Che ci fa la nazionale Italrugby al campionato Sei Nazioni? Misteri della fede… commerciale

Il 13 febbraio in Inghilterra c’è stato il ventinovesimo insuccesso consecutivo nel torneo. L’ultima vittoria risale al 28 febbraio 2015, quando gli azzurri si imposero in Scozia di misura (19-22). All’ingresso dell’Italia in campo per la prima volta i riti “virtuosi” del rugby (il “terzo tempo” in primis) furono esaltati e messi a confronto con gli estremismi beceri del calcio. A distanza di oltre vent’anni la partecipazione italiana alla gara resta una vetrina luminosa dietro alla quale c’è un negozio quasi vuoto. Per gli organizzatori del Sei Nazioni in ballo c’è prima di tutto un’azienda commerciale


di MARCO FILACCHIONE

¶¶¶ La domanda aleggiava da anni e aveva tutti i presupposti logici: l’Italia merita di partecipare al Sei Nazioni? Da qualche giorno c’è anche una risposta mediaticamente rilevante, quella fornita attraverso la Bbc, da Sam Warburton, ex capitano del Galles: «Da troppi anni l’Italia non è più competitiva e non dimostra di saper fare passi avanti. Personalmente sono d’accordo con chi vuole creare un sistema di promozioni e retrocessioni per premiare chi davvero merita di giocare il Sei Nazioni».

Argomentazione difficilmente oppugnabile, espressa peraltro dopo il 50-10 accusato dall’Italrugby contro la Francia nel debutto dell’edizione 2021. Semplici numeri rivelano l’inadeguatezza della nostra nazionale di fronte alla più prestigiosa competizione europea. Il 41-18 incassato il 13 febbraio in Inghilterra è stato il ventinovesimo insuccesso consecutivo nel torneo, e l’ultima vittoria, ormai quasi mitologica, risale al 28 febbraio 2015, quando gli azzurri si imposero in Scozia di misura (19-22). 

Ben altra evoluzione ci si aspettava nel 2000, quando l’Italia entrò per la prima volta in quello che dal 1910 si chiamava “Cinque Nazioni” (Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles e Francia). L’ammissione in un consesso così esclusivo doveva far decollare il rugby nazionale, moltiplicandone interesse e spazi. L’operazione sembrò in effetti baciata da un successo immediato: l’Italrugby scatenò un’ondata di simpatia e grandi affluenze di pubblico; atleti del tutto sconosciuti divennero personaggi popolari; i riti “virtuosi” del rugby (il “terzo tempo” in primis) furono esaltati e messi a confronto con gli estremismi beceri del calcio. Tutto molto bello, ma a distanza di oltre due decenni la partecipazione italiana al Sei Nazioni continua ad essere una vetrina luminosa dietro alla quale c’è un negozio quasi vuoto. Prima del lockdown il massimo campionato italiano registrava una media spettatori non molto superiore a 3000 e gli organi di informazione riservano alla palla ovale un’attenzione a dir poco limitata. 

Insomma, a livello puramente sportivo, non c’è questione: la presenza azzurra al Sei Nazioni è una riconosciuta anomalia. Altre realtà continentali avrebbero referenze più solide, prima fra tutte la Georgia che ha vinto 13 volte il campionato europeo negli ultimi vent’anni. Peraltro, quando si parla di sistema di promozioni e retrocessioni si intende proprio la possibilità di stabilire un collegamento diretto tra Sei Nazioni e campionato europeo, intesi come Serie A e B in campo continentale. 

Gli organizzatori del Sei Nazioni, però, si sentono scarsamente legati a questioni meritocratiche. La loro è prima di tutto un’azienda commerciale, e non lo nascondono. «Non è nostro compito fornire soluzioni per Georgia, Romania o chiunque altro», ha detto qualche tempo fa John Feehan, amministratore delegato della manifestazione. Evidentemente, dal punto di vista del ritorno economico, l’Italia offre più garanzie rispetto alla concorrenza, anche se la sua posizione sarà sempre meno difendibile se non si avranno segnali di miglioramento tecnico. Intanto, incrociamo le dita: sabato 27, l’Italia del ct sudafricano Franco Smith ospita all’Olimpico Irlanda. Sperare in una sconfitta onorevole sembra perfino esagerato. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, i capitani delle squadre all’annuncio dell’edizione 2021 del Sei Nazioni; in alto, Italiarugby-Galles; in basso, Italrugby-Scozia

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.