3 / La battaglia del grano. Produrre cibo sano, sicuro e per tutti: è una sfida ancora da vincere

L’agricoltura è un’attività fondamentale anche per la vita e la salute del pianeta 

Con le nostre pance piene, spesso ridondanti, pensavamo che il cibo non ci sarebbe mai mancato. Eravamo ricchi, e con i soldi si compra tutto. Si potevano consumare frutti esotici trasportati dai paesi più lontani, prelibatezze e raffinatezze pagate a peso d’oro. Non potevamo non sapere che milioni, miliardi di persone non vivevano proprio allo stesso modo. Gli anni di vacche grasse ci hanno forse fatto perdere qualche pezzo importante? Forse sì. L’agricoltura, come attività produttiva in grado di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita e di produrre reddito per chi la pratica, non è stata per anni presa nella giusta considerazione. Additata da molti come la causa unica o principale del degrado ambientale, ha cominciato gradualmente a non essere più vista come un’attività fondamentale per la vita e la salute del pianeta


L’analisi di MARIA LODOVICA GULLINO

CIBO SANO, SICURO e per tutti. Sembra uno slogan, ma non lo è affatto. È stato il leit motiv del Congresso Internazionale di Patologia vegetale, organizzato a Torino nell’ormai lontano 2008, con l’International Society of Plant Pathology. Un Congresso vero, con 2000 partecipanti che arrivavano da più di 80 paesi. Persone in carne e ossa, senza mascherine, che si salutavano abbracciandosi e stringendosi le mani. Non volti più o meno felici spiaccicati sullo schermo del computer, come succede oggi. Di quell’indimenticabile Congresso fui l’organizzatore e, insieme con il Comitato scientifico, volli porre la sicurezza alimentare nel suo senso più ampio, intesa come sicurezza dei prodotti (cioè assenza di residui e contaminanti) e disponibilità di cibo per tutti (la cosiddetta food security), al centro del dibattito. 

Negli anni delle vacche grasse ci siamo dimenticati da dove arriva il cibo, pensavamo che non si sarebbe mai mancato

Erano anni di grande benessere. La crisi finanziaria era oramai alle porte, ma noi, comuni mortali, non lo sapevamo. Nei paesi industrializzati, con le nostre pance piene, spesso ridondanti, pensavamo che il cibo non ci sarebbe mai mancato. Eravamo ricchi, e con i soldi si compra tutto. Si potevano consumare frutti esotici trasportati in un battito d’ali dai paesi più lontani, prelibatezze e raffinatezze pagate a peso d’oro. E per quanti anni sono imperversati gli “Chef”, veri e propri guru che ci hanno fatto dimenticare da dove arriva il cibo e che hanno stimolato molti ragazzi a iscriversi agli istituti alberghieri, sognando vite da chef pluristellati e milionari? Non potevamo non sapere che milioni, miliardi di persone non vivevano proprio allo stesso modo. Ma essi erano lontani da noi e pensare a loro a qualcuno dava pure fastidio. Beh, diciamoci che non è andata proprio così come speravamo. Pomodori e melanzane non nascono nei supermercati, nemmeno quelli più esclusivi, e le migliaia di diplomati usciti dagli istituti alberghieri ora si scontrano con una realtà meno dorata, fatta di duro impegno e successo non sempre garantito.  

Ma cosa è andato storto? Gli anni di vacche grasse ci hanno forse fatto perdere qualche pezzo importante? Forse sì. L’agricoltura, intesa come attività produttiva in grado di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita e di produrre reddito per chi la pratica non è stata, forse, per anni, presa nella giusta considerazione. Additata da molti come la causa unica o principale del degrado ambientale e quindi per ciò vituperata, l’agricoltura ha cominciato gradualmente a non essere più vista come un’attività fondamentale per la vita e salute del pianeta. È spesso mancato il sostegno necessario agli agricoltori per aiutarli a produrre di più (perché piaccia o no una popolazione crescente si nutre producendo di più) e meglio. Nel frattempo si sono sviluppati diversi movimenti tesi a promuovere forme di agricolture del tutto lecite e praticabili in aree particolari e/o su superfici limitate e vocate, ma non capaci, da sole, di sfamare il mondo. È avvenuta, spesso, un’azione di criminalizzazione dell’agricoltura cosiddetta “industriale”, quasi ci sfamassimo tutti quanti coltivando l’orto dietro casa. E così, invece di stimolare l’agricoltura industriale a crescere e migliorare, si è favorito il crearsi di una dicotomia che ha portato spesso a una vera e propria rivalità tra l’agricoltura industriale (la nemica) e le “altre” agricolture, definite per antonomasia “pulite”.  

Dal 2020 è cambiato tutto, anche nei campi, con la pandemia e la guerra in Ucraina [credit Cecilia Fabiano/La Presse]

Se si è ricchi e/o poco sensibili ai problemi di chi vive con 1-2 dollari al giorno (sì, avete letto bene, non manca uno zero e nemmeno due) va bene così. E avrebbe potuto continuare così per anni. Purtroppo, a partire dall’inizio del 2020 tutto è cambiato. La pandemia da Covid-19 prima e, ancora di più, la guerra in Ucraina poi, hanno inesorabilmente sparigliato le carte. La pandemia da Covid-19 ha riportato d’attualità l’importanza dell’agricoltura. Mentre tutto si è fermato, gli agricoltori hanno continuato a coltivare e produrre. E probabilmente questo l’ha capito anche chi, nei primissimi giorni, si era precipitato a fare incetta di cibo, temendo che i supermercati si svuotassero. Non sono altrettanto sicura che tutti quanti abbiamo compreso fino in fondo la fatica di chi continuava a coltivare i campi e a industriarsi per commercializzare i suoi prodotti in un mondo che pareva sospeso. Le nostre pance continuavano a riempirsi. Come effetto collaterale della pandemia e dello smart working molti di noi sono perfino ingrassati. Non avevamo neppure fatto in tempo a scordare l’importanza dell’agricoltura, di cui ci eravamo appena resi conto, che la guerra in Ucraina ci ha messi di fronte a una realtà tanto nuova quanto inattesa.  

Quanto sta succedendo ci mette di fronte a una tristissima realtà: il cibo per tutti non è così scontato

Ma è mai possibile che il cibo possa mancare anche nei paesi ricchi? A cosa serve allora il nostro benessere? Con i soldi non si può comprare tutto? Non è forse la povertà la causa della fame?  Noi siamo ricchi: ergo noi non possiamo soffrire la fame. E invece non è proprio così. Una guerra tanto assurda quanto inattesa dai più, distratti da altro, ci ha costretti a cercare sulla cartina l’Ucraina e a fare i conti sul fatto che buona parte del grano, dell’olio di girasole e del mais per alimentazione animale che si consumano nel mondo, così come dei fertilizzanti, arriva da quel paese neppure così lontano. Forse il primo pensiero di qualcuno sarà anche stato: pazienza, il pane fa ingrassare, lo elimineremo. E i fertilizzanti, così inquinanti, ma chi mai li utilizza ancora? Purtroppo non è così semplice. Quanto sta succedendo ci mette di fronte a una tristissima realtà: il cibo per tutti non è così scontato. Non importa vivere in un paese cosiddetto ricco. Pur meno gravi, grazie a una maggiore capacità di reazione, problemi di approvvigionamento di prodotti agricoli basilari per la nostra alimentazione (e salute) possono anche interessare i paesi industrializzati. Almeno questo, in conclusione, dovremmo averlo capito un po’ tutti. (3. fine)— Le prime due parti sono state pubblicate il 23 maggio e il 30 maggio 2022© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

È nata a Saluzzo, origine di cui è molto orgogliosa. Dalla fine degli anni ’70 si occupa di malattie delle colture orto-floro-frutticole all’Università di Torino, dove è ordinario di Patologia vegetale e Vice-Rettore per la valorizzazione del capitale umano e culturale dell’Ateneo. Figlia di imprenditori agricoli e imprenditrice lei stessa, ha vissuto e lavorato per lunghi periodi all’estero. A Torino dirige il Centro di Competenza Agroinnova dell’Università di Torino, da lei fondato nel 2002. È anche giornalista pubblicista. Dopo tanti lavori e libri scientifici, ha voluto cimentarsi con una scrittura più lieve. Ha cominciato con “Spore” (Daniela Piazza Editore, 2014), cui sono seguiti, sempre con lo stesso editore, nel 2015  un libro per ragazzi, “Caccia all’alieno” e, nel , “Valigie: cervelli in viaggio”. Nel 2018 ha pubblicato, con Gabriele Peddes, un libro a fumetti “Angelo, il Dottore dei  Fiori” con Edagricole, Business Media. In occasione dell’Anno Internazionale sulla Salute delle piante ha preparato un altro libro per ragazzi, “Healthy plants, healthy planet” (Fao), tradotto in numerose lingue.