Washington DC, Distretto di Columbia: “semi-colonia” politicamente maltrattata dagli Stati Uniti

Nella democrazia americana non c’è solo un problema di diritto al voto, che con vari artifici viene limitato nei confronti delle minoranze e delle classi più povere. C’è anche un problema costituzionale di rappresentanza popolare. Il Collegio elettorale, che ogni quattro anni elegge il presidente, pur essendo eletto dal popolo distorce il voto popolare e può succedere (come è successo nel 2016) che il presidente eletto non sia quello che ha ottenuto più voti. Anche nelle elezioni congressuali la distorsione tra voto popolare e rappresentanza opera in vario modo. Al senato, in base alla Costituzione ogni stato elegge due senatori, il che vuol dire che la California con 36 milioni di abitanti ha lo stesso numero di senatori del Wyoming che di abitanti ne ha 600.000. Il risultato è che nell’attuale senato i democratici hanno 50 senatori che rappresentano 170 milioni elettori, lo stesso numero dei repubblicani che rappresentano 125 milioni di elettori


L’articolo di STEFANO RIZZO, americanista

L’ex “semi-colonia” americana di Cuba e, in alto, la paciosa spiaggia della storica Baia dei Porci

GLI STATI UNITI sono un paese democratico, nato proprio da una guerra di indipendenza per liberarsi dal dominio coloniale britannico, e si sono sempre battuti contro il colonialismo… Sì, degli altri. La storia è lunga e complicata: l’egemonia e l’ingerenza militare degli Stati Uniti sul continente americano risale alla metà dell’800 (dottrina Monroe), ma non si trattava ancora di colonie. Alla fine del secolo invece gli Stati Uniti possedevano una diecina di colonie — possedimenti, territori, o comunque li si chiami: la sostanza è quella — dall’America del Nord, ai Caraibi al Pacifico: l’Alaska acquistata dalla Russia nel 1867, le Hawaii occupate nel 1893 con un colpo di mano che rovesciò la monarchia autoctona, Cuba, Portorico e le Filippine strappate alla Spagna con la guerra del 1898, più altri territori minori sparsi in tutto il Pacifico. Alaska e Hawaii divennero stati dell’Unione nel 1959. Ironia della sorte in quello stesso anno la rivoluzione castrista liberò Cuba dal dominio americano, ma non impedì le ritorsioni economiche e i numerosi tentativi di colpo di stato che negli anni successivi furono messi in atto da parte del grande vicino. Le Filippine, a parte la parentesi di occupazione giapponese, rimasero a lungo sotto il controllo militare americano, e fu lì che nel secondo dopoguerra un generale americano, Edward Lansdale, sperimentò per la prima volta le spietate tecniche di controguerriglia contro i movimenti indipendentisti e di liberazione che negli anni successivi verranno applicate in Vietnam, in Centro America e, ancora recentemente, in Afghanistan.

Il Castello San Felipe del Morro a San Juan de Puerto Rico e lo stato-isola semi-colonia americana dei Caraibi

Tra le grandi semi-colonie solo Portorico rimane a tutt’oggi privo di indipendenza e non è diventato uno stato dell’Unione. Il movimento indipendentista nell’isola è tuttora forte, seppure minoritario, ma il risentimento nei confronti degli Stati Uniti non si è spento, per motivi economici oltre che identitari. I portoricani, a larghissima maggioranza di lingua spagnola, hanno un reddito pro capite annuo che è la metà di quello degli Stati Uniti ($32.000 rispetto a $63.000) e per legge sono obbligati a importare anche le derrate alimentari dal continente, usando solo navi americane, a prezzi superiori a quelli dei vicini caraibici. Soprattutto, pur essendo cittadini americani, non possono votare né nelle elezioni presidenziali, né in quelle per il Congresso (in compenso però possono votare nelle primarie). Portorico ha una popolazione di quasi tre milioni e mezzo di abitanti; gli altri territori degli Stati Uniti — Guam, Isole Vergini degli Stati Uniti, Samoa americana, Marianne del Nord — sono molto più piccoli e meno popolati, in tutto poco più di 300.000 abitanti, ma anche loro sono nelle stesse condizioni quanto a diritti politici: eleggono il proprio governo locale, ma non possono votare nelle elezioni federali. La loro utilità per la madrepatria (ammesso che la considerino tale) sta nella posizione geografica in mezzo al Pacifico che li rende altrettante pietre miliari di importanza strategica verso il Giappone, la Cina e l’intero Indopacifico.

La statua di Abramo Lincoln a Washington

C’è infine un’altra “semi-colonia” che, a differenza delle altre, è situata nel cuore degli Stati Uniti, anzi ne è la capitale: Washington D.C., il Distretto di Columbia. Con Washington D.C. non si intende l’intera area urbana che conta diversi milioni di abitanti e si sviluppa nei contigui stati della Virginia e del Maryland, ma il solo distretto federale che ha circa 700.000 abitanti e contiene gli uffici del governo federale, la Casa Bianca e la miriade di altre agenzie governative. Anche se elegge il proprio sindaco, il Distretto è posto sotto il controllo del governo federale che ne stabilisce il bilancio e amministra la giustizia. A differenza degli altri territori meno fortunati, grazie ad un emendamento alla Costituzione, dal 1964 gli abitanti di Washington posso votare per il presidente degli Stati Uniti, ma non per il senato, mentre possono solo eleggere un delegato alla camera, che però non ha diritto di voto. Pur essendo la capitale, la vita nel D.C. non è delle migliori: a parte le decine di migliaia di funzionari governativi e di lobbisti, che guadagnano bene o molto bene, la maggior parte della popolazione — composta per quasi il 60% da neri e ispanici, mentre i bianchi sono solo il 37% — ha un reddito molto più basso di quello del resto degli Stati Uniti, il 15 per cento vive sotto la soglia di povertà (il doppio del resto del paese) e la criminalità violenta è tra le più alte. Come è prevedibile, il particolare status amministrativo della città, con competenze sovrapposte tra governo federale, i due stati confinanti e sindaco, rende difficile gestire la sicurezza perfino degli edifici federali, come si è visto un anno fa in occasione dell’assalto dei sostenitori di Trump al Campidoglio, quando per ore non si è capito chi e come dovesse intervenire, se la guardia nazionale (degli stati), l’esercito (del governo federale), la polizia (della città) o il corpo di polizia del Congresso.

“I vote today”, l’adesivo che viene dato a chi vota.

Tirando le somme: anche escludendo i nove piccoli possedimenti del Pacifico che sono soprattutto basi militari e sono scarsamente popolati, ci sarebbero molte buone ragioni per dare diritto di voto e piena autonomia amministrativa ai quattro milioni e mezzo di americani che vivono a Portorico, a Washington e nelle altre quattro quasi-colonie. La cosa interessa molto il partito democratico, dal momento che in base ai sondaggi se ne avvantaggerebbe sul piano elettorale, e per lo stesso motivo non interessa il partito repubblicano, che conseguentemente vi si oppone con forza. E così, in questo come in altri campi, il paese è paralizzato — e lo rimarrà a lungo.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)