Secondo un rapporto di Greenpeace la deforestazione legale e illegale è cresciuta del 75,6% durante la presidenza Bolsonaro, caratterizzata dal negazionismo climatico: «Alla fine dei conti, il Brasile non deve nulla al mondo in relazione alla salvaguardia dell’ambiente», aveva detto l’ex militare brasiliano nel 2019, poco dopo la sua elezione. Lula ha invece promesso di agire con forza per combattere la deforestazione e le attività minerarie illegali e ridare forza alle istituzioni di salvaguardia e al dialogo internazionale, facendo della crisi climatica «una priorità assoluta». al pettine anche la questione del genocidio indigeno, con cifre allarmanti: quasi 200 uccisioni nel 2021 nella impari guerra non dichiarata contro gli attivisti ambientali delle tribù che vivono nelle zone della foresta che fanno più gola agli sfruttatori delle risorse del suolo e del sottosuolo brasiliano


L’analisi di CESARE PROTETTÌ

IL 30 OTTOBRE il Brasile è chiamato a scegliere, nel ballottaggio, tra un ex presidente, di sinistra, Luiz Inácio Lula da Silva e il capo dello Stato uscente, di destra, Jair Bolsonaro. Il leader progressista ha sfiorato la vittoria al primo turno, ottenendo il 48,4% dei voti, contro il 43,2% di Bolsonaro che negli ultimi giorni aveva recuperato uno svantaggio notevole. Sarà una scelta tra due visioni dello sviluppo del Brasile, nelle quali è centrale il destino della foresta amazzonica. Una scelta dunque che ci interessa tutti, in tutti gli angoli del pianeta. Oggi il Brasile è il sesto Paese al mondo per emissioni di anidride carbonica proprio mentre — secondo il Wwf — solo nei primi sei mesi del 2022, la deforestazione ha distrutto quasi 4.000  km² della foresta amazzonica brasiliana. In tutto, da quando Bolsonaro è salito al potere, oltre 40mila km² di foresta sono stati tagliati: un’area più grande del Belgio.

Secondo i dati di Greenpeace la deforestazione legale e illegale è cresciuta del 75,6% durante la presidenza Bolsonaro

Il “polmone verde della terra” è ora pericolosamente vicino a un punto di non ritorno oltre il quale ci sarebbero conseguenze irreversibili per l’intero pianeta. Secondo un rapporto di Greenpeace la deforestazione legale e illegale è cresciuta del 75,6% durante la presidenza Bolsonaro, caratterizzata dal negazionismo climatico: «Alla fine dei conti, il Brasile non deve nulla al mondo in relazione alla salvaguardia dell’ambiente», aveva detto l’ex militare brasiliano nel 2019, poco dopo la sua elezione. Lula ha invece promesso di agire con forza per combattere la deforestazione e le attività minerarie illegali e ridare forza alle istituzioni di salvaguardia e al dialogo internazionale, facendo della crisi climatica «una priorità assoluta». Il Brasile avrebbe bisogno di una svolta rapida nelle strategie per l’Amazzonia, ma non sarà semplice bilanciare gli obiettivi ecologici con quelli economici. Un problema che riguarda ormai tutta la Panamazzonia e i popoli dei 9 Paesi del bacino amazzonico: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese.

C’è poi la questione del genocidio indigeno, con cifre allarmanti: quasi 200 uccisioni nel 2021 nella impari guerra non dichiarata contro gli attivisti ambientali delle tribù che vivono nelle zone del che fanno più gola agli sfruttatori delle risorse del suolo e del sottosuolo brasiliano. Tra le questioni aperte c’è anche quella dell’autostrada amazzonica che unisce Manaus al resto del Brasile, la BR.319 che oggi è una lunga lingua di sterrato, spesso inaccessibile per il fango, che entrambi, Lula e Bolsonaro, vorrebbero asfaltare contro il parere delle associazioni ambientaliste e per i diritti degli indigeni che vedono nell’autostrada il pericolo di nuove attività antropiche dannose e il rischio conseguente di quintuplicare la deforestazione da qui al 2030.

José Gregorio Díaz Mirabal, leader del popolo indigeno Wakuenai Kurripaco

L’8 ottobre scorso nelle caselle di posta elettronica degli avaaziani è arrivato un forte appello firmato da José Gregorio Díaz Mirabal, leader del popolo indigeno Wakuenai Kurripaco e coordinatore generale delle organizzazioni indigene del bacino amazzonico (COICA). Chi sono gli avaaziani? Avaaz, che significa “voce” in diverse lingue europee, mediorientali e asiatiche, è una iniziativa lanciata nel 2007 con l’intento di dare la possibilità a milioni di persone di impegnarsi su questioni urgenti di carattere globale e nazionale, dalla corruzione alla povertà ai conflitti e al cambiamento climatico. La comunità di Avaaz agisce in 17 lingue, grazie a un team di professionisti e a migliaia di volontari, per influire sulle decisioni che riguardano tutti noi firmando petizioni, finanziando campagne di comunicazione e azioni sul campo.

«Mi chiamo Gregorio — diceva l’appello — e sono il leader di oltre 500 comunità indigene della foresta amazzonica. Stanno divorando nostra madre, l’Amazzonia. Altri quattro anni di politiche disastrose potrebbero spingere la foresta pluviale a un punto di rottura irreversibile, trasformando aree di alberi lussureggianti in savana sterile, influenzando l’andamento meteorologico e accelerando il cambiamento climatico». Pochi giorni dopo la diffusione di questo appello, Kona Kanamar, capo della tribù brasiliana Tukuna, uno degli ultimi “Guerrieri della Foresta” che, armati di frecce e lance, pattugliano i territori che la Costituzione brasiliana assegna loro, è stato raggiunto da Daniele Mastrogiacomo di “Repubblica”.

Anche attraverso gli incendi, l’agrobusiness in Brasile è funzionale ai progetti di colonizzazione dell’Amazzonia

A Mastrogiacomo Kona Kanamar ha esposto altre criticità attuali come l’attività dei pescatori di frodo che si è aggiunta a quella dei garimpeiros (i cercatori d’oro), sempre più aggressivi, e dei fazendeiros sfruttatori del territorio. Oro, petrolio, rame, legname, coltivazioni intensive: la depredazione delle ricchezze dell’Amazzonia continua oggi anche sotto forma della pesca illegale di piracù e tracajà, specie ittiche molto richieste dai mercati asiatici. Valgono fino a 70 dollari al chilo. Caccia anche alle tartarughe liakaplam che arrivano a mille euro. Il giornalista Dom Phillips di “The Guardian” e l’ex funzionario ambientale Bruno Pereira sono stati uccisi per questo: «Avevano da poco denunciato l’attività dei pescatori di frodo. Hanno pagato con la vita», dice ancora Kona Kanamar nell’intervista. 

Nel libro Frontiera Amazzonia (Emi, 2020), Lucia Capuzzi e Stefania Falasca hanno denunciato i traffici di legname che grondano sangue sulla tripla frontiera tra Colombia, Brasile e Perù, e hanno dato voce a chi resiste alla forza dell’agrobusiness in Brasile funzionale ai progetti di colonizzazione dell’Amazzonia. Progetti «animati dallo spirito di dominio e di rapina: venire a sfruttare, per poi andarsene con le valigie piene», come ha scritto il cardinale Cláudio Hummes nella prefazione del libro.

E poi c’è stata la diffusione del Covid-19 tra gli indios, l’ultimo dramma per l’Amazzonia e per le favelas delle grandi città, contro il quale Bolsonaro ha fatto poco o nulla. Tutto questo sicuramente peserà al ballottaggio del 30 ottobre, come pesa l’ampio ricorso alla disinformazione e alle fake news contro le quali è intervenuto il Tribunale superiore elettorale del Brasile (Tse) obbligando i team elettorali dei candidati a ritirare dalla rete una serie di testi e video.

Chi vincerà il 30 ottobre? Secondo un recente sondaggio dell’Istituto Datafolha Lula è sempre in testa nelle intenzioni di voto dei brasiliani, stabile al 49% contro 45% di Jair Bolsonaro, che però ha guadagnato un punto rispetto alla precedente indagine. Ma le urne, come è già accaduto, possono riservare sorprese fino all’ultimo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).

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