo dominio sloveno, emerso plasticamente con il gran duello fra Roglic e Pogačar nel Tour del 2020. Due sloveni a disputarsi la corsa più importante del mondo, una cosa tanto strana e inedita da alimentare supposizioni e congetture. In attesa di prove e riscontri, per ora completamente assenti, giova ricordare l’aspetto virtuoso del ciclismo sloveno, che a livello giovanile è sostenuto da anni con dovizia di fondi dal ministero dello Sport e ha stabilito un rapporto molto proficuo con le scuole. All’inizio di ogni anno scolastico, gli istruttori girano per gli istituti, presentano il ciclismo, fanno provare la bici ai ragazzi interessati. E quando scovano il talento, contattano le famiglie per avviarlo all’attività agonistica. Tadej Pogačar fu scoperto proprio così, dall’ex corridore Miha Koncilja, che di recente ha ricordato: «Tadej si è unito a noi a dieci anni. Era attratto soprattutto dal fatto che avrebbe avuto la stessa bicicletta Wilier che avevamo dato al fratello». 

Sospetti a parte, la doppietta precoce di Pogačar al Tour è già nella storia, anche se bisogna pur dire che per varie ragioni la concorrenza è un po’ mancata. Innanzi tutto, è saltato il gran derby con Roglic, ritiratosi per le conseguenze di una brutta caduta. In secondo luogo, è evaporata in fretta la vecchia guardia: Geraint Thomas (vincitore nel 2018) e Quintana hanno fatto da comparse, Uran è scoppiato sui Pirenei. A parte la iella di Roglic, l’unico in grado di contrapporsi alla pari poteva forse essere Egan Bernal, che dopo la vittoria al Giro ha preferito defilarsi. Il colombiano ha soltanto 24 anni e, come Pogačar, due grandi corse a tappe nel curriculum (un Tour e un Giro). Non resta che sperare che la rivalità decolli. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.