La commissione d’inchiesta (con i poteri della magistratura) prospettata dalla maggioranza di destra e da Matteo Renzi è un regolamento di conti con l’ex maggioranza che ha governato la pandemia? Un disastro della medicina del territorio e delle Rsa trasformatosi in tragedia per almeno 180 mila italiani – fra cui medici e infermieri in prima linea – e per le loro famiglie. Tutti i dubbi di oggi trovano una traccia in una storia di vent’anni fa, il caso Telekom Serbia. Una storia drammatica di scandali presunti, di informazione condizionata, di delegittimazione dell’avversario politico, dove fu la serietà della magistratura torinese a sgonfiare il caso, imbastito ad arte


L’articolo di ALBERTO GAINO, da Torino

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE di inchiesta sul Covid non porterà nulla di buono per il semplice motivo che darà spazio alla politica vendicativa, alle fake news e all’ignoranza in ambito scientifico? Basterà vedere chi, oggi, la promuove e chi, domani, la governerà. I precedenti sono significativi: come giornalista seguii a suo tempo la commissione bicamerale di inchiesta sul cosiddetto caso Telekom Serbia, promossa dal centrodestra e gestita da autentici pasdaran di quella area politica, scelti fra i più faziosi, dall’immarcescibile Carlo Taormina al redivivo Italo Bocchino. Rispetto al dossier Mitrokhin sull’“oro di Mosca” ai comunisti italiani, risoltosi rapidamente in una bolla di sapone, quest’altra storia campeggiò sui media italiani per un anno intero, fra il 2002 e il 2003, e servì a sommergere di fango l’intera opposizione parlamentare. Riparlarne brevemente può servire a rinfrescare la fragile memoria di troppi e a chiarire come i fratelli maggiori del nuovo presidente del Consiglio gestirono un’istituzione parlamentare con gli stessi poteri di indagine della magistratura ordinaria.

Slobodan Milosevic al centro dell’inchiesta Telekom Serbia con cui la destra berlusconiana cercò di “disarticolare” l’opposizione e l’ex premier Romano Prodi con le accuse false di un faccendiere romano

Lo scenario di un’operazione politica di delegittimazione degli avversari, rilanciata dai media dell’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in primis dal suo Il Giornale, fu l’acquisto da parte di Stet, poi Telecom Italia, nel 1997, del 29% di Telekom Serbia per una somma oggi equivalente a circa mezzo miliardo di euro e che la compagnia telefonica italiana ricedette per meno della metà nel 2003 in un contesto economico oggettivamente diverso. L’acquisizione era stata criticata dai radicali italiani perché Stet, ancora sotto il controllo pubblico, aveva dato modo a un politico grondante sangue come Milosevic di rifiatare economicamente. Presidente del Consiglio era nel 1997 Romano Prodi, che successivamente divenne commissario Ue.

Il “supertestimone” Igor Marini scortato da un finanziere

La destra italiana vi montò sopra qualcosa di molto diverso: l’accusa di corruzione a Prodi, a Piero Fassino (ex ministro e allora segretario dei Democratici di sinistra), al “traditore” Lamberto Dini e, via via, a molti altri esponenti del centrosinistra. La “tangente rossa”, che avrebbe fatto impallidire l’intero fiume di corruzione scoperchiato da Tangentopoli qualche anno prima, doveva ammontare a 593 milioni di dollari di allora: 100 a Milosevic, il resto a Prodi e c. Parola del supertestimone Igor Marini, figura assai discutibile del sottobosco delle truffe romane, ma che il presidente della commissione bicamerale d’inchiesta, il penalista e parlamentare di Alleanza nazionale, Vincenzo Trantino definì credibilissimo al punto da dichiarare al “Corriere della Sera”: «Le carte ci sono».

La copertina del libro Falsi di stampa, 2014, Edizioni Gruppo Abele

Ne ho scritto ampiamente in un mio libro (Falsi di stampa, 2014, Edizioni Gruppo Abele), in particolare sui meccanismi di condizionamento dell’informazione che dovetti affrontare in prima persona per l’inchiesta parlamentare e quella parallela condotta dalla magistratura torinese. Funzionava così: ogni giorno “Il Giornale” sfornava nuovi elementi sulla tangente rossa che non stavano in piedi, ma ai manovratori della calunnia story potevano bastare i titoli di apertura di prima pagina, quasi sempre a nove colonne. Altri giornali, fra cui il mio, “La Stampa”, si sentivano in dovere di riprendere con un diverso stile quelle trame come notizie di cronaca. L’obiettivo della maggioranza politica era costringere la Procura della Repubblica di Torino a iscrivere Prodi e c. nel registro degli indagati per il reato di corruzione internazionale. Sarebbe stata la liquidazione dell’opposizione. Ed io dovevo dare conto degli interrogatori di Marini e degli altri testimoni d’accusa, comparsi uno dopo l’altro dal medesimo sottobosco di truffatori e dagli ambienti della destra, spesso estrema. Tutti giuravano di saperne qualcosa e spalavano un altro po’ di fango.

Marini, sentito a Palazzo San Macuto come se fosse l’angelo sterminatore della sinistra, annunciò che le “prove” stavano in Svizzera e fu accompagnato oltre confine da una fitta delegazione istituzionale. Che assistette al suo arresto: aveva lasciato un considerevole conto da pagare in un hotel di Lugano scappando da una porta finestra del piano terra. Per la partecipazione ad una truffa ad un torinese venne in seguito tradotto in Italia, ma, per lui, l’allora ministro della Giustizia, il leghista Castelli inviò da Roma un plotone dei Gom, reparto speciale degli agenti di custodia: l’uomo aveva dichiarato di temere per la propria vita e i Gom dovevano proteggerlo nel carcere torinese delle Vallette. Numerosi esponenti di Alleanza nazionale andarono a fargli visita, uno dopo l’altro.

L’ex ministro della Giustizia Giorgio Castelli durante il governo Berlusconi 2

Il Giornale” parlava di Igor Marini come di un genio della finanza internazionale. Roberto Calderoli, Lega, uno dei ministri del governo Meloni, mi disse a margini di una conferenza stampa della commissione all’aeroporto di Torino dopo l’ennesima audizione di Marini: «Quello è uno che se ne intende di finanza, gli affiderei i miei soldi». Peccato che i magistrati torinesi, il gip Francesco Gianfrotta, che ne aveva disposto l’arresto, e il procuratore capo Marcello Maddalena non gli credessero. Fui testimone di una silenziosa guerra nemmeno così sotterranea (venivano pubblicizzati gli esposti contro i magistrati da parte di pasdaran della commissione e gli inviti di costoro ad inviare a Torino gli ispettori ministeriali, che puntualmente si presentarono).

Quando scrissi che i silenziosissimi magistrati torinesi avevano iscritto Marini nel registro degli indagati anche per calunnia nei confronti di Prodi e c. ci fu il gelo: conoscendo il codice, avevo intuito che quell’atto giudiziario non poteva essere più rinviato, raccolsi una conferma e portai la notizia al mio giornale. Che la pubblicò “di pancia” nelle pagine interne. Da allora fui più libero di non riprendere le soffiate serali che da Roma arrivavano dalle parti di Taormina, sempre molto bene informato sulle ultime rivelazioni di Marini.

Il complotto si sgonfiò nel giro di poco. Marini e i comprimari, ma non i registi occulti, furono via via rinviati a giudizio. Patteggiarono o vennero condannati per calunnia. La commissione bicamerale d’inchiesta non produsse alcuna relazione di maggioranza. Tanto meno a discolpa di Prodi e c. Ma rimase l’atmosfera di aria fetida che aveva contaminato le istituzioni. Ne scrivo nel mio libro: il tentativo di coinvolgere, deligittimandola, la parte sana dei nostri servizi segreti.

L’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari, personaggio centrale del ventennio berlusconiano

Il primo luglio 2004, i pm torinesi sentono il direttore del Sismi, Niccolò Pollari, a proposito di un’interrogazione parlamentare a firma Bocchino e Gasparri sul coinvolgimento del nostro servizio segreto nel caso Telekom Serbia. Pollari, personaggio centrale del ventennio berlusconiano, risponde che la copia del documento oggetto dell’interrogazione «gli era stata passata da tale Pio Pompa […] persona attualmente consulente del Sismi; la sua collaborazione è classificata segreta».

Nel 2006 si è scoperto perché l’attività di Pompa era segreta e doveva rimanere segreta: l’uomo lavorava presso un archivio anch’esso particolarmente segreto di via Nazionale, a Roma; confezionava dossier contro i nemici di Berlusconi: politici, giornalisti, soprattutto magistrati, fra i quali erano numerosi quelli milanesi. L’ammissione del suo capo, due anni prima, di fronte ai pm torinesi porta a ritenere possibile che Pompa abbia avuto un ruolo anche nella campagna istituzionale contro Prodi e c. La magistratura ha indagato invano.

Certo è che, nel marzo 2001, con il governo Amato agli sgoccioli, quei due esponenti di primo piano di An, Maurizio Gasparri e Italo Bocchino, rispettivamente ministro nel successivo governo Berlusconi e componente della futura commissione bicamerale, annunciano una interrogazione parlamentare, ma non la depositano. Ne parlano però “Il Giornale” e “Il Secolo d’Italia”. Due anni dopo la finta interrogazione parlamentare viene riesumata dalla commissione bicamerale senza vergogna. Il presidente Trantino convoca a Palazzo San Macuto lo 007 Alberto Manenti, indicato da Bocchino e Gasparri come l’autore di un’informativa interna al Sismi sull’affaire. Il funzionario smentisce e chiede la secretazione della sua audizione. Finisce invece immediatamente sui giornali. Manenti se ne duole con i pm torinesi che lo sentono a loro volta e a cui chiarisce le contraddizioni di quella bozza di interrogazione parlamentare che i magistrati sono riusciti casualmente a recuperare.

Di storie così è piena quella pagina istituzionale avvelenata e sovversiva: Pompa confeziona dossier, parlamentari di spicco usano il loro ruolo per rilanciare dubbi, la commissione parlamentare in mano al centrodestra interviene. “Disarticolazione” dell’opposizione con dossieraggi era il progetto. Quegli uomini sono nuovamente in scena. Una parte in primo piano, altri nelle retrovie. Come l’avvocato Trantino: intervistato dal quotidiano catanese “La Sicilia” a fine agosto scorso, definisce la politica come «visione». Di che genere?

I famigliari delle vittime lombarde chiedono di far luce sulle cause e le responsabilità della morte dei loro congiunti nelle Rsa lombarde

È un pregiudizio verso le intenzioni di Meloni indicare quel precedente uso delle commissioni parlamentari? Il personale politico di cui si avvale è quello sotto i nostri occhi. Non certamente di “alto profilo”. La stessa Meloni ha aperto alla «comprensione» per i No-vax. Con l’annuncio del reintegro anticipato nel sistema sanitario pubblico dei medici contrari alla vaccinazione – poco importa che si tratti di un mese di differenzasi è dato un segnale a quell’area e lo si è confermato con altri provvedimenti in nuce: la cancellazione dell’obbligo delle mascherine, poi rientrata, anche in ospedali e Rsa, quella delle multe agli over 50 che non si sono vaccinati, poi sospesa e poi ancora confermata ma con la previsione che verrà rivisto il provvedimento. C’è un chiaro indirizzo revisionista rispetto al virus ribadito in una delle tante dichiarazioni di Meloni: «Quello che contesto della gestione precedente è che ci sono stati un’infinità di provvedimenti presi dai governi, che non avevano alla base alcuna evidenza scientifica».

Oltre che anticostituzionali, i lockdown sarebbero stati ingiustificati rispetto al pericolo della pandemia. Con buona pace della storia di questi due anni e mezzo. Va anche detto, per completezza di informazione, che Meloni è ricorsa ad un argomento di sicura presa sull’opinione pubblica nel giustificare la costituzione di una commissione parlamentare di inchiesta: «Lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori».

La copertina del libro “Le bocche inutili”

Non c’è già la magistratura per colpire gli speculatori? Ci si vuole sostituire ai giudici o condizionarli?Le proposte di Lega e Fdl, depositate in Parlamento, vanno in questa direzione. Lo stesso Renzi si muove su un crinale di forte ambiguità. Invece, da chi governa e da chi ha il ruolo dell’opposizione, oggi, ci si aspetta un confronto sull’attualità del Covid-19, per cominciare: sulla coda del virus, se di coda possiamo parlare, è chi ha meno risorse, ora, a dovervi fare i conti. Forse per questo motivo Giuseppe Remuzzi, scienziato di fama internazionale, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Il Covid colpisce i più poveri».

Torniamo al punto: riscrivere la storia del Covid-19 in Italia è un obiettivo nemmeno mascherato. Ed è facile farlo adesso. Rispetto al passato, si dovrebbe semmai riflettere sui pregiudizi che trascinarono il nostro paese ad essere la prima frontiera occidentale della pandemia. Ne ho scritto in un altro lavoro di inchiesta giornalistica (Le bocche inutili, 2021, Sensibili alle foglie, collana Ospiti) partendo da un’evidenza: a settembre 2019 vi furono i primi casi di infenzione da Covid-19 in Lombardia. Lo ha rivelato uno studio condotto fra l’Istituto dei tumori di Milano e l’Università di Siena su 959 pazienti oncologici: lo screening iniziato a settembre 2019 e concluso nel marzo successivo ha accertato che 111 risultarono positivi al Covid-19 in quell’arco di tempo e che l’11,6 risaliva al primo periodo dei prelievi di sangue.

A Milano furono contagiati prima di dicembre anche un venticinquenne e un bambino ricoverati per altro: è emerso successivamente dai test clinici effettuati su di loro in ospedali della città. Furono davvero così pochi i casi? Il sommerso dei contagi è negli anni successivi diventato evidente. Allora si piombò nell’inverno e i numerosi casi diagnosticati come polmoniti bilaterali parvero “normali”, così come sembrava “normale”che altrettanti anziani fragili ne morissero.

Mattia Maestri, trentottenne, il paziente 1 sottoposto a tampone il 20 febbraio 2020

Nel mio libro ho riportato la dolorosa testimonianza di un figlio di una donna avanti con l’età ricoverata il 13 febbraio 2020 per problemi di calcolosi nell’ospedale di Alzano Lombardo, a dieci minuti d’auto da Bergamo: l’area della successiva mancata zona rossa. Dopo qualche giorno l’anziana cominciò a tossire e ad accusare sintomi preoccupanti, da disfagia. Il medico di guardia concluse che si trattava di una bronchite. Solo il 21 febbraio, giorno dell’esito positivo del primo tampone covid effettuato a Codogno sul paziente 1 Mattia Maestri, all’ospedale di Alzano Lombardo i medici si agitarono e i parenti di numerosi anziani ricoverati scoprirono che i loro cari avevano contratto il coronavirus. Morirono rapidamente l’uno dopo l’altro. Fra di essi c’era la donna presentatasi in pronto soccorso il 13 febbraio per una calcolosi.

Matteo Maestri non era anziano, ma un uomo di 38 anni che correva le maratone. La giovane anestesista, che nell’ospedale di Codogno, 108 chilometri da Alzano Lombardo, il 20 febbraio decise di sottoporlo a tampone, dichiarò successivamente ai media che non si capacitava come un trentottenne atletico non rispondesse al trattamento previsto per la polmonite.

Senza l’intuizione di una dottoressa di 32 anni rispetto ad un malato di 38, troppi medici avrebbero continuato a diagnosticare come polmoniti bilaterali tanti casi di coronavirus fra anziani fragili, almeno quanti erano apparentemente morti per quella causa nel periodo precedente al 21 febbraio. Molti deceduti in casa, altri nelle Rsa della Lombardia e in particolare della Bergamasca, dove un attivo distretto tessile aveva già da anni stretti rapporti di interscambio con la Cina.

Il murales fuori dall’ospedale di Padova durante la pandemia sull’abnegazione del personale sanitario

Se si vuole riscrivere la storia dell’epidemia da Covid-19 si deve partire da quel pregiudizio diffuso sui vecchi che apparentemente non superarono l’inverno per una polmonite di stagione (mentre i figli invece ne guarirono) e dall’impreparazione del sistema delle Rsa ad affrontare in alcun modo una emergenza sanitaria (con e senza l’alibi di un piano pandemico nazionale aggiornato). Che si ribaltò sugli ospedali pubblici e li travolse. È stato un disastro trasformatosi in una tragedia per almeno 180 mila italiani – fra cui medici e infermieri in prima linea – e per le loro famiglie. Se si vuole istituire una commissione parlamentare d’indagine si orientino i suoi lavori sulle sempre maggiori carenze del sistema sanitario in relazione, in particolare, alla cura negli ultimi anni di vita di chi è più anziano e fragile fra di noi. Anche ora che il Covid-19 non è più un’emergenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista di lungo corso, collaboratore a “il manifesto” nei primi anni Settanta, dal 1981 cronista prima a “Stampa Sera”, poi a “La Stampa”, nella sua carriera si è occupato soprattutto di cronaca giudiziaria. Tra i suoi libri “Falsi di stampa: Eternit, Telekom Serbia, Stamina” (2014) e “Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione” (2017).