▷▷ Nel corso della sua lunga carriera giornalistica Vittorio Emiliani non ha trascurato l’editoria libraria. Dalla sua nutrita produzione abbiamo scelto dieci titoli legati ai cinque temi principali toccati dalle sue opere: il giornalismo, la musica, la difesa dell’ambiente, il sociale e la politica. Da ognuno di questi filoni riportiamo a seguire nell’ordine il primo capoverso di ogni volume scelto. In omaggio al suo primario mestiere cominciamo dal giornalismo


Volevo fare il giornalista, prima di ogni altra cosa

«Quando il Giorno uscì, alla fine di aprile del 1956, avevo poco più di vent’anni e studiavo, piuttosto di malavoglia, giurisprudenza all’Università di Pavia. Volevo già fare il giornalista e ben presto, oltre a dirigere il periodico degli universitari pavesi, ‘Ateneo Pavese’, avrei cominciato a collaborare a ‘Comunità’ (la bella rivista di Adriano Olivetti, retta con molto acume da Renzo Zorzi) con inchieste sulle città e sul mondo degli atenei, della politica universitaria allora piena di fermenti e di personaggi».

“Gli anni del Giorno. Il quotidiano del signor Mattei”. Baldini&Castoldi

Nel servizio pubblico arrivarono i berluscones

«Prima delle ultime elezioni politiche, c’era chi, dentro e fuori la Rai, sosteneva rassicurante: vedrete, Berlusconi sa che non può forzare troppo la mano, si contenterà di acquisire alcune posizioni-chiave in azienda per controllarla, per farla navigare a vista, in modo che non disturbi troppo la sua, ma sarà una manovra discreta affidata a gente moderata. Girarono nomi altrettanto rassicuranti, che avrebbero garantito un certo stile ‘revisionista’ morbido».

“Affondate la Rai. Viale Mazzini, prima e dopo Berlusconi”. Garzanti

L‘altro Messaggero. Un giornale laico sulle rive del Tevere (1974-1987)

«Dovevo arrivare a Roma dal Nord nel febbraio del 1960, redattore all’Espresso al quale già collaboravo. Preferii invece il quotidiano, cioè “Il Giorno” di Italo Pietra al settimanale, L’Espresso di Arrigo Benedetti, e me ne restai a Milano. Sbarco quindi a Roma, nel settembre del 1974, quindici anni più tardi e dopo un biennio di accese, sfibranti battaglie sindacali ingaggiate col nuovo direttore del quotidiano dell’Eni, Gaetano Afeltra, nel tentativo di difendere il patrimonio di novità, di anticonformismo, politico ed editoriale, accumulato prima da Gaetano Baldacci e poi da Italo Pietra. Quest’ultimo, licenziato dall’Eni nel 1972 all’avvento del centrodestra, ora mi chiama con sé nella capitale, al ‘Messaggero’ acquistato da Montedison. Esso mi si materializza nel tondeggiante edificio primo Novecento al quadrivio di via del Tritone, che ha ospitato per anni, fino al 1921, l’Hotel Select, ‘La seule maison avec les bains dans toutes les chambres’, promettevano le cartoline pubblicitarie colorate con le carrozze pronte sul lato del Traforo. Me ne regala una Antonio Rapisarda, eccezionale collezionista (ne possiede a migliaia su Roma), per decenni al giornale in cui io sono appena entrato, nonché collaboratore del ‘Mondo’ di Mario Pannunzio con prelibati pezzi di costume».

“Cronache di piombo e di passione”. Donzelli Editore


Sul giornalismo e sui giornali ovviamente Emiliani ha scritto molto e con profonda cognizione di causa ma, al di là della professione, Vittorio ha nutrito e tutt’ora nutre una grande passione per la musica colta e il teatro. Su questo tema abbiamo scelto un bel volume della Minerva e un delizioso libricino della Nuova Alfa Editoriale


Teatri storici in Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Toscana e Lazio

«Mi sembra di aver assistito alla liberazione dell’Italia” commenta il grande Honoré de Balzac dopo una recita del ‘Mosè’ di Rossini, carico di aneliti libertari. Del resto l’invocazione del ‘Guglielmo Tell’ dello stesso compositore non è forse ‘Libertà! Indipendenza! Dal giogo asburgico? Per un Paese come l’Italia che, almeno dal Trecento, ha una lingua e una cultura comuni, e però risulta politicamente diviso in più Stati, il teatro, la civiltà teatrale e musicale, rappresentano stabilmente, dalla fine del Cinquecento in avanti un sempre più straordinario elemento unificante. Dal punto di vista culturale, quindi sociale e, inoltrandosi nell’Ottocento, più decisamente politico».

“Di tanti palpiti”. Minerva Edizioni

Tra Loggione e Platea

«‘Al g’ha la vus m’e ‘n viulunsé’. La voce come un violoncello apparteneva a Giuseppe Di Stefano il quale aveva appena terminato di cantare ‘Addio per sempre mia patria, miei figli’ dal Ballo in maschera, e quel giudizio, ammirato e perentorio insieme, veniva emesso nel buio del palco da un anziano maestro della Polifonica vogherese con cui ero salito dalla bassa padana alla magica penombra della Scala: per la mia prima opera nel tempio del melodramma. Ed erano, nientemeno, Verdi, il Ballo in maschera ad accoglierci, Gavazzeni a dirigere, Di Stefano, Stella e Bastianini a cantare, nel pieno dei loro anni d’oro (così brevi per il bravissimo baritono) e nel massimo fulgore scaligero. Lì, si può dire, era ricominciata dal vivo, la mia iniziazione alla musica, a tutta la musica».

“Il balen del suo sorriso. Tra Loggione e Platea”. Nuova Alfa Editoriale


Al terzo tema della nostra scaletta, la difesa dell’ambiente e quella dei beni culturali e paesaggistici, Vittorio Emiliani ha dedicato diversi libri. Per ragioni di spazio abbiamo scelto due incipit molto diversi tra loro, il primo critico e barricadero sullo sfascio del Bel Paese e l’altro, da accanito fiumarolo, sullo stato di salute delle acque del Tevere, il fiume di Roma che gli riserverà non poche sorprese


Beni culturali e paesaggio, da Berlusconi a Renzi

«Una spessa coltre di silenzio, quasi di omertà, è calata sui beni culturali e paesaggistici. Se ne parla soltanto per sottolineare incurie e ritardi burocratici (di una burocrazia indistinta peraltro) o per esaltare acriticamente le ‘imprese’ del ministro Dario Franceschini e del governo di Matteo Renzi che, detestando apertamente le Soprintendenze di ogni genere, le ha promosse portando allo sfascio la rete della tutela. Ho voluto scrivere una sintesi cronistica degli ultimi vent’anni, dal primo governo Berlusconi al governo Renzi – con gli intervalli interessanti ma purtroppo non decisivi del governo dell’Ulivo – per cercare di sollevare o almeno bucare quella coltre soffocante si conformismo filo-governativo».

“Lo sfascio del Bel Paese”. Solfanelli Editore

In canotto sulle acque del dio Tiberino

«Era il giugno del 1986, il sole splendeva, le vacanze si avvicinavano, Il Messaggero andava sempre meglio, viaggiando, senza concorsi a premi né bingo, sulle 300.000 copie realmente vendute, e però a me e ad altri della direzione pareva che mancasse un po’ di gioco, di temi divertenti, intriganti. Mi rammentai allora di un viaggio singolare sul Tevere intrapreso anni e anni prima per Paese Sera da una strana coppia: il vaticanista Lillo Spadini, figlio del noto pittore Armando, e l’antropologa Annabella Rossi. Incaricati di raccontare il fiume mano a mano che, a tappe, scendevano verso Roma. Rispolverai l’idea imitando l’originale. Vene subito raccolta col solito entusiasmo da Pino Geraci, grande ‘uomo di macchina’. Avrebbero dovuto discendere il Tevere dalle sorgenti (più o meno) in tre, come nel divertentissimo ‘Tre uomini in barca (per non parlar del cane)’ di Jerome K. Jerome. Candidati: l’inviato Fabrizio Ricci che era un esperto navigatore a vela, l’altro inviato, di ‘colore’ o di costume, Giancarlo Del Re, notissimo per le gustose ‘Avventure in città’, e il botanico Gian Lupo Osti datosi allo studio scientifico di piante e fiori e alla loro divulgazione dopo decenni di industria siderurgica, all’Italsider e alla Terni».

“La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”. Solfanelli Editore


Un’altra passione di Vittorio Emiliani è stata da sempre la politica; tra i suoi tanti libri scritti, quindi, l’impegno politico non poteva mancare. C’è da dire però che a differenza di molti giornalisti-scrittori mutati in politologi, i suoi libri parlano di politica del territorio attraverso le storie e i personaggi che quelle storie hanno generato. Per questa ragione abbiamo scelto due volumetti contenuti nel numero di pagine, ma ricchi di sentimento: ‘Il paese dei Mussolini’ e ‘Libertari di Romagna’


Mia nonna era la zia del Duce

«A Dovia si arrivava allora per l’unica strada, tortuosa, sassosa, alberata, che da Forlì risale la vallata del Rabbi, torrente dalle piene impetuose e dalle lunghe magre, costeggiandolo in più punti. Il paesaggio, man mano che si saliva, diventava più povero, più aspro, più appenninico insomma. I pioppi di ripa lasciavano il posto alle grandi querce superstiti vicino alle case in sasso dei poderi: il disboscamento secolare operato da famiglie di contadini poveri, chiusi, anzi reclusi, nello stesso fondo di alta collina per due-trecento anni, lasciava scoperte terre bianche, argille avare, più adatte alla fornace che al frumento. Poco oltre Dovia cominciavano i vigneti. Filari di sangiovese, un vino rosso rubino, profumato di violetta, troppo forte o troppo acido allora per essere trasportato lontano, e quindi ‘condannato’ ad un consumo locale, spesso all’autoconsumo dei produttori medesimi. Coi cipressi il paesaggio assumeva talora un’aria già toscana, ma più spenta nei colori, più povera, meno dolce, meno nobile, a tratti cupa».

Il paese dei Mussolini. Einaudi

Vite di Costa, Cipriani, Borghi

«Che senso ha oggi occuparsi ancora di anarchismo e di anarchia? Ha senso, secondo chi scrive, perché quella presente è divenuta una democrazia di massa sempre più omologata dalla videocrazia. In Italia in modo più grave che altrove. In nessun Paese di democrazia parlamentare, infatti, la melassa del ‘buon senso’ dei ‘buoni sentimenti’, dei sogni a basso prezzo e a largo corso si è diffusa dal video con altrettanta forza e suggestione politica, ed elettorale, tendendo a fare di una società fortemente ‘impiegatizzata’ (non borghese dunque, bensì ‘impiegatizzata’ come sostiene Giuseppe De Rita) il Grande Omogeneizzato nel quale annegare melmosamente le diversità. Le quali sono invece la base stessa dei conflitti che, a loro volta, rappresentano, con le contraddizioni da essi suscitate, il sale di una vera ed operante democrazia».

“Libertari di Romagna”. Longo Editore Ravenna


Per concludere in bellezza questa nostra carrellata sulla pubblicistica di Vittorio Emiliani troviamo ineludibili due volumi che ci parlano del sociale e della società attraverso due città molto amate dall’autore, la prima, Urbino, legata al territorio natale (l’autore è nato nel 1935 a Predappio), la seconda, Roma, sua città d’elezione e scelta residenza che ha curato con particolare attenzione come direttore de ‘Il Messaggero’, il giornale di Roma e dei romani. Ad Urbino dedica un delizioso romanzo, alla Città Eterna un imperdibile saggio


Nella terra dei Montefeltro

«Le raffiche di tramontana hanno spazzato il cielo del Montefeltro, che ora appare di un azzurro terso, quasi smaltato. I merli e le taccole fanno fatica, respinti dal vento, a raggiungere i tetti e i rami alti. Se ne è accorto il canonico Benini scostando le tendine ricamate della finestra che si affaccia sul torrione di Santa Chiara e inquadra la massa sempre scura del Monte Pietralata. È rimasto lì fermo a spiarli in quel volo difficile, frenato. Ma il freddo secco gli entra sotto i panni facendo dolere le ossa e le giunture del suo grosso corpo vecchio. Bisogna proprio chiudersi in casa e rassegnarsi a bruciare le ultime fascine arrivate da Cerquetobono, aggiungere altra legna al camino e nuova brace allo scaldino».

“Le mura di Urbino”. Camunia

L’Italia ha ancora bisogno di una capitale?

«Roma capitale: domina, matrona, eterna, faro perenne di civiltà e di cultura per tutto il mondo, o al contrario, ladrona, sorcona, corrotta e corruttrice. Interrogativo di fondo: capitale, già, ma di quale Stato? Accentrato, decentrato, addirittura federalista, no, contrordine, neo-centralista? In assetto verticale oppure orizzontale? Lo Stato in cima alla piramide o allo stesso livello del Comunello? Dopo il titolo V della Costituzione 2001, dopo le prove di secessione nordista con capitale a Venezia o a Mantova, con le regioni a doppia o tripla velocità, con la Sicilia, dalla speciale autonomia, che va già a fondo per conto suo, chi ci capisce ancora qualcosa è un vero acrobata del diritto costituzionale. Ci si chiede persino: ma l’Italia ha ancora bisogno di una capitale? Forzata storicamente a ruoli volta a volta diversissimi, Roma rimane comunque una capitale percepita in un violento bianco e nero: amata e odiata, adorata e insultata, esaltata quale modello eterno e accusata di essere la fonte del disfacimento morale dell’intero paese. Poco conosciuta e quindi incompresa, sepolta sotto una spessa coltre di luoghi comuni. A malapena sopportata».

“Roma, Capitale malamata”. Editore Il Mulino

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La foto sotto il titolo (Vittorio Emiliani e Silvio Di Francia alla presentazione del libro “Roma Capitale malamata”) è di Filippo Coscetta

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