Bianca la rossa e l’ossimoro dell’avvocato: «l’imparziale parzialità»

Ex staffetta partigiana, grande penalista e deputata della Repubblica, Bianca Guidetti Serra è stata interprete, fra le più eminenti ed esemplari, di una cultura antifascista radicata nei valori dell’emancipazione sociale, scolpiti nell’articolo 3 della nostra Costituzione. La sua istintiva attitudine professionale era sintetizzata in questa esemplificazione di Piero Calamandrei: «la nobiltà della funzione dell’avvocato consiste soprattutto nell’assoluta separazione tra l’interesse suo dall’interesse della parte, in quella spassionata indipendenza di giudizio che egli conserva anche di fronte al suo cliente e che gli permette di essere, prima che suo patrocinatore, suo giudice». Il ricordo di un suo allievo al convegno di metà marzo per i cento anni dalla sua nascita sull’impegno civile della celebre avvocata torinese 


La testimonianza di AUGUSTO FIERRO, difensore civico Regione Piemonte

¶¶¶ La mia è la testimonianza di un allievo pienamente identificato nei valori culturali della sua maestra. Nello studio di Bianca Guidetti Serra entrai come praticante nell’estate del 1979 (quando non sapevo ancora cosa avrei voluto fare della mia vita), e ne uscii giovane avvocato. Procuratore legale era, per la verità, la definizione normativa di allora, ma ero già formato nell’identità professionale, pronto ad affrontare la complessità e le asprezze del penalista, la più complessa tra le specializzazioni forensi, sia dal punto di vista deontologico che etico.  

Come tutti gli allievi ho appreso anzitutto per spirito imitativo. Come il piccolo scimpanzé impara ad aprire le noci di cocco osservando cosa fanno gli adulti della sua specie, così funziona anche per noi sapiens: tanto è vero che, nella mia vita professionale, ho visto non pochi giovani “di studio” assimilare e replicare (qualche volta introiettandone persino i tic) la personalità dei propri maestri. 

Questo meccanismo imitativo è ancora più intenso − così è stato nel mio caso − quando vi sia un comune substrato culturale ed ideale. Sentii discutere Bianca per la prima volta in un processo penale nel 1975 quando, con assoluta ingenuità, redigevo qualche pezzo di cronaca giudiziaria per il Quotidiano dei Lavoratori (ero infatti un “compagno studente di legge”, come si diceva allora). Si trattava di un processo per diffamazione che vedeva imputato Michele Pantaleone (poi assolto), tra i primi a denunciare i rapporti tra mafia e politica. Vittorio Chiusano difendeva Giulio Einaudi, editore del libro. Bianca Guidetti Serra, Michele Pantaleone. Tecnicamente ineccepibile Chiusano, ferratissimo sulle problematiche del reato di diffamazione, ma dell’arringa di Bianca non ho mai dimenticato la potenza persuasiva e la forza politica. Sì, fu una difesa soprattutto politica, perché la politica, rigorosamente sottratta ai pregiudizi dell’ideologia, era elemento fondativo della sua cultura.

D’altronde è Bianca stessa, nell’autobiografia scritta con Santina Mobiglia, a testimoniare quanto fosse importante per lei coniugare i propri convincimenti politici ed etici ed il proprio agire professionale. Soprattutto etici, ma su questo punto il discorso si allargherebbe, inevitabilmente, alle ragioni della crisi identitaria conseguente al mancato rinnovo della tessera del Partito comunista dopo i fatti d’Ungheria nel 1956. Nel saggio “Il Paese dei celestini”,  raccontando delle difese nei processi in cui assisteva le vittime di episodi terribili di sadismo e crudeltà − si trattava di minori, orfani, malati, disabili istituzionalizzati, quelli raccontati −, Bianca scrive: «Dedicai molte energie in quell’arco di anni a queste vicende giudiziarie; mi appassionavano, erano casi in cui mi sentivo totalmente identificata con la causa da difendere».

A Bianca Guidetti Serra non piaceva, però, l’espressione avvocato militante. Lei era interprete di una cultura antifascista, fortemente e concretamente radicata nella solidarietà e nei valori dell’emancipazione sociale. Quelli, per intenderci, scolpiti nel secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione. Per questa ragione, il suo agire professionale trovava le proprie radici nel concetto del “noi” posto in antitesi a qualsiasi espressione di narcisismo od egoismo.

La sua concezione del diritto di difesa era agli antipodi di chi accetta di suggerire come eludere la legge o come piegarla a proprio vantaggio. L’equilibrio tra la fedeltà al mandato ricevuto, ed all’interesse processuale del cliente, e il proprio dovere di indipendenza era per lei del tutto naturale. La sua istintiva attitudine professionale era quella sintetizzata in un ossimoro, l’imparziale parzialità, ben esemplificato da Piero Calamandrei: «la nobiltà della funzione dell’avvocato consiste soprattutto nell’assoluta separazione tra l’interesse suo dall’interesse della parte, in quella spassionata indipendenza di giudizio che egli conserva anche di fronte al suo cliente e che gli permette di essere, prima che suo patrocinatore, suo giudice». 

La dote più preziosa di Bianca Guidetti Serra era il carisma, che le consentiva di orientare e guidare la linea difensiva del cliente (sempre mantenendo uno straordinario rispetto per la sua persona), di farsi ascoltare e stimare dai giudici, di tenere la testa alta di fronte alle piccole tracotanze di qualche magistrato. sapendolo fare senza mai danneggiare il cliente. Doti tutte di straordinario rilievo per un penalista, come ci ricorda il procuratore Paolo Borgna nel saggio intitolato “Difesa degli avvocati”, testo irrinunciabile per la formazione professionale dei giovani operatori del diritto, avvocati o magistrati che siano.

Nel 2015 − sono ormai sei anni − scelsi di dedicare la mia esperienza professionale e le mie capacità giuridiche all’impegno come Difensore civico. Fin da subito, tra le materie di competenza del mio ufficio presso la Regione Piemonte, ho privilegiato la tutela dei diritti umani. E mi sono dedicato, in particolare, alla tematica dell’utilizzo della contenzione nei confronti degli anziani affetti da demenze, o dei disabili psichici. Rileggendo la biografia di Bianca si è così imposta la riflessione su quella fase della sua vita (molto precedente al mio ingresso nel suo studio) in cui aveva assistito, spostandosi da un tribunale all’altro in tutta la penisola, le vittime della violenza perpetrati ai danni di soggetti fragili (soprattutto bambini) nei luoghi dell’istituzionalizzazione. E la mia memoria − con emozione intensa − è andata a quel sentimento di filiazione e di identificazione in Bianca avvocato, che ha segnato la mia vita professionale per sempre. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, 7 marzo 2001 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi assiste all’intervento di Bianca Guidetti Serra per la celebrazione del centenario della nascita di Piero Gobetti [credit Presidenza della Repubblica]; in alto, Bianca con Primo Levi nel 1940 e con la toga di avvocata, fra le primissime del Foro di Torino; in basso, Ada Gobetti partigiana in armi, carissima amica di Bianca che è stata socio fondatore nel 1961 e ha presieduto dal 1994 al 2002 il Centro Studi a lei dedicato nella città di Torino

About Author

Difensore civico della Regione Piemonte dal primo luglio 2015. Precedentemente, a partire dal 1980 e fino al 2015, ha esercitato la professione di avvocato. Si è formato nello studio di Bianca Guidetti Serra che ha lasciato nel 1983, mantenendo però una relazione di collaborazione e di amicizia, mai venuta meno, con la sua Maestra. Ha ricoperto le funzioni di Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Torino per quattro bienni, coordinando la Commissione per il Patrocinio a spese dello Stato e la Commissione Scientifica per la Formazione Professionale e i rapporti con l’Università. Nel 2007 ha ricoperto la carica di Presidente della Fondazione dell’Avvocatura Torinese “Fulvio Croce”. Tra le sue pubblicazioni: “Dove va l’avvocatura”, in Questione Giustizia, numero 1/1998; “Nuovi scenari in materia di patrocinio del non abbiente e difesa di ufficio”, in Questione Giustizia, numero 1/2002; “Lo scippo infinito (dal decreto Berlusconi alla legge Gasparri)”, in Questione Giustizia, numero 1/2004