Venticinque anni senza Antonio Cederna, infaticabile gigante nella tutela del nostro patrimonio

Antonio Cederna ci ha lasciati il  27 agosto del 1996; era nato a Milano il 27 ottobre 1921

Antonio era venuto a Roma per una ricerca archeologica che compì e pubblicò, ma venne quasi subito “catturato” dal gruppo del Mondo di Mario Pannunzio formatosi da poco, esordendo con un articolo stroncatorio su Via della Conciliazione (gli orrendi obelischi divennero “le supposte dell’ano santo”) rimasta in effetti una strada “morta”. “Ai gangster dell’Appia” Cederna dedicò instancabilmente decine, centinaia di articoli, denunciando gli abusi e gli stravolgimenti di quanti, secondo la moda del momento (attori, attrici, politici, ecc.), lasciavano il centro storico romano per farsi il villone, con pezzi archeologici, sconvolgendo l’Appia Antica


L’articolo di VITTORIO EMILIANI

NEL 1921 NASCEVA a Milano Antonio Cederna, il Tonino per le tre sorelle (fra cui Camilla) di lui maggiori. Il padre era un industriale tessile colto e attivo (fra i fondatori del Touring) e la madre, Ersilia Gabba, veniva da una famiglia di cattolici progressisti, di militari curiosamente, anch’essa milanese legata alla Corsia dei Servi dove operava fra gli altri padre David Turoldo. Antonio sarebbe morto nel 1996 e quindi cadono quest’anno, oggi per la precisione, anche i venticinque anni dalla scomparsa di questo straordinario personaggio che dall’archeologia — per la quale si era laureato a Pavia col grande cartografo Plinio Fraccaro (per noi studenti pavesi semplicemente “il Plinio”, anticlericale senza se e senza ma) — era approdato al giornalismo. 

Una delle più celebri inchieste di Antonio Cederna sullo scempio del Bel Paese

Antonio era dunque venuto a Roma per una ricerca archeologica che compì e pubblicò, ma venne quasi subito “catturato” dal gruppo del Mondo di Mario Pannunzio formatosi da poco, esordendo con un articolo stroncatorio su Via della Conciliazione (gli orrendi obelischi divennero “le supposte dell’ano santo”) rimasta in effetti una strada “morta”. Antonio Cederna — che collabora senza avere un contratto di lavoro e quindi senza contributi — diventa il protagonista e l’animatore di tutte le grandi battaglie per la difesa del centro storico romano. In realtà, di tutti i centri storici italiani che il fascismo ha sventrato e ricostruito con enfasi retorica insopportabile, a misura di gerarca locale: Brescia ad esempio, dove aveva mano libera Lanfranconi, o Cremona, dove imperava il peggiore di tutti, Farinacci. Con danni incalcolabili. Nessuno quanti Mussolini stesso che dalla sua finestra di Palazzo Venezia voleva arrivare dritto al Colosseo dopo incredibili demolizioni (due chiese antiche, fra l’altro) con Via dell’Impero inaugurata a cavallo ovviamente.

Antonio Cederna era uomo di inchiesta, scrupoloso, attentissimo ai dati reali. Quando Bologna col sindaco Guido Fanti e l’assessore all’edilizia Pier Luigi Cervellati promosse un grande piano di recupero del quartiere popolare di San Leonardo, il Tonino non la finiva più di chiedere, di pretendere dati socio-economici dal momento che quelle case antiche avevano le dimensioni, oltre tutto, degli alloggiamenti del Villaggio Olimpico di Monaco del 1972.

All’epoca era già stato consigliere comunale a Roma con Aldo Natoli e Arnoldo Foà nella lista del Psi per cercare di parare su Monte Mario la sciagura urbanistica del maxi-albergo Hilton che avrebbe poi visto ogni giorno aprendo le finestre della casa dia via Romagnosi 20, una maledizione. La Giunta di centrodestra di Urbano Cioccetti riuscì infatti a far approvare quell’orrore sconciando così l’intatto panorama di Monte Mario tutto viti e ulivi,  accompagnandolo con una strada panoramica che avrebbe fatto a fette il colle con in cima la chiesa del Rosario. Fu una battaglia accesissima ma purtroppo perdente. Come si può constatare.

Cultore di Manzoni, Antonio Cederna recitava a memoria (anche in inglese antico) l’Amleto di Shakespeare

Antonio — che era anche un cultore di Manzoni — in via Romagnosi recitava spesso a memoria interi brani del grande scrittore milanese. E, da appassionato tifoso di calcio (dell’Ambrosiana-Inter), mi rendeva suo complice quando voleva vedere la Domenica sportiva e c’erano ospiti a cena. Di Meazza diceva che volava come un angelo scartando anche il portiere con leggerezza. Per i campionati del mondo del 1976, mi pare, vedemmo ben 4 partite di seguito serviti pazientemente da Maria Grazia: pranzo, dopopranzo, merenda, ecc. Recitava bene a memoria, anche in inglese antico, l’Amleto e una sera si esibì brillantemente con una ospite inglese in un duetto Amleto-Ofelia.

Per Roma, con Leonardo Benevolo e Italo Insolera Antonio aveva lanciato un altro progetto grandioso che, per la verità, era stato già anticipato durante l’occupazione/liberazione francese di Roma. Era l’idea di un grande parco urbano che, partendo dalle pendici retrostanti del Campidoglio, ricomprendesse tutta l’Appia Antica arrivando sino ai Castelli. All’Appia — anzi “ai gangster dell’Appia” — Cederna dedicò instancabilmente decine, centinaia di articoli, denunciando gli abusi e gli stravolgimenti di quanti, secondo la moda del momento (attori, attrici, politici, ecc.), lasciavano il centro storico romano per farsi il villone, magari con pezzi archeologici, sull’Appia Antica sconvolgendola. Fu un accusatore incessante, implacabile, spesso solitario e però indomabile, assecondato da programmi televisivi come “Bellitalia” di Fernando Ferrigno (e in parte del sottoscritto) in cui raccontava e descriveva quelle nefandezze. 

I suoi pezzi fulminanti finivano, purtroppo, spesso nelle pagine romane anziché in quelle nazionali

Finalmente un giornale gli aveva dato un contratto, uno stipendio e dei contributi, e però con Scalfari i rapporti spesso erano amari, i suoi bellissimi, fulminanti pezzi finivano in Cronaca di Roma e non in quella nazionale. Insomma una vita professionale davvero difficile che non si riuscì a riscattare con una Fondazione finanziata da Comune e Regione per la quale ci battemmo Luigi Manconi ed io, trovando in Rutelli e in Hermanin comprensione e finanziamenti. E però venimmo in pratica raggelati da “cedernisti” e soprattutto “cederniste” che non ammettevano intromissioni. Soltanto più tardi a Capo di Bove si riuscì, grazie a Rita Paris, a Paolo Berdini e a Insolera, a creare una Biblioteca Cederna degna di questo autentico gigante della tutela del patrimonio storico-artistico che riposa nella amata Valtellina di cui, dallo studio, abbracciava tanta parte del panorama, condiviso coi cugini, con figli e nipoti. In una sorta di saga dei Cederna che ha segnato lassù e a Roma un pezzo importante di storia dell’Italia migliore. Ora che pure la moglie Maria Grazia non c’è più, bisogna ricordarlo con passione e attenzione,  nei libri fondamentali come “La distruzione della natura”. “Vandali in casa”, “Mussolini urbanista”, e nelle inchieste televisive tuttora vivissime. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.