Da una parte l’Europa può asservirsi sempre di più agli Usa, sperando che questo porti a una rapida vittoria, dall’altra parte l’Europa può emanciparsi dal dominio Usa, proporsi come intermediario e imporre la pace. I rischi sono enormi in entrambi i casi: si propizia una lunga durata della guerra o ci si espone alla rappresaglia americana. Entrambe le scelte portano a una catastrofe. Capisco chi preferisce la prima, cedere agli Usa anziché ribellarsi; io personalmente preferirei la seconda, ma su questo incide una deformazione professionale, e cioè che l’adozione della prima alternativa implica l’allontanamento della verità dal dibattito politico e culturale. D’altra parte, proprio per la mia fiducia nella razionalità di fondo degli esseri umani, capisco che la prima alternativa sia la migliore per chi, non potendo fare nulla, preferisce illudersi. C’è una terza alternativa?


L’intervento di GUIDO ORTONA

Nello scontro imperiale tra Stati Uniti e Cina, l’Europa può uscirne stritolata; sotto il titolo, un condominio a Dnipro, in Ucraina, sventrato da un missile negli ultimi giorni dell’invasione russa in corso da undici mesi

CHE LA GUERRA in Ucraina sia parte della crisi generale dell’ordine mondiale instauratosi dopo il crollo dell’Unione Sovietica comincia, un po’ in ritardo, ad essere riconosciuto abbastanza largamente. Chi volesse saperne di più troverà due ottime (e non troppo tecniche) introduzioni nell’articolo del prof. Ernesto Screpanti scaricabile da questo sito Ernesto Screpanti: Ucraina: la guerra di Putin, la guerra di Biden (sinistrainrete.info), e nel libro di Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale, Asterios, 2022. La situazione è riassumibile così. Gli Stati Uniti lottano per mantenere il loro impero globale. La Cina lotta per crearne uno suo, il che implica il ridimensionamento dell’impero americano.  Gli avversari degli Usa sono la Cina, ma anche la Germania e l’Unione Europea che ne costituisce un’appendice. Da questo scontro conseguono molteplici conflitti locali; se si vuole comprenderli bisogna ricondurli a quello sfondo.

Così stando le cose, l’Europa e l’Italia si trovano di fronte a una scelta tragica, cioè a una scelta fra alternative ciascuna delle quali comporta comunque risultati molto negativi. Da una parte l’Europa può asservirsi sempre di più agli Usa, sperando che questo porti a una rapida vittoria e quindi che si possa tornare a rientrare nel “primo cerchio” dei popoli asserviti agli Usa. I rischi sono enormi:  in questo modo si propizia una lunga durata della guerra, si accettano i costi crescenti che ciò comporta, si diventa, ove gli Usa lo ritengano utile, la prima linea del fronte e naturalmente si interrompono per (quasi) sempre le prospettive di una proficua collaborazione con la Russia e la Cina. E naturalmente gli stati relativamente più forti dell’Unione (la Germania) faranno — e fanno — di tutto per scaricare i costi su quelli più deboli (l’Italia). Dall’altra parte l’Europa può emanciparsi dal dominio Usa, proporsi come intermediario e imporre la pace. Ma i rischi sono ancora più grandi: ci si esporrebbe alla rappresaglia americana. Dall’Iran al Cile per arrivare fino al sabotaggio del North Stream sappiamo che gli Usa non si fermano davanti a nulla se i loro interessi imperiali sono in gioco. Forse sanzioni economiche pesantissime saranno sufficienti; forse no.

Entrambe le scelte portano a una catastrofe. Capisco chi preferisce la prima, cedere agli Usa anziché ribellarsi; io personalmente preferirei la seconda, ma su questo incide una deformazione professionale, e cioè che l’adozione della prima alternativa implica l’allontanamento della verità dal dibattito politico e culturale. I politici non potranno dire “combattiamo per l’Ucraina perché il padrone ce lo ordina”, dovranno dire — e dicono — “combattiamo per la civiltà”. I giornalisti non potranno dire… bé, potranno dire — e dicono — solo ciò che fa comodo ai loro padroni. Per uno che ha passato la vita a cercare di spiegare perché la gente di solito si comporta in modo razionale (sono un professore di economia in pensione), dovere avere a che fare con un simile stravolgimento della realtà è un po’ troppo faticoso. 

Mi sono spesso chiesto come sia stato possibile, un secolo e mezzo fa, che l’opinione pubblica in Francia e in Inghilterra credesse davvero che l’imperialismo fosse finalizzato a portare la civiltà ai barbari. Adesso comincio a capirlo. D’altra parte, proprio per la mia fiducia nella razionalità di fondo degli esseri umani, capisco che la prima alternativa sia la migliore per chi, non potendo fare nulla, preferisce illudersi. La discesa nell’abisso, se non altro, sarà progressiva e gli inevitabili traumi sono rinviati a un futuro che ci si può illudere non verrà mai. E ci si potrà più agevolmente rifugiare nell’idea consolatoria che la guerra sia una guerra giusta, combattuta per motivi ideali. Il rifiuto della realtà può essere una scelta corretta per chi vuole vivere tranquillo. Ho dovuto riassumere ciò che scrivono gli autori citati in poche righe. Vorrei pregare chi ritiene di mettere in discussione l’analisi qui riportata di leggere prima i loro testi, altrimenti non potrei rispondere che invitando l’interlocutore a farlo. Sarei contento se qualcuno riuscisse a smentire tale analisi, ma temo che sia impossibile. Mi basterebbe che qualcuno possa proporre l’esistenza di una terza alternativa. Ma anche questo mi sembra molto difficile. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Ha studiato economia a Torino, dove è stato allievo di Siro Lombardini, e ad Ancona, dove è stato allievo di Giorgio Fuà. È stato professore ordinario di politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale; in precedenza ha insegnato all’Università di Torino e alla Luiss di Roma. È in pensione dal 2017. Si è occupato di politica economica, scelte collettive ed economia sperimentale. È autore di un’ottantina di pubblicazioni scientifiche e di un romanzo di fantaeconomia, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro, Biblioteca del Vascello, 2016.