Cresce l’onda dei morti nei cantieri, urge la Procura nazionale sulla sicurezza del lavoro

Le torri dell’Eur in Viale America sequestrati dopo la morte dell’operaio Fabrizio Pietropaoli; sotto il titolo, il crollo della gru a Torino il 18 dicembre e, nel riquadro, le tre vittime

Ieri un altro incidente mortale in un cantiere a Roma ma da qualche anno la giustizia non sembra più far paura a nessuno. Attendiamo dalle istituzioni, e anzitutto dal Parlamento, iniziative di grande respiro che chiudano i varchi aperti da una giurisprudenza della Cassazione diventata più arrendevole rispetto al passato sugli obblighi di vigilanza e di manutenzione dei datori di lavoro, i cantieri, gli appalti, i tumori, i disastri. Le Asl hanno ciascuna una zona limitata di competenza, e solo da due mesi è entrato in vigore il decreto legge fiscale che attribuisce competenze aggiuntive anche all’Ispettorato nazionale. La norma impone agli ispettori l’obbligo di sospendere l’attività lavorativa in caso di gravi violazioni delle norme antinfortunistiche. Ma quali sono queste gravi violazioni? E qui vengono fuori le magagne…


L’analisi di RAFFAELE GUARINIELLO, giurista

I TRE LAVORATORI morti undici giorni fa a Torino e l’incidente mortale ieri in un cantiere a Roma hanno crudelmente portato alla luce le cause profonde della crisi in cui versa la sicurezza nel nostro Paese. A Natale, Papa Francesco ha detto «nel giorno della vita ripetiamo: basta morti sul lavoro». Il fatto è, però, che resta largamente insoddisfatta un’esigenza, quella di svolgere finalmente in tutto il territorio nazionale azioni sistematiche e organiche di prevenzione in ordine ai problemi che maggiormente insidiano la vita e la salute dei lavoratori, anche, ma non solo, traendo spunto dalle tragedie ormai consumate. Accade l’infortunio su una gru. Più che mai necessario è sviluppare indagini incisive e rapide sullo specifico evento. Ma non basta. Occorre anche porsi degli interrogativi: ad esempio, in quale stato versano le altre gru operanti nel Paese? vengono rispettate le regole che ne disciplinano la sicurezza, a partire da quelle che presiedono alle loro verifiche? e i soggetti incaricati delle verifiche provvedono adeguatamente?  Si tratta di interrogativi che allo stato attuale rimangono senza risposta. 

Le competenze degli organi di vigilanza sulla sicurezza dei luoghi di lavoro è circoscritto e frammentata

Certo, ci sono gli organi di vigilanza. Ma a tutt’oggi, le Asl hanno ciascuna una zona limitata di competenza, e solo da due mesi è entrato in vigore il decreto legge fiscale che attribuisce anche a un Ispettorato Nazionale del Lavoro tutto da rigenerare compiti di controllo sulla sicurezza nella generalità dei luoghi di lavoro. Né possono porre rimedio le tante procure della Repubblica, ciascuna con una ristretta area di operatività, e per giunta raramente provviste di specializzazione in materia. Senza che assuma rilievo l’obiezione mossa da taluno secondo cui l’azione del pubblico ministero sarebbe meramente repressiva, e mai preventiva. Un’obiezione palesemente contrastante con le molteplici esperienze giudiziarie che in passato si sono sviluppate sotto il segno di uno stretto connubio tra prevenzione e repressione congiuntamente volte a garantire l’osservanza delle norme antinfortunistiche penalmente sanzionate a prescindere dalla sussistenza di un delitto di omicidio o di lesione personale consistente in un infortunio o in una malattia professionale.

Da qualche anno, la giustizia non sembra più far paura a nessuno. Ecco perché attendiamo dalle istituzioni, e anzitutto dal Parlamento, iniziative di grande respiro: la procura nazionale sulla sicurezza del lavoro; la riforma di alcune norme del codice penale e del Testo Unico sulla Sicurezza de Lavoro (il decreto 81 del 2008) che chiuda i varchi aperti da una giurisprudenza della Cassazione diventata più arrendevole rispetto al passato su temi quali gli obblighi di vigilanza e di manutenzione dei datori di lavoro, i cantieri, gli appalti, i tumori, i disastri.

Le indicazioni delle istituzioni che operano per la sicurezza e salute sul lavoro non sono sempre coerenti

Si potrebbe controbattere: ma il 15 dicembre è stata votata definitivamente dalla Camera dei Deputati la legge 215 di conversione del decreto legge fiscale. Al riguardo, su un punto sembrano essere concordi vuoi i fautori, vuoi i critici, delle norme di sicurezza sul lavoro contenute in questa legge: il regime sanzionatorio in danno delle imprese inottemperanti sarebbe stato considerevolmente appesantito. I fautori ne traggono spunto per porre in risalto una prima, seria risposta all’ondata d’infortuni che stanno tormentando il nostro Paese. I critici, invece, segnalano le ulteriori difficoltà destinate a ostacolare imprese già assediate da un’inedita alluvione di decreti-legge, decreti presidenziali, protocolli, linee-guida, accordi, e per giunta da indicazioni non sempre coerenti da parte delle istituzioni che operano nel campo della sicurezza e salute sul lavoro. Dove pesano anche quei 183.147 casi di infortunio sul lavoro da Covid-19 segnalati dai medici all’Inail al 31 ottobre 2021 che potrebbero condurre all’incriminazione dei datori di lavoro ove ne emergesse la connessione causale con la violazione delle norme antinfortunistiche.

Nessuno, dunque, sembra ancora essersi reso conto che la legge di conversione del decreto fiscale non è poi così possente. Certo, impone agli ispettori l’obbligo di sospendere l’attività lavorativa in caso di gravi violazioni delle norme antinfortunistiche. Ma quali sono queste gravi violazioni? Le troviamo elencate in un apposito Allegato. E ormai tutti — a cominciare da illuminanti circolari del nuovo Ispettorato Nazionale del Lavoro — condividono l’allarme che espressi subito dopo aver letto le parole usate in questo Allegato. Prendiamo tre gravi violazioni: “mancata elaborazione del documento di valutazione dei rischi”, “mancata elaborazione del piano di emergenza e di evacuazione”, “mancata elaborazione del piano operativo di sicurezza”. L’allarme è che queste tre violazioni valgono, sì, a giustificare la sospensione dell’attività, ma a condizione che il datore di lavoro ometta radicalmente di elaborare quei documenti, e, quindi, non risultano in grado di ricomprendere proprio le ipotesi che abitualmente emergono nella prassi come causa d’infortuni, e, cioè, le ipotesi in cui questi documenti, pur formalmente non mancanti, siano per le più diverse ragioni incompleti, insufficienti, inadeguati, generici.

I volti dei sette operai uccisi dal rogo nella ThyssenKrupp di Torino il 6 dicembre 2007 in uno striscione appeso davanti al Palazzo di Giustizia del capoluogo piemontese

Pensiamo a un caso emblematico come la ThyssenKrupp in cui le Sezioni Unite così descrivono la violazione addebitata ai garanti della sicurezza: «ci si riferisce soprattutto alla passiva accettazione dei documenti di valutazione del rischio generico e specifico di incendio con annesso piano di emergenza ed evacuazione»; «se nel documento fossero stati correttamente indicati i rischi effettivi degli impianti, alla dirigenza non sarebbe stato possibile protrarre la strategia gestionale di risparmio decisa in vista della chiusura della sede di Torino, non sarebbe stato possibile far slittare per ben due volte l’utilizzo di quei fondi già stanziati che la casa madre sollecitava a usare subito per salvare la vita delle persone con tolleranza zero». Appare evidente che una tal violazione non avrebbe potuto giustificare la sospensione dell’attività così com’è oggi disciplinata. Solo che inutilmente abbiamo chiesto una modifica dell’Allegato in sede di conversione in legge del decreto fiscale.

Per contro, in sede di conversione, è stato approvato un emendamento finora passato chissà come inosservato. Tra le norme di maggior rilievo del Testo Unico sulla Sicurezza del Lavoro, fa spicco un articolo, il 26, che prende di mira la tutela dei lavoratori edili e non edili impegnati nel mondo preoccupante degli appalti, dei subappalti e del lavoro autonomo. E dunque, proprio nell’attuale momento storico, uno dei settori più inquietanti per la diffusione delle attività di questo tipo pressoché in tutte le strade dell’intero territorio nazionale. Tra le norme dell’articolo 26, particolarmente preziosa è quella che si occupa dell’ipotesi in cui il committente non è il datore di lavoro del luogo ove si svolge l’attività affidata in appalto. 

Mosaico della tragedia del crollo della gru a Torino, in cui hanno perso la vita tre operai

Soffermiamoci sul punto. In questa ipotesi altamente insidiosa, sono ben tre i soggetti che hanno l’obbligo di tutelare la sicurezza: lo stesso committente, il datore di lavoro del luogo in cui si svolge l’attività, l’esecutore dell’attività. Stando al Testo Unico sulla Sicurezza del Lavoro, la violazione di questo obbligo è un reato, ed è, quindi, punita con una sanzione penale. E la sanzione penale è estesa anche al caso in cui il contratto sia affidato da una centrale di committenza, e, cioè, da un’amministrazione aggiudicatrice che acquista forniture o servizi destinati ad amministrazioni aggiudicatrici o altri enti aggiudicatori, o aggiudica appalti pubblici o conclude accordi quadro di lavori, forniture o servizi destinati ad amministrazioni aggiudicatrici o altri enti aggiudicatori. Solo che in tutti questi casi la sanzione è ora sparita grazie alla legge 215 del 17 dicembre 2021.

Mi chiedo, inoltre: perché togliere la sanzione penale prevista per l’obbligo del committente di determinati lavori di dare immediata evidenza nel contratto di appalto o d’opera dell’individuazione di un proprio incaricato esperto, competente, formato, a conoscenza diretta dell’ambiente di lavoro, in grado di sovraintendere alla cooperazione e al coordinamento tra le diverse imprese o lavoratori autonomi coinvolti? e perché nell’indicazione dell’entità di più sanzioni a carico del datore di lavoro e dei dirigenti non si è tenuto conto del fatto che, al fine di rafforzare la tutela della  salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, più norme e ultimamente la legge finanziaria del 2019 hanno aumentato gli importi dovuti per la violazione delle disposizioni punite dal Testo Unico della Sicurezza sul Lavoro?

Ancora un punto. Basilare è il ruolo attribuito ai Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (Rls): non già un ruolo negoziale, bensì il ruolo — e le conseguenti responsabilità — di persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro, e, dunque, chiamata ad esercitare funzioni di controllo sull’adempimento degli obblighi delle imprese. Ma qui mi pongo una domanda: gli Rls vengono realmente posti in grado di assolvere ai propri compiti con professionalità e senza condizionamenti? o sono i figli di nessuno? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha svolto la funzione di magistrato dal 1969 al 29 dicembre 2015: prima come Pretore, poi Giudice per le Indagini Preliminari presso la Pretura, poi Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Torino e Coordinatore del Gruppo Sicurezza e Salute del Lavoro, Tutela del Consumatore e dei Malati presso la Procura della Repubblica di Torino. Consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell'utilizzo dell'uranio impoverito dal 2016 al 2018. Nominato Presidente della Commissione Amianto istituita dal ministro dell’Ambiente con Decreto del 30 aprile 2019. Ha pubblicato nel 1985 il saggio "Se il lavoro uccide" per la Casa Editrice Einaudi, e l'opera "La Giustizia non è un sogno" nel 2017 per la Casa Editrice Rizzoli. Inoltre, in particolare, "Codice della Sicurezza degli Alimenti commentato con la giurisprudenza”, seconda edizione - Wolters Kluwer 2016; "II Testo Unico Sicurezza sul lavoro commentato con la Giurisprudenza”, Wolters Kluwer, Milano undicesima edizione, 2020".