Bolletta raddoppiata in anno. L’Italia, attraverso il Passo Gries, nei primi mesi del 2022 ha venduto a prezzi alti il proprio gas comprato dai russi a prezzi più bassi. Gli approvvigionamenti dall’estero ammontano al 90% del gas usato in Italia e le scorte coprono solo il 10% del fabbisogno. In sostanza, i 9 impianti di deposito funzionanti oggi in Italia contengono circa 17 miliardi di metri cubi di gas, comprensivi della cosiddetta “riserva strategica“,  che ammonta a 4,5 miliardi di metri cubi, utilizzabili in casi estremi, solo su permesso del ministero dello Sviluppo Economico. Dunque? Se a una riserva di 17 miliardi di metri cubi ne sottraiamo 4,5 (di fatto non utilizzabili per la gestione corrente perché riservati a eventi straordinari) restano 12,5 miliardi di scorte. E se oggi abbiamo scorte all’80%, significa che abbiamo in deposito 10 miliardi di metri cubi su 76 miliardi di fabbisogno


L’analisi di LAURA CALOSSO 

La mappa dei depositi di stoccaggio del gas metano nei vari punti della Penisola

SE A GENNAIO 2020 vi avessero detto che per mesi sareste stati chiusi in casa per i lockdown, non ci avreste creduto. Dunque, se oggi vi diciamo che da qui in avanti potreste rimanere bloccati a casa al freddo e al buio, ci credereste? Ecco, sappiate che non stiamo parlando di un’eventualità impossibile, anzi. Finora siamo stati rassicurati dal mantra: “se non avremo più gas dalla Russia, abbiamo comunque scorte di gas all’80%”. Ma cosa vuol dire?

La scorta è in sostanza un deposito. Per stoccare il gas, può essere sfruttata una vecchia cava in disuso o serbatoi metallici costruiti apposta. La roccia usata come serbatoio dovrebbe essere porosa e permeabile al punto giusto, e da questo equilibrio dipende il volume di gas che la cava può ospitare e la mobilità del gas nel giacimento, nonché il tempo che verrà impiegato per le operazioni di iniezione o estrazione del gas medesimo. La roccia di copertura serve per bloccare le perdite e generalmente è costituita da materiale impermeabile come l’argilla. Se dovessimo ospitare in simili “forzieri” le nostre scorte, quanti ce ne vorrebbero? Un numero impressionante, e ciò appunto rende inverosimile una tale possibilità per un Paese come l’Italia, che consuma annualmente dai 76 agli 82 miliardi di metri cubi di gas (a seconda se l’inverno è più o meno freddo). 

A che serve “fare scorta”? A soddisfare le richieste del mercato, assicurare l’equilibrio tra domanda e offerta, a garantire elasticità nell’approvvigionamento delle  strutture produttive, e a garantire la presenza di riserve “strategiche”, utili in situazioni eccezionali come freddo intenso, o crisi internazionali che compromettono gli arrivi dall’estero. Ma attenzione: gli approvvigionamenti dall’estero ammontano a circa il 90% del gas usato in Italia. Ciò significa che le scorte coprono solo il 10% del fabbisogno. In sostanza, i 9 impianti di deposito funzionanti oggi in Italia contengono circa 17 miliardi di metri cubi di gas, comprensivi della cosiddetta “riserva strategica“,  che ammonta a 4,5 miliardi di metri cubi, utilizzabili in casi estremi, solo su permesso del ministero dello Sviluppo Economico. Dunque? Se a una riserva di 17 miliardi di metri cubi ne sottraiamo 4,5 (di fatto non utilizzabili per la gestione corrente perché riservati a eventi straordinari) restano 12, 5 miliardi di scorte. Quindi, se oggi abbiamo scorte all’80%, significa che abbiamo in deposito 10 miliardi di metri cubi su 76 miliardi di fabbisogno.

Stazione del gasdotto Nord Stream che dalla Russia trasporta il gas in Germania

Possiamo stare tranquilli? Non tanto. Sul gas russo (il cui prezzo è rimasto invariato grazie a un contratto valido fino al 2036, non soggetto ai balli della speculazione) difficilmente potremo contare. Oltre alle tre falle dovute all’“incidente” nei gasdotti Nord Stream 1 e 2, allarma la dichiarazione del colosso russo Gazprom: esiste il rischio che Mosca sanzioni Naftogaz, il gestore della rete ucraina dalla quale proviene il gas per noi. La società, se così fosse, non potrebbe effettuare i pagamenti di gas, e questo metterebbe a rischio i flussi. Secondo quanto ricostruisce l’agenzia Bloomberg, che cita fonti a conoscenza del nostro dossier energetico, l’Italia avrebbe raggiunto «un sufficiente livello di riempimento degli stoccaggi e di diversificazione delle forniture da consentire di superare senza gravi conseguenze l’inverno anche qualora la Russia dovesse interrompere completamente e all’improvviso l’invio di gas» [leggi qui].

Ma se le nostre scorte fossero davvero calcolate con il meccanismo che abbiamo sopra illustrato, come potremmo essere tranquilli, avendo solo 10 miliardi di metri cubi su 76? Di quali reali scorte parla Bloomberg, basando su quelle la previsione ottimistica della nostra autosufficienza Bene, direte,  abbiamo comunque il gas liquefatto comprato dagli americani a prezzo astronomico. Ma con che rigassificatori lo metteremo in rete, considerato che dei due nuovi rigassificatori, il primo, se va bene, entrerà in funzione nella primavera 2023, mentre gli altri tre, già in funzione, hanno raggiunto la massima capacità produttiva e non possono espanderla?

Stazione del gasdotto in arrivo nel Verbano dalla Norvegia attraverso il Passo Gries

È vero che oggi, dalla Norvegia, stiamo ricevendo il gas che ci vendono le cinque più grandi compagnie americane, che da anni trivellano il Mare del Nord. Arriva già dal tubo che attraversa la Svizzera, e giunge in Italia via Passo Gries. Ma a quale prezzo lo avremo? In quale quantità, considerato che tutta l’Europa ne ha bisogno, e la capacità produttiva delle piattaforme non è estensibile all’infinito? A questo proposito è interessante sapere che, via Passo Gries, nei primi mesi dell’anno, l’Italia ha venduto, a prezzi alti, il proprio gas (comprato dai russi, a prezzi più bassi) [leggi qui]. È stata messa in atto una vera e propria speculazione?  Il Foglio, in un articolo del 20 settembre scorso,  ridendo dei “complottisti”, parlava di “flussi in uscita” di gas dall’Italia. Ma se l’Italia non produce gas, di quali flussi si parla, forse proprio di quelli del re-selling  speculativo? [leggi qui].

E poi, considerato che il conflitto in Ucraina potrebbe trasformarsi in una vera guerra nucleare, vale la pena di ragionare sulle date. L’8 marzo scorso, a due settimane dall’invasione russa, già si parlava di sostituire il gas russo con quello in arrivo dalla Norvegia, del quale, come scritto poc’anzi, ci stiamo approvvigionando [leggi qui]. Perché non sono stati tentati seri negoziati di pace? Forse per non intralciare un affare colossale, nel quale a perdere sono i cittadini italiani vessati dalle bollette? (Arera ha annunciato per ottobre un ulteriore aumento del 60%).

Ecco, se vi dicono che il rischio di lockdown energetico è alto, così come il fermo delle aziende italiane, non prendete per pazzo chi ve lo dice. Il margine di incertezza non è mai stato tanto enorme. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.

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