Crisi climatica: il 29 ottobre mobilitazione contro bla bla bla, menzogne e promesse mancate

Assemblee, cortei, flash mob previsti in molte città italiane con studenti e associazioni

Uno dei fronti più caldi della mobilitazione avviata negli Atenei è la Basilicata. Nelle principali città lucane ci saranno striscioni e cortei: «L’Eni deve smetterla di trivellare il fondale marino e i territori della Basilicata». Da Bologna a Torino, da Milano a Ravenna, da Forlì e Rimini a Roma, nel mirino degli attivisti le lobby del petrolio, del carbone, e del nucleare e ogni processo inquinante. Le parole d’ordine: «Il cambiamento è possibile, vogliamo progettare un mondo sostenibile: economia circolare, risparmio, riduzione dei consumi, utilizzo delle fonti rinnovabili e abbattimento dei gas serra»


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

CI SIAMO. AD UNA manciata di ore dal summit globale di Glasgow sulla crisi climatica, l’esercito di attivisti in difesa dell’ambiente presenterà il conto ai grandi della Terra. Il 29 ottobre in Italia sarà una giornata di mobilitazione nazionale che parte dagli studenti e docenti degli Atenei per estendersi a gruppi e associazioni. Perché, come ha documentato il VI Rapporto dell’Ipcc, di fronte al drammatico aggravarsi della crisi climatica «Non c’è più tempo». È necessario agire subito. Fino ad oggi solo una lunga lista di annunci, menzogne e promesse mancate. Per questo associazioni sociali e ambientaliste, semplici cittadini, studenti, sindacati e rappresentanti della comunità scientifica, forti della grande mobilitazione in atto da settimane, chiedono un’azione decisa e immediata. «Entro il 2025 — dicono i rappresentanti dei movimenti ambientalisti — occorre realizzare almeno il 40% degli obiettivi energia/clima fissati per il 2030. Non è più rinviabile l’abbandono dei fossili, carbone in primis, perché questa potrebbe essere l’ultima occasione per cambiare rotta in tema di energia, puntando sulle fonti rinnovabili per evitare il collasso del Pianeta. Dovrà cambiare anche il modello di sviluppo, con nuove politiche economiche, industriali e ambientali». 

In Basilicata non si è mai spento il fuoco della ribellione contro le scorie nucleari e i pozzi di petrolio

Uno dei fronti più caldi della mobilitazione è la Basilicata, dove non si è mai spento il fuoco della ribellione esplosa nel 2003 contro il Decreto Berlusconi che individuava ex lege il territorio di Scanzano Jonico per il deposito nazionale delle scorie nucleari di bassa-media attività. Il 29 nelle principali città lucane ci saranno striscioni e cortei. Da anni i cittadini combattono contro i depositi di scorie e contro le estrazioni petrolifere. L’Eni è uno dei bersagli principali, sotto accusa le trivellazioni dei pozzi petroliferi in Basilicata. «Ci muoviamo in difesa della salute ma anche dell’economia dei nostri territori, basata sull’agricoltura di qualità e sul turismo sostenibile. I pozzi vanno chiusi, l’Eni danneggia i territori e inquina le falde di irrigazione», attacca Pasquale Stigliani, alfiere della Associazione “Scanziamo le scorie”, da anni impegnato contro le trivelle in Val d’Agri e nel resto della regione, ora alla testa della mobilitazione via web: «si deve puntare sulle rinnovabili, l’Eni deve smetterla di trivellare il fondale marino e i territori della Basilicata. I pozzi sono una minaccia per l’ambiente, le perdite dei serbatoi di stoccaggio avvelenano i terreni, le infiltrazioni arrivano a valle. Si sono verificati molti incidenti, uno degli ultimi al “Centro oli” di Viggiano. Per lo sversamento ora c’è un processo in corso». Non solo. Si riaffaccia il pericolo del deposito di scorie. «Un pericolo ancora incombente — sottolinea Stigliani — dal momento che con un decreto del 2010 il governo è tornato alla carica, indicando 17 aree della nostra regione idonee per stoccare le scorie, in prevalenza prodotte al Nord, che, paradossalmente, andrebbero a contaminare aree pulite». 

Gli effetti crescenti del global warming impongono di anticipare l’uscita dalle energie fossili

La “militanza” di attivisti e associazioni certo non si esaurirà con i lavori di Glasgow. Anche perché le politiche green dell’Europa, e quindi dell’Italia, rischiano di essere rallentate da molti paesi dell’ex blocco sovietico che, nonostante il disastro di Chernobyl, si ostinano a sostenere il nucleare. Per molte associazioni ambientaliste la data del 29 resterà un simbolo delle nuove lotte. Nel mirino le lobby del petrolio, del carbone, il nucleare, i gas serra e ogni processo inquinante. «Consapevoli degli effetti del global warming, chiediamo che la linea del Piave climatica sia il 2025, ogni rinvio al 2030 sarebbe disastroso — afferma la professoressa Alessandra Bonoli, docente di Ingegneria ambientale e coordinatrice del gruppo di ricerca di Ingegneria della transizione all’Università di Bologna —. Il cambiamento è possibile, vogliamo progettare un mondo sostenibile. Economia circolare, risparmio e valorizzazione delle risorse, riduzione dei consumi, utilizzo delle fonti rinnovabili e abbattimento dei gas serra». Di tutto questo e tanto altro si discuterà in una assemblea-seminario il 29 mattina, a partire dalle 9,30; nell’Aula II dell’ateneo bolognese Alma Mater, in via Selmi. Ospite d’onore Vincenzo Balzani, professore emerito e nome di grande prestigio nel campo della chimica, che terrà una lectio magistralis sui problemi dell’ambiente. Interverranno poi i professori Giacomo Bergamini, Luca Basile, Alberto Bellini e le professoresse Margherita Venturi e Alessandra Bonoli.

Gli effetti della crisi climatica non sono pagati da tutti allo stesso modo

Con iniziative, dibattiti nelle piazze, flash mob, mostre, sit-in, conferenze, cortei, collegamenti Zoom e assemblee in scuole e università i movimenti ambientalisti continueranno a stringere d’assedio i leader mondiali. Il loro è un fronte ampio — con cui la Cop26  di Glasgow dovrà confrontarsi — che, come tappa successiva, punta al raggiungimento di “zero” emissioni entro il 2050. Grande fermento nella prima Università romana. Gianluca Senatore, docente di sostenibilità socio-ambientale e delegato della rettrice, con il gruppo “Sapienza in Movimento” è una fucina di iniziative, ci saranno assemblee studentesche e cortei. L’Ateneo ha anche ottenuto un finanziamento da 40 milioni di euro per 437 dottorandi e ricercatori sui temi green. Coinvolte nelle iniziative anche altre università del Lazio e del centro Italia. A Milano, invece, Mario Agostinelli, storico ecologista, racconta che è in programma un flash mob nei giardini della Casa della Carità che ospita migranti. Le performance a piedi scalzi serviranno a «dire “no” al nucleare e a denunciare le politiche sbagliate dell’Eni». Parteciperanno l’Associazione laica “Laudato si”, Friday for future e Climate social forum.

Contro lo sviluppo fondato sulla spoliazione e il saccheggio delle risorse naturali, si schiera con i suoi studenti anche il professor Mario Salomone, docente di Sociologia ambientale all’Università di Torino: «Il 29 saremo in piazza e ci saranno iniziative sui social, chiediamo impegni concreti e la giustizia climatica. Il problema è “la società al servizio dell’economia” e non viceversa, intendendo con questo la necessità di combattere contro l’interesse economico brutale, il profitto, che prevale sugli interessi dell’umanità. Parliamo di green economy ma siamo ancora legati alla brown economy, per questo chiediamo politiche di riconversione secondo una nuova visione culturale ed etica. I media parlano ogni giorno dei numeri del Covid, giustamente. Ma ci sono anche altre pandemie, quella climatica, di cui quasi nessuno parla. Sulla base di studi in Italia si stima che ci siano 219 morti al giorno, a causa dell’inquinamento. La pianura Padana è il luogo più inquinato d’Europa!».

Nel mirino delle mobilitazioni il gruppo dirigente dell’Eni per i loro progetti sulle energie fossili

Le emissioni oltre a danneggiare la salute continuano ad alimentare il global warming e a compromettere gli obiettivi energia/clima. A Ravenna e lungo la costa adriatica ancora una volta finisce sotto accusa l’Eni. Lo racconta Fabio Roggiolani, che dirige l’Associazione “Ecquologia” e che il 29 a partire dalle ore 18 sulla pagina Fb di “Ecofuturo Festival” presenterà le proposte che coinvolgono un ampio raggruppamento di ecologisti, seguirà un dibattito online: «La partita che giochiamo è quotidiana, ma nella giornata della mobilitazione presenteremo all’Eni la nostra alternativa; contrasteremo l’operazione più offensiva che hanno in programma, quella di fare a Ravenna un deposito per lo stoccaggio della Co2. Per l’ennesima volta l’Ente (a partecipazione pubblica) fa scelte sbagliate sul piano sia teorico che tecnico, scelte superate. Inoltre, è inaccettabile la via dell’imposizione e non quella del dialogo con il mondo ecologista. Equivale a lanciare un guanto di sfida. Ma il 29 dimostreremo che la Co2 può essere recuperata dai processi industriali, non ha alcun senso fare dei depositi. Chiediamo che vengano bloccati tutti i pozzi che estraggono Co2, che non è vergine ma inquinatissima. Anche l’agricoltura industriale deve cambiare rotta. Dissodando e rovesciando terreni con l’aratro, la rottura in zolle provoca emissioni, perché il suolo è uno dei principali serbatoi di carbonio, quando questo viene in contatto con l’ossigeno dà origine a emissioni di Co2. La semina deve essere fatta come un tempo, incidendo dei solchi, già ci sono 150.000 ettari coltivati così». 

Dall’Emilia, roccaforte contro i progetti Eni, anche Sauro Turroni, esperto di urbanistica e paesaggio, membro della Federazione nazionale dei Verdi, lancia segnali di mobilitazione: «La mattina del 29 faremo una conferenza stampa a Ravenna, mentre a Forlì e Rimini ci saranno dei flash mob in luoghi da precisare». Tra le contestazioni che vengono mosse al colosso dell’industria energetica e chimica ci sono le piattaforme dismesse nei luoghi delle estrazioni del metano. «Una situazione scandalosa — sottolinea Turroni — le piattaforme andrebbero tolte ma basta mettere un pannello fotovoltaico e fingere che esista un qualche legame con le energie rinnovabili per permettere l’inamovibilità di quello scempio». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.