Chi della minoranza ha votato o fatto votare per La Russa non lo ha fatto gratis, per stima personale. Né per evidenziare la fragilità del patto d’acciaio della destra che si sarebbe notata molto di più con la mancata elezione del candidato ufficiale. Per carità! Atteggiamenti simili capitano anche quando si vogliono mandare dei messaggi tra partiti o all’interno stesso dei partiti, come è possibile in questo momento in cui ci sono da dividersi i ben pochi ruoli istituzionali delle Camere. Ma perché non si scrivono, visto che non pagano nemmeno il francobollo?


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Dario Franceschini e Ignazio Benito Maria La Russa

GLI ADEMPIMENTI DI convalida delle elezioni hanno impiegato settimane durante le quali i partiti — vincitori e perdenti — hanno confermato i loro ferrei impegni, la loro più totale coerenza. Da un lato la compattezza della maggioranza e dall’altro la determinazione delle minoranze nella lotta dura, senza paura. Finalmente è cominciata la quinquennale legislatura e non erano passate due ore che uno dei tre partiti di centrodestra non votava il loro candidato alla presidenza del Senato che però veniva votato da un nutrito drappello della opposizione. Proprio lui, Ignazio Benito Maria La Russa, la quintessenza della “nostalgia”.

L’aiutino (aiutone, ora che il numero dei senatori è sceso a 200) non è sorto spontaneo all’ultimo momento, deve essere stato ricercato ed organizzato dal giorno prima. Il che significa che c’è una forza, più probabilmente una interforza (composta da membri di più partiti), pronta a portare soccorso al prossimo governo ogni volta necessaria, facendo venir meno la capacità ricattatoria e di veto di Forza Italia o Lega nei confronti dell’azionista di maggioranza (di ultramaggioranza).

Ovviamente chi della minoranza ha votato o fatto votare per La Russa non lo ha fatto gratis, per stima personale. Né per evidenziare la fragilità del patto d’acciaio della destra che si sarebbe notata molto di più con la mancata elezione del candidato ufficiale. Per carità! Atteggiamenti simili capitano anche quando si vogliono mandare dei messaggi tra partiti o all’interno stesso dei partiti, come è possibile in questo momento in cui ci sono da dividersi i ben pochi ruoli istituzionali delle Camere. Ma perché non si scrivono, visto che non pagano nemmeno il francobollo?

I celebri appellativi riservati da Silvio Berlusconi a Giorgia Meloni

Certamente il termine “furbacchioni” con cui il ministro Orlando stigmatizza il comportamento dei franchi tiratori non lo fa apparire poi così scandalizzato. A proposito di termini appropriati: Berlusconi — quando vuole — sembra un dizionario dei sinonimi e dei contrari. Data l’età un po’ avanzata, si prepara dei pro memoria di tutti i difetti degli interlocutori e ne stila un giudizio finale. Ad esempio: “persona con cui non si può andare d’accordo”, così quando li incontra sa come comportarsi.

Se volete sapere i più reconditi pensieri del Cavaliere basta recarsi in tribuna stampa al Senato e leggere i pizzini che lascia squadernati sul suo scranno. Il famoso quarto d’ora di celebrità di AndyWarholiana memoria questa volta spetta alla onorevole senatrice Licia Ronzulli, la pasdaran di Forza Italia. Pare che tutti gli stalli, incomprensioni, ritardi, sospetti che circolano nel centrodestra dipendano dalla sua inflessibilità, grazie anche alla solidarietà della “quasi moglie”. Nell’elenco dei ministeri rivendicati (ormai noti a tutti), metà portano il nome Ronzulli a fianco: non si sa se sono alternativi tra di loro o sono da interpretarsi come la somma dei medesimi. Nel qual caso Forza Italia sarebbe di una sobrietà inattaccabile, chiedendo un unico ministero.

La storia è spesso paradossale. Fa impressione assistere ad un Berlusconi frastornato e impotente che si rigira incredulo i suoi foglietti sotto gli occhi spietati delle telecamere. Proprio lui che si considera il padre della tv. E anche pensare che la più dolorosa delle sconfitte gli è procurata da una donna, lui che si considera il più grande estimatore della figura femminile. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.

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