L’urlo di Moro Autenticità e intelligenza poltica
nelle lettere dalla prigione Carlo Gaudio
Rubbettino Euro 19,00

Carlo Gaudio autore del libro “L’urlo di Moro” esamina quei drammatici cinquantaquattro giorni di prigionia attraverso i comunicati stampa delle Brigate Rosse andando al di là delle letture politiche di quei terribili volantini. Prendendo in esame la lettera inviata il 29 marzo 1978 al ministro degli Interni Francesco Cossiga (contenuta anche nel volantino n° 3 delle Br), il professor Gaudio cita la frase dove si celava l’indirizzo della prigione di via Montalcini numero otto: «Che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato». Sfortunatamente la Digos, non colse questo indizio. Un testo unico nel suo genere, “L’urlo di Moro”, per chi volesse approfondire la vicenda dello statista assassinato in quei terribili anni di piombo


La recensione di PINO COSCETTA

I CINQUANTAQUATTRO CONVULSI GIORNI della prigionia di Aldo Moro sono stati, probabilmente, i più frenetici della prima Repubblica. Nelle redazioni dei giornali i comunicati delle Br, più che letti, venivano soppesati parola per parola. Al Messaggero, che i brigatisti avevano scelto come giornale referente al quale inviare i comunicati, ancor di più. Anche l’idea lucidamente trattata dal medico-scrittore Carlo Gaudio nel suo “L’urlo di Moro”, fu presa in considerazione, ma non produsse risultati accettabili. A prevalere, in quei giorni, era la lettura politica di quei terribili volantini che Maurizio Salticchioli, il cronista incaricato del recupero, riportava trafelato in via del Tritone 152. Giusto il tempo di fare una fotocopia poi arrivava la Digos a sequestrare l’originale.

Le fotocopie replicate giravano per tutte le redazioni, Sport compreso, e ognuno dopo aver letto, se pensava di aver trovato qualcosa di interessante portava il suo contributo di idee. Per nostra sfortuna nessuno di noi si dimostrò così bravo nei giochi enigmistici come Carlo GaudioGiuseppe Loteta e Felice La Rocca che Moro lo conoscevano meglio delle loro tasche, furono i primi a parlare apertamente della sindrome di Stoccolma, a cercare tra le parole di quei deliranti volantini il senso vero del messaggio che il “prigioniero” Aldo Moro voleva far arrivare a chi li avrebbe letti, soprattutto a piazza del Gesù, allora sede della Democrazia Cristiana, ma anche agli analisti del ministero degli Interni, alla Digos e alla sua famiglia.

I comunicati delle Brigate Rosse sul rapimento Moro

In uno dei suoi giochi enigmistici, il professore-scrittore Carlo Gaudio prendendo in esame la lettera inviata il 29 marzo 1978 al ministro degli Interni Francesco Cossiga (contenuta anche nel volantino n° 3 delle Br), cita la frase dove si celava l’indirizzo della prigione di via Montalcini numero otto: «Che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato»Né noi né la Digos, colpevolmente, fummo altrettanto bravi. La lettera-messaggio iniziava così: «Caro Francesco, mentre ti indirizzo un caro saluto, sono, indotto dalle difficili circostanze, a svolgere dinnanzi a te, avendo presenti le tue responsabilità (che io ovviamente rispetto) alcune lucide e realistiche considerazioni. Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione — mi è stato detto con tutta chiarezza — che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della Dc, ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto ora in termini politici, che diventa sempre più stringente)». Poi il passo decriptato dal Gaudio: «…soprattutto questa ragione di Stato significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare…».

Un ingrandimento del comunicato del 29 marzo 1978 “decriptato” dal professor Gaudio

Nel sottolineato ricomposto dal Gaudio che andava letto così: «E io so che mi trovo dentro il p.o uno di Montalcini n.o otto», si celava in effetti l’indirizzo della prima prigione di Aldo Moro. La penultima, quella di via Gradoli (fatta volutamente scoprire dalle BR allagandola dopo aver trasferito altrove Moro), si diceva che fosse già stata visitata in precedenza dalle forze dell’ordine che avevano suonato, ma siccome nessuno aveva aperto, gli agenti erano passati agli appartamenti successivi. Il libro di Carlo Gaudio, “L’urlo di Moro – Autenticità e intelligenza politica nelle lettere dalla prigione”, è un testo unico nel suo genere, interessante e ineludibile per chi volesse approfondire la vicenda dello statista assassinato in quei terribili anni di piombo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.

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