«Non ne possiamo più di Scarpia-Kappler e regie shock: torni protagonista la Musica»

Il Mosè rossiniano finito nella guerra israelo-palestinese, Carmen femministe a lieto fine, Dulcamara spacciatore fra bande di teddy-boys. Con trasposizioni forzate, dal deprecato divismo dei cantanti siamo giunti all’imperante divismo dei registi. Il manifesto di musicologi, attori, cantanti, giornalisti e cultori del belcanto: «Innovare va bene, anzi benissimo. Stravolgere, deformare, mettere la musica in ultimo piano, no». Italia Libera mette a disposizione il suo spazio per nuove adesioni e l’avvio di un dibattito pubblico sul destino dell’opera


«Non ne possiamo più. Non ne possiamo più di Tosca ambientata ai tempi di Kappler, del Mosè rossiniano finito nella guerra israelo-palestinese con tanto di mitra spianati, di opere verdiane ambientate quasi regolarmente in disperanti ospedali o manicomi, o nelle loro latrine, per non parlare delle Carmen femministe a lieto fine (nel senso che sbudellato finisce don Josè, e ben gli sta) o di opere buffe come il Signor Bruschino trasferito da una leggiadra locanda veneziana ad un bordello sadomaso… Un gruppo di ragazzi riminesi portato da professori appassionati e competenti ad assistere alle prove di un Elisir d’amore, invece che ad un agreste villaggio basco, si son trovati davanti ad una periferia industriale con bande di teddy-boys rifornite di droga da un Dulcamara spacciatore rimanendo di stucco e chiudendo gli occhi per ascoltare la musica del grande Donizetti… E potremmo continuare a lungo.

Sui cartelloni dei maggiori teatri campeggia sempre il nome del regista. Raramente quello del direttore d’orchestra. Per gli interpreti vocali si vedrà (o si ascolterà di persona una volta seduti). Si è passati dal deprecato divismo dei cantanti a quello dei registi. Non ci piaceva il primo – che peraltro era nato col melodramma stesso, con gli “evirati cantori” e poi con autentiche star del belcanto e infine col singhiozzo verista – ma il secondo ci piace ancora di meno.

Il severo Hegel si muove da Stoccarda e va apposta a Vienna ad assistere alle opere di Rossini date colà dalla compagnia del San Carlo di Napoli nel 1822 e commenta: «Adesso capisco perché la musica di Rossini è vituperata in Germania. Questa musica deve essere cantata come la cantano gli italiani, e allora nessun’altra la supera. Questi artisti hanno voce, accento, anima e calore propri a loro soli».

Si argomenta che le regie più shock del melodramma sono realizzate apposta “per attirare all’opera un pubblico più giovane”. Una offesa ai giovani che già frequentano i teatri e gli auditori privilegiando, è vero, la musica da camera e quella barocca. Altri giovani, come quelli di sempre, hanno avuto “la loro musica” e magari i loro melodrammi. Dalla Turandot di Puccini è derivato il filone straordinario del musical, anglo-americano. Da Rossini il vaudeville e poi l’operetta. Il jazz ci ha dato il grande Gershwin amato pure da Toscanini, il Bernstein di West Side Story e di Candide.

Beninteso: se siamo contrari a trasposizioni forzate in altre e ben datate situazioni storiche, al periodo nazista sovente, non lo siamo affatto a regie che siano nuove, non tradizionali, animate: abbiamo avuto regie di questo tipo entrate nella storia, la Cenerentola di Rossini di Jean-Pierre Ponnelle (e anche la Occasione fa il ladro), la Incoronazione di Poppea di Monteverdi di Graham Vick o Capuleti e Montecchi di Bellini di Dennis Krief. Innovare va bene, anzi benissimo. Stravolgere, deformare, mettere la musica in ultimo piano, no.

Del pari ci sembra troppo facile coprire con lo shock di regie provocatorie ambientate nei luoghi e nei tempi più strani la debolezza di certi direttori, la mediocrità delle formazioni orchestrali o dei cori, l’improvvisazione di cantanti che perdono la voce nello spazio di poche stagioni. Frutto di una crisi della didattica musicale che in Italia ha colpito sia i quasi 60 Conservatori statali, fra sedi principali e decentrate, dove non si riesce quasi mai a suonare assieme, sia i maestri privati. Per le orchestre esiste per fortuna la bella Scuola di Fiesole creata appositamente dal grande Piero Farulli. Purtroppo non c’è nulla di altrettanto organico e stabile per l’educazione al canto, in Italia ormai carentissima.

Bene fece il compianto Bruno Cagli, grande direttore artistico al Teatro dell’Opera di Roma con “prime” irripetibili quali Zelmira ed Ermione di Rossini, quando, da sovrintendente a Santa Cecilia, programmò in forma semiscenica o di concerto almeno un melodramma all’anno congedandosi con una Aida del più alto livello diretta da Antonio Pappano. Ma, pur avendo apprezzato molto in forma di concerto opere di straordinaria complessità musicale come il monumentale Guillaume Tell della edizione critica, musique de l’avenir secondo Wagner, non siamo così radicali da esigere soltanto questo.

Dopo il divismo dei cantanti ed ora quello dei registi, chiediamo tuttavia che si ridia il primo posto alla musica del melodramma e al suo contesto culturale con regie che non siano prevaricanti, provocatorie, assurde spesso. Regie che invece facciano tornare protagonista la Musica. Il grande innovatore Jean Pierre Ponnelle – racconta Daniel Barenboim – esigeva di lavorare per la regia sullo spartito orchestrale e non su quello per pianoforte. Non a caso».

Primi firmatari

Giovanni Emiliani, presidente Amici del Teatro di Lugo, già consigliere di Santa Cecilia

Vittorio Emiliani, già presidente della Fondazione Rossini e consigliere di Santa Cecilia

Sergio Ragni, musicologo, collezionista, curatore del grande Carteggio rossiniano

Attilia Giuliani, presidente degli Abbadiani Itineranti

Lorenzo Tozzi, critico musicale, musicologo, dir. artistico Romabarocca Ensemble

Antonio Lubrano, giornalista, conduttore Tv

Maria Teresa Della Borra, musicologa, curatrice musiche barocche

Claudio Greppi, geografo, Università di Firenze, wagneriano

Giuseppe Sfligiotti, abbonato storico Santa Cecilia, divulgatore musicale

Margherita Boniver, già senatrice e ministro per lo Spettacolo

Igor Staglianò, direttore di “Italia Libera”

Marisa Dalai, storica dell’arte, già presidente R. Bianchi Bandinelli

Anna Menichetti, docente, Conservatorio di Firenze

Giulia Vannoni, critico musicale, musicologa, Rimini

Mirella Casini Schaerf, docente universitaria

Annarosa Vannoni, archivista musicale, Rimini

Chiara Lasi, appassionata di lirica, Rai Storia

Sergio Staino, vignettista e scrittore, Firenze

Guido Calvi, avvocato, abbonato Santa Cecilia

Attilio Giovagnoli e Giovanni Rimondini, storici dell’arte, promotori restauro Teatro Comunale “A. Galli”, Rimini

Annarita Bartolomei, già responsabile mostre e convegni Teatro dell’Opera Roma

Marcella Gemmata Aymerich

Bruno Gambarotta, autore, attore, conduttore tv

Alberto Giuliani, già redattore capo del Messaggero

Adele Sandri, Associazione Via del Babuino

Ambrogio Arbasino, avvocato, promotore restauro Teatro Sociale Voghera

Massimo Filippo Manzi, avvocato

Valeria Giordani, giornalista

Marilù Prati, attrice

Alessandra Neri, insegnante

Paolo Caroli, ex dirigente bancario, pianista

Alessandra Bucchi, avvocato

Elena Salvatori, cantante

Ottavia Sisti, cantante

Francesca Sfligiotti, Roma

Cristina Del Gallo

Graziella e Puccio Pucci, pittore, Firenze

Claudia Tempesta, storica dell’arte

Liborio Coacciardi, avvocato

Gianna Ceccarelli

Sergio Sgambaro, Genova

Luca Bononni

Pino Coscetta, giornalista e scrittore, Roma

Sara Magister, storica dell’arte, Roma

Patrizia Sfligiotti, archeologa medioevale

Angela Giovagnoli

Carlo Poggi

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