L’informazione secondo Mario Monti: «col Covid va somministrata in modalità meno democratiche»

Nella lotta al Coronavirus «bisogna trovare delle modalità meno democratiche nel dosare l’informazione; in una situazione di guerra si devono accettare delle limitazioni alle libertà» afferma in diretta su La7 il senatore a vita. Nessuna reazione dai giornalisti presenti in studio a “In Onda”. Poi si “corregge” e ribadisce: «espressione infelice, ma il tema esiste». Di nuovo silenti: timore reverenziale o assenso?


Il corsivo di VITTORIO EMILIANI

Fermo immagine della diretta di sabato 27 novembre con Conchita De Gregorio, David Parenzo e Marco Damilano

L’ALTRA SERA MARIO MONTI, economista e già primo ministro — molto discusso — della “stretta” ha ribadito ad un gruppo di colleghi che vanno per la maggiore, come Marco Damilano e Concita De Gregorio, che «bisogna trovare delle modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione». Nessuno di loro ha sentito il bisogno di rivendicare che l’informazione, “cane da guardia della democrazia” (o non più?), deve fare il suo mestiere, con rigore, accortezza, sensibilità, certo. E però senza “dosaggi” che suonerebbero come un’autocensura preventiva. O no? Il termine “somministrazione” poi sembra quanto mai stonato e fuori luogo. Ma che è, una medicina? 

Nessuno dei presenti si è sognato di intervenire per obiettare qualcosa, per ribadire l’autonomia dell’informazione, per confermare che il compito del giornalismo è principalmente quello di spiegare la materia di cui si tratta invece di “somministrarla”. Siamo purtroppo ridotti così; siamo alla semplice narrazione degli eventi e delle decisioni di governo in un interminabile talk show quotidiano a reti unificate: con intrattenitori pescati nei giornali col casting del manuale Cencelli, “esperti” che si contraddicono e tuttologi che imperversano, tutti a gettone. E poi ci lamentiamo se vi sono frange del Paese (1 su 10 dice il presidente Mattarella) che ancora rifiutano il vaccino e animano la movida in strade e piazze, organizzano feste private nelle case, salvo poi buscarsi il Covid, andando a togliere negli ospedali posti letto specializzati a chi, senza colpa veruna, è stato contagiato o magari soffre di altre patologie che necessitano di un pronto ricovero ospedaliero e di cure intensive.

È un giornalismo, quello attuale, che si contenta di una narrazione di fatti e fenomeni, con sceneggiature accattivanti e una spruzzata di ospiti. Magari piacevole, brillante. Ma solo narrazione. Punto e basta. Difatti, sabato sera nessuno è, sia pure garbatamente, insorto (Monti è pur sempre un signore di 78 anni, un senatore a vita, un bocconiano) per ricordare che la funzione del giornalismo in una democrazia compiuta non è quella di dosare questa o quella “somministrazione” compromissoria, bensì quella di dare una informazione seria, certa, fondata, raccontando la verità dei fatti verificati. Altrimenti il famoso “cane da guardia” diventa un patetico e inoffensivo cagnolino da salotto buono. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.