“Ecologista a chi?”  … il paradosso dell’ecologismo, dentro la modernità ma contro la tecnocrazia

L’ecologismo oggi non è più minoranza. Saprà pesare nelle scelte politiche e sociali per uscire dalla attuali emergenze? Il libro di Roberto Della Seta, già presidente di Legambiente e parlamentare del Pd, scava sulla “doppia anima” del pensiero ambientalista, stretto tra l’esser figlio dell’illuminismo e dell’illusione delle “magnifiche sorti e progressive”, stigmatizzate già da Leopardi, ed insieme principale erede della critica all’idea dell’umanità padrona del mondo naturale. Un ecologismo che è dentro la scienza ma critico delle derive scientiste, razionalista ma ferocemente antiriduzionista, alle prese con una Bad Godesberg (il riformismo ecologista) per fronteggiare la crisi climatica


 La recensione di VITTORIO COGLIATI DEZZA

La copertina del libro di Roberto Della Sete, edito da Salerno Editrice

UN TITOLO ACCATTIVANTE e provocatorio per mettere sul tavolo alcuni nodi del pensiero ecologista e del movimento politico e sociale che si è sviluppato negli ultimi decenni: il libro di Roberto Della Seta è un’occasione utile per rilanciare la riflessione sui fondamenti dell’ecologismo e sulla strada che deve intraprendere oggi, quando tutti parlano di Transizione Ecologica. Con questo libro Roberto, che come me è da molto tempo uno degli attori dell’ecologismo italiano, mi sembra voglia fare una doppia operazione: esplicitare i fondamenti del pensiero ecologista, ed insieme muoversi dentro le contraddizioni dell’ecologismo ed i nodi irrisolti, inerpicandosi lungo una spirale in cui a livelli di realtà via via più impegnativi quei nodi si ripresentano con una rilevanza e significatività sempre più densa. Arrivando alle sfide che si presentano oggi, quando possiamo registrare che l’ecologismo non è più minoranza, perché il mondo è cambiato e le sfide pionieristiche che l’ecologismo aveva messo in campo anni fa sono oggi all’attenzione generale. Ma la possibilità di giocare da protagonisti la partita del cambiamento sta tutta nella capacità dell’ecologismo di pesare nelle scelte politiche e sociali che ci permetteranno di uscire dalle attuali emergenze.

I fondamenti del pensiero ecologico si possono rintracciare nell’approccio scientifico alla conoscenza e nel paradigma della complessità, in inevitabile rotta di collisione con il riduzionismo e l’ipersemplificazione dell’era contemporanea. Sta qui la matrice prima del “paradosso del pensiero ecologico”, stretto tra l’esser figlio dell’illuminismo e dell’illusione delle “magnifiche sorti e progressive”, stigmatizzate già da Leopardi, ed insieme principale erede della critica all’idea dell’umanità padrona del mondo naturale. Un ecologismo che è contemporaneamente dentro la scienza ma critico delle derive scientiste, dentro la modernità ma critico delle derive tecnocratiche, razionalista ma ferocemente antiriduzionista. 

Come ogni specie, l’uomo non può agire contro la sopravvivenza della propria specie

Una doppia anima, come la chiama Roberto, che spiega anche l’ambiguità verso l’attuale pandemia. Per un verso, infatti, il pensiero ecologico fornisce strumenti e chiavi di lettura ineludibili per interpretare correttamente l’insorgenza del Covid 19 e per prevenire le future pandemie. Per un altro, il rifiuto dell’invadenza della tecnica nella sfera della naturalità sono anche alla base di posizioni no-vax, che si rifanno alla convinzione che ci sia un conflitto irrisolvibile tra natura buona e uomo cattivo, che l’uomo è sempre un “intruso” nell’ecosistema. Stretto tra l’ecocentrismo di queste posizioni e l’antropocentrismo della tradizione giudaico-cristiana dell’uomo centro e padrone dell’universo (tradizione oggi fortemente rivista e rimodulata dalla Laudato sii, che affida alla specie umana il ruolo di amministratore responsabile della casa comune), l’ecologismo se non può dimenticare che l’uomo è parte della natura e non può agire contro la natura, non può neanche sottovalutare che come ogni specie l’uomo non può agire contro la sopravvivenza della propria specie. Come diceva Edgar Morin, l’uomo è 100% natura e 100% cultura. 

Insomma l’uomo è figlio della modernità, anche se figlio orgogliosamente ribelle, perché “coscienza critica della modernità” e contro l’attuale deriva tecnocratica non può rintanarsi nel conservazionismo e deve puntare sulla funzione progressiva ed emancipatoria della scienza, per trasformare gli attuali modi di produzione e di consumo affinché alla specie umana sia possibile uscire dalla crisi ecologica. Il nodo diventa, allora, come si delinea il cambiamento necessario e come lo si governa, uscendo dall’ambiguità di quella doppiezza, in tensione continua tra cambiamento e conservazione. Si tratta di scegliere, ad esempio, tra appoggiare la spinta alla rivoluzione energetica per contrastare l’emergenza più grave oggi che è la crisi climatica, oppure attestarsi a sentinella dell’esistente, opponendosi a qualunque intervento sul territorio. 

La transizione ecologica non è un “pranzo di gala”; il prezzo da pagare, se non facciamo nulla, sarà però molto più salato [tutte le foto che illustrano questo articolo sono tratte dalle manifestazioni dei ragazzi di Friday For Future]

Qui la grande sfida culturale, prima ancora che politica, dell’ecologismo, per andare oltre i luoghi comuni, le derive nimby, l’intangibilità del paesaggio esistente. C’è bisogno di una Bad Godesberg dell’ecologismo, dice Roberto, metafora storica per dire che c’è bisogno di un progetto riformista dell’ecologismo, che, facendosi carico della complessità dei processi naturali e sociali, sappia mettere al centro l’universalismo del benessere della specie umana, che non esiste fuori dalle leggi dell’ecologia, ma sappia anche fare i conti con l’impatto sociale delle trasformazioni produttive e della riorganizzazione della vita sociale, perché la transizione ecologica non è certamente un “pranzo di gala” e può accrescere le disuguaglianze, ma a Cingolani bisogna dire che se non facciamo nulla il bagno di sangue sarà ancora peggiore. 

A tutto ciò aggiungerei che, se gli ecologisti vogliono essere fino in fondo figli del progresso ed insieme critici di questo progresso, non basta farsi carico dell’impatto sociale delle trasformazioni e proporre adeguate misure di welfare che accompagnino la transizione, serve cambiare punto di vista e disegnare le misure della transizione applicando con grande coerenza il principio della discriminazione positiva, in base al quale tutte le misure prese devono avere come fine principale quello di proteggere le persone più vulnerabili, per realizzare un’uguaglianza di fatto. Parafrasando Don Milani, direi che dividere il carico della transizione in parti uguali tra disuguali, aumenta le disuguaglianze, e se la Transizione Ecologica non sarà giusta, non avrà alcuna possibilità di successo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Già presidente nazionale di Legambiente dal 2007 al 2015, è oggi membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità e della Segreteria nazionale di Legambiente. È esperto di educazione, di processi formativi e di sostenibilità ambientale e sociale. Dal 2016 si occupa anche delle trasformazioni sociali e culturali connesse con il fenomeno delle migrazioni. Nel 2017 ha pubblicato “Alla scoperta della green society” (ed. Ambiente): un’inchiesta sui processi di innovazione sociale in Italia. Nel 2020 ha pubblicato alcuni interventi su La Stampa – Tutto Green, su Huffington Post, su La Nuova Ecologia e su Confronti. Recentemente ha pubblicato un contributo nel volume collettivo "Covid 19: costruire il futuro" (ed. Com Tempi Nuovi).