La strada si fregiava d’un po’ di grande storia, anzi grandissima: era quella “la bassa” sulla quale le truppe di Annibale “gattonarono” per entrare in città, grazie ai favori della “resistenza” antiromana, e Livio “Pompeianus” (come lo sfotteva Augusto) ne parla, dedicandosi come a nessun viottolo che abbia meritato il suo interesse, consapevole che su quel viottolo si mosse incerta la storia: Roma o Cartagine, dopo Taranto. Il mare-lago, la grande piazza-d’acqua, acquista maggiore identità storico-paesaggistica nel lavoro di Mina Chirico: con questa documentata ricerca il perimetro del Mar Piccolo di Taranto può ritenersi “conclusum” nella sua elegante storica rotondità che va da prima d’Archita all’Arsenale M.M.


L’articolo di PIERO MASSAFRA

I due seni del Mar Piccolo e il Mar Grande in basso a sinistra visti dal satellite; sotto il titolo, i luoghi della via bassa prima dell’Arsenale della Marina Militare in una stampa d’epoca

DOPO VENTI ANNI da un primo saggio, è concluso (forse) lo “scavo” archivistico, e dunque il restauro, riguardante la storia di quella strada di Taranto antica che, a dirla di popolo, “menava al Pizzone”; la  memoria è ricostruita e… ripagata. Dunque, si riprende a percorrere quella via, grazie al volume, e nel volume, della dott.ssa Mina Chirico (già apprezzato funzionario dell’Archivio di Stato di Taranto, e studiosa accreditata nel mondo scientifico). “Sulla via che mena al Pizzone”. Dunque con questa attenta e documentata ricerca il perimetro del Mar Piccolo di Taranto può ritenersi conclusum” nella sua elegante storica rotondità che va da prima d’Archita, all’Arsenale M.M. Il mare-lago, la grande piazza-d’acqua di una non trascurabile città (i tarantini quasi vi passeggiavano), acquista maggiore identità storico-paesaggistica. Diverse le sue due sponde (i semicerchi) e diversamente “storiche”. 

Quella Nord è irreversibilmente segnata dal Galeso, il più “poetico” fiume dell’antichità romana; quasi solo per rigodersi presso quelle sponde i “canti” di Orazio, Virgilio e… “dipendenti”, molti viaggiatori del Grand Tour raggiungevano Taranto, sperando di ritrovare, se non Taras e le sue rovine, almeno l’eco del paesaggio storico (che ancora c’era), a compensare la deludente assenza di rovine classiche. Il Galeso (oggi vilipeso da incuria) ha spento altri bagliori, certo i segni medievali (anche di grande presenza) come quelli della grande fabbrica trinave di San Pietro e Andrea che nobilita il vallone su cui si inchina ad ossequiare un paesaggio di mare e cielo impagabile.

Ex Convento dei Battendieri

E tacciono ormai le opere e la fede dei “Battendieri” lì dove strideva l’opificio dei Cappuccini che lavavano i panni di mezza città in una “ingegna” davvero ingegnosa, presso il fumicello Cervaro, dove forse, o mai, Pietro iniziò ad avviare al Cristianesimo i distratti eredi di Tarentum. Per poco tempo poi nei pressi risuonarono gli echi di scontri e battaglie per “papparsi il Regno” di Napoli angioina. Spenti i regni del Sud…, quella sponda tace la furia delle armate che ospitò. Forse solo l’eco recente delle siluranti inglesi della “notte di Taranto” fanno vibrare ancora le placide acque del lido che “s’incurva e gira”.

La sponda a nord, dunque, fu luogo di fede, di lavoro, di poesia, di scontri e forse di ville, soprattutto romane. Ma divenne poi “esterna” e trascurata, tanto che vi si andava forse solo in barca. Alla fine del ‘500 ancora, dice il viatore, “Est ìnvia et inaquosa” (senza strade né acqua). Diverso il profilo a sud, che è in fondo null’altro se non Taras Tarentum Taranto, allungata fino ad ospitare la prima grande fabbrica — l’Arsenale della patria ottocentesca — che ha avuto, diciamo così, diritto a “nutrirsi” di parte cospicua della costa e della via, che Mina Chirico ricostruisce con puntigliosa cerusica ricerca, proponendo planimetrie, panorami, le antiche case e le belle ville degli architetti di fama nazionale, i segni delle coltivazioni, i giardini, le opere per Dio e per uomini di “rango”. 

La strada si fregiava d’un po’ di grande storia, anzi grandissima: era quella certo “la bassa” sulla quale le truppe di Annibale “gattonarono” per entrare in città, grazie ai favori della “resistenza” antiromana, e Livio “Pompeianus” (come lo sfotteva Augusto) ne parla, dedicandosi come a nessun viottolo che abbia meritato il suo interesse (XXV), consapevole che su quel viottolo si mosse incerta la storia: Roma o Cartagine, dopo Taranto.

Molto è stato ingoiato dalle fabbriche militari; l’abbuffata fu ineluttabile, non erano tempi da “paesaggisti-naturalisti”, quelli della… fame di fine ‘800, e nemmeno di ricerche sulla micro-grande storia. La “Via che mena al Pizzone” era in realtà quella di Santa Lucia, per la chiesa lì dedicata (nel sito più orientale) alla taumaturga della vista, alla cui festa a sciami vi si giungeva dalla città e dalle contrade, anche per acquistare “certi occhi” in creta, probabili futuri ex voto benedetti, che “curavano” anche la borsa dei rettori, a partire da quello definito “decrepitus” di fine ’500. 

Ex Convento di Sant’Antonio

Il panorama di mare, vigne ed oliveti e i fantasmi del passato certo spinsero alcune famiglie patrizie a “farsi” nei pressi la villa e non solo il “casino”. Il principe G. Antonio del Balzo Orsini (XV sec.), che da Taranto, capitale del suo principato-signoria, governava più del Re di Napoli, volle lì quasi all’inizio di quel tracciato lo splendido edificio di Sant’Antonio, oggi svelato nella sua elegantissima architettura che davvero non teme impossibili confronti. 

E la strada storico-panoramica-artistica s’impreziosì ulteriormente (XVIII sec.) con il grande Giuseppe Capecelatro, grazie alla sua dimora patrizia, da vescovo rinascimentale. Luogo di bellezza, di arte, di collezioni classiche e importanti affreschi di artisti del regno che ora tornano in “catalogo” perché quel Sud si è fatto “turistico”. Molti gli ospiti di “manzignore” Capecelatro, persino le loro maestà Ferdinando IV e Carolina, e forse quel soggiorno incantato giovò all’arcivescovo quando ebbe bisogno di “riconoscenza”, ai tempi delle rivoluzioni semi-giacobine che lo avevano “intrigato” più di quanto non si disse.

Copertina del volume: La villa di Mons. Giuseppe Capecelatro

Insomma, questo lavoro di Mina Chirico propone il “necessario” recupero di una delle grandi direttrici paesaggistico-storiche del Sud e fa anche la storia dei diversi appetiti indirizzati verso la “molle imbelle Tarentum”, in verità non molle più di tante altre mollezze. Tra i molti commensali vinsero i Savoia, re novelli e un po’ stranieri, che si ingoiarono la via di Annibale per realizzare officine navalmeccaniche, ma di pregio internazionale e “ospitia” per navi… dannunziane, pronte a salpare verso “il jonico orizzonte”.  

E la “Strada che mena al Pizzone” rimase solo nei disegni e nelle foto d’archivio! Ma ora la si ripercorre nel libro della Chirico. L’innegabile forza documentaria-evocativa del volume si propone dunque come una sorta di efficace “medicamento”, quello di cui parla Annette Wieviorka, per cui «quando il tempo scolorisce le tracce, resta l’iscrizione degli eventi nella storia che è l’unico avvenire del passato…». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutaci a restare liberi

Effettua una donazione su Pay Pal

Laureato “cum laude” a Roma in Lettere con tesi in Archeologia cristiana, ha insegnato Italiano e Latino nei Lice classici. È stato incaricato per lunghi anni della ricerca archivistica presso l’Ufficio risanamento città vecchia del Comune di Taranto ed è socio ordinario della Società di Storia patria della Puglia. È autore di numerosi saggi, monografie, guide storico-artistiche, nonché di opere di narrativa come “Facce di sempre” e “Sotto peso di scommunica”. Ha promosso alcune importanti mostre ospitate presso il Museo Nazionale Archeologico di Taranto tra le quali “Atleti e Guerrieri”, il “Signore e l’artigiano” in occasione della presentazione dell’avvenuto restauro del celebre “Sarcofago delle navi” e l’importante esposizione degli acquerelli settecenteschi ed olandesi di Louis Ducros (artista del Grand Tour del 1778), visitata da quasi trentamila persone. Ha fondato la Casa editrice “Scorpione” che in trent’anni ha pubblicato più di 1000 titoli