Un papiro del XX secolo a. C.: la bellissima Nefernefernefer e le fantasie erotiche di un adolescente

Copertina del racconto “Sinhue, l’Egiziano”; sotto il titolo, scena dal film “The Egyptian” (1954), tratto dal racconto di Mika Waltari e diretto da Michael Curtiz

Qui si segue Sinhue, il medico di corte, soggiogato dalla bellissima e disumana Nefernefernefer. E motivano, tanti anni dopo, una risalita del Nilo in una favolosa feluca. La Valle dei Re, l’incredibilmente moderna “reggia” mortuaria del faraone donna, Hatshepsut, il colossale tempio di Karnak, la gigantesca testa di Ramses II evocano un potere assoluto, teocratico, le cui vestigia fanno sembrare miniature i templi di Paestum!


Il racconto di HERR K. 

L’ANSIA SI STAVA TRASFORMANDO in angoscia, era passata mezzanotte e mezza e i genitori non erano ancora rientrati. Quell’ansia per ogni aspettativa sarebbe poi divenuta una fedele accompagnatrice nel tempo, ma in quel frangente si stava cumulando con un senso di colpa. Nell’attesa, infatti, aveva scorso avidamente molte pagine del libro che gli era stato appena regalato per i suoi 12 anni, “Sinhue, l’egiziano. Sulle emozioni per la nuova religione di un solo dio, Aton, propugnata dal faraone Akhenaton, per gli intrighi di corte nei quali diventava attore determinante il medico Sinhue, per le grandi battaglie con i carri falcati, la guerra con gli Hittiti, il declino dei Mitanni, il mostro del labirinto di Creta da tempo in decomposizione ma i suoi crudeli riti mantenuti in nome del potere, su tutte quelle emozioni faceva premio, su di lui, la tensione erotica scatenata dalla travolgente Nefernefernefer. E come poteva non essere così? Nefer (nfr) in egiziano medio-classico è un fonema che vuol dire “buono”, in tutti i sensi, e lei, bellissima e disumana, lasciava nella bocca dei sedotti il suono eternamente ripetuto di quel fonema: nefer nefer nefer. 

L’angoscia l’aveva spinto a un ‘fioretto’: abbandonare la seducente testa rasata sotto la pesante parrucca da cortigiana, e quei seni colmi e quel ventre snello, che esibiva nuda nella piscina alla quale aveva invitato il giovane medico Sinhue per depredarlo di tutti i suoi beni, fin la tomba dei genitori, senza neanche concederglisi. Peccaminoso, per un adolescente dell’epoca. Ma il fioretto era stato poi felicemente disatteso e il libro di Sinhue – il pauroso, secondo un antico racconto citato dall’autore, Mika Waltari, nel libro – era divenuto la causa principale del suo amore per l’Egitto. E quarant’anni dopo si era messo a studiare la scrittura sacra (medu necer = i bastoni di dio), cioè i geroglifici, ahimè nottetempo con risultati sconfortanti. Quella forma participiale, la cosa per lui più complessa della grammatica egiziana, si era rivelata un ostacolo assai tosto, come anche il riuscire a pronunciare la ̔ – il geroglifico ‘braccio teso’ – che, il Gardiner, la stupenda grammatica egiziana che non si era fatto mancare, annotava come: “a guttural sound unknown to English”. Ed anche a lui. 

Busto colosssale di Akhenaton (Museo egizio, Il Cairo)

Parecchi anni prima era però riuscito a visitarlo il “dono del Nilo”, come con icastica sintesi Erodoto ha definito l’Egitto. Risalire da Assuan in feluca quel fiume placidamente gonfio d’acqua, tra albe e tramonti guizzanti di voli e notti incredibilmente stellate aveva fatto sopportare l’intenso freddo notturno, riparati lì, nella pancia della barca, e fatto ascoltare con benevolenza anche i richiami frequenti dei muezzin lungo i villaggi sulle sponde. Che commiserazione, poi, per quelle, allora poche, motonavette affollate di turisti giapponesi e tedeschi!

La Valle dei Re. Scendendo per una tomba da pochissimo aperta avevano scattato quasi al buio tante foto quante mai nessun dilettante consapevole, ma col favore di Anubi erano venute immagini preziose. La ‘reggia’ mortuaria di Hatshepsut, la più celebrata donna faraone, gigantesca e stupefacente per la sua modernità, le sfingi con la testa d’ariete in duplice fila per accedere al colossale tempio di Amon Ra a Karnak, il granitico testone di Ramses II – resto di una seconda enorme statua, la prima ‘trasferita’ al British Museum – tutto celebrava un potere assoluto, teocratico, le cui vestigia gli avevano fatto sembrare miniature gli amati templi di Paestum.

Sandali ben fatti e calzini di lino parlavano di una raffinatezza estrema quattordici secoli prima di Cristo. Le incisioni su parete di Thutmose, l’artista di corte, avevano donato ad Akhenaton, a sposa e figli, quelle fattezze morbide, assai poco ieratiche, come solo la grande rivoluzione contro lo strabordante clero di Amon Ra aveva reso possibile. Per assai poco tempo. Akhenaton il ‘rivoluzionario’, il faraone “eretico”, padre di quel ragazzetto claudicante, Tutankhamon, la cui maschera mortuaria, oro e blu cobalto, aveva fatto impazzire i media e non solo col suo ‘tour’ nei musei di mezzo mondo. E in effetti la ricchezza del museo del Cairo è inarrivabile, non il Metropolitan o il Louvre o il British. In quello di Torino non era mai riuscito a entrarci. 

Christian Jacq, il suo mentore per l’introduzione ai geroglifici, aveva scritto ben sei tomi nazional-popolari sull’antico Egitto, andavano benissimo per dei viaggi in treno. E aveva incoronato Ramses II come vittorioso eroe della storica battaglia di Kadesh, da solo contro gli Ittiti, quasi soffondendolo di una superna luce tiepolesca. Sul ruolo in quella battaglia del sovrano più longevo al mondo, oggi con il fiato di Elisabetta II sul collo, ben diverso, e più veritiero, è il parere dei Turchi che difendono i loro antenati “geopolitici” con un ironico, strano ma vero, commento nella targhetta esplicativa del trattato di Kadesh, in quel gioiello che è il museo archeologico di Istanbul. 

Nefertiti, attribuito a Thutmose, Pergamonmuseum, Berlino

Gli enormi massi di granito all’interno della piramide di Cheope, l’incredibile ingegneria idraulica per regimare – la dea Maat – le acque del Nilo, le raffinatezze di corte e la moda delle teste femminili allungate alla nascita, il benessere diffuso nel popolo del Nuovo Regno (1570 – 1069 a. C.) raccontavano una civiltà forse ineguagliata tra gli antichi. Ed era inevitabile sentir risuonare in testa la domanda: “Ma come hanno fatto a ridursi così?” “Perché, gli Italiani?” si rispondeva subito dopo…

Il racconto cui accennava Waltari nel suo libro era divenuto, negli anni, il topos più repertato dell’antica letteratura egiziana. Il parallelismo fra le avventure del Sinhue di Akhenaton e del Sinhue di Amenemhat I, sei secoli prima, potevano far sospettare un’astuta ‘prelazione’ letteraria di Waltari sul tema, quando era ancora sostanzialmente poco noto. Ma sincero era stato quel battito nel vedere in una delle bacheche dei papiri del Pergamonmuseum di Berlino, infiniti anni dopo quella notte, mentre tutti si affollavano attorno alla mirabile testa di Nefertiti – già, la moglie di Akhenaton col collo alla Thutmose-Modigliani – proprio il racconto dell’altro Sinhue. In un papiro datato xx secolo a.C.. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Non ha mai amato la poesia, in particolare quella contemporanea. Archiloco, Saffo, Lucrezio, Dante, Ariosto, Shakespeare e Leopardi, stop. Per questo, forse, si diletta a cimentarsi con racconti brevi, il romanzo non è nelle sue corde e nemmeno alla sua portata. Fascinato dalla Mitteleuropa di Hofmannsthal, Schnitzler, e sì, pure Roth. Ha un sano disprezzo per quell’orda di umanisti — tutti hanno sicuramente scritto poesie anche dopo i vent'anni — che infesta l'amministrazione pubblica ed è colpevole di linguaggio e procedure, che in nome di Sicurezza e Privacy bastonano impietosamente le parti basse degli utenti; e che vanificano gli sforzi per far risalire l’Italia dall’attuale ultimo posto nella Ue per digitalizzazione. Promette di lardellare con excursus scientifici, episodicamente, qualche racconto. Per contribuire a superare il gap che ha la letteratura italiana, fatti salvi Gadda, Calvino e, in parte, Eco 😂. Ma sta anche valutando se non tralignare con un po’ di esoterismo