La vera storia di “Bella Ciao”: canto di protesta mondiale, non fu mai eseguita durante la Resistenza

Il canto popolare prende spunto da una canzone piemontese dell’800 dedicata a una ragazza morta: “Fior di tomba”. Da tutti è conosciuta come l’inno dei partigiani contro il nazi-fascismo. La sua popolarità nacque dopo lo spettacolo al Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1968. La prima incisione (Sandra Mantovani e Fausto Amodei, ripresa da Yves Montand, il toscano di origine Ivo Livi) risale al 1963 e eseguita da Giorgio Gaber nel 1965 senza l’ultima strofa “questo è il fiore di un partigiano morto per la libertà”. Poi un crescendo che l’ha portata in giro per il pianeta, nelle piazze e nelle sedi istituzionali, come il grido di ribellione contro l’oppressione e gli oppressori a tutte le latitudini del mondo 


L’articolo di VITTORIO EMILIANI

BELLA CIAO NON venne mai cantata da partigiane e partigiani nel terribile biennio della Resistenza 1943-45 sulle montagne del Nord. Giorgio Bocca (classe 1920) lo ha sempre affermato e con cognizione diretta di causa visto che fu fra i giovani che dalle caserme di Cuneo salirono nelle alte valli subito dopo l’8 settembre 1943. La cantata trae origine da una canzone popolare piemontese dell’800 dedicata ad una ragazza morta per amore, “Fior di tomba”, scoperta e valorizzata da Costantino Nigra, un personaggio politico che ebbe ruoli fondamentali con la bella contessa di Castiglione, la procace fiorentina Carlotta Verasi coniugata con un nobile concittadino e di costumi assai liberi.

Nel nostro Risorgimento profondamente laico la loro storia riveste una parte tutt’altro che secondaria perché concorre a procurare al Regno di Sardegna il pieno appoggio francese per la propria espansione diventando così il “motore” della futura unificazione del Paese. Con l’abilissima tessitura di Camillo Benso conte di Cavour —disgraziatamente scomparso troppo presto — che ebbe però l’intuizione fondamentale di Roma Capitale perché «è la sola città a non avere soltanto glorie municipali». Argomento che spuntò le ali alle velleità di un altro piemontese, Massimo D’Azeglio, il quale invece aveva puntato con vistosa ostinazione per quel ruolo su Firenze che fu capitale per alcuni anni, cioè fino alla storica breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870. Mentre Torino che, al momento della decisione cavourriana, aveva registrato una sorta di vero moto di popolo con morti e feriti, aveva scelto più tardi il suo vero destino, partendo dalla periferia di Collegno e dintorni, e cioè quello di città dell’industria prima alimentare e tessile e poi meccanica e motoristica. Del resto il trasferimento di Casa Savoia e della corte nobiliare era costata, al momento, la perdita di ben 30.000 posti di lavoro con un impatto sociale durissimo. Giovanni Agnelli il fondatore della Fiat era un ex ufficiale di cavalleria, non veniva quindi da una famiglia di tradizioni industriali e però riuscì benissimo nell’inedito ruolo imprenditoriale che doveva ripagare Torino e la sua area di quella rinuncia istituzionale.

La breccia di Porta Pia il giorno dopo l’assalto dei Bersaglieri e la morte di 53 soldati e ufficiali italiani uccisi dagli Zuavi per ordine del Vaticano

A Porta Pia nel 1870 non avrebbero dovuto esserci spargimenti di sangue, ma il Vaticano, e per esso il generale degli Zuavi Hermann Kanzler, ordinò di far fuoco sui Bersaglieri entrati dalla storica breccia e così morirono 49 di essi e 4 ufficiali, mentre fra gli Zuavi i morti furono soltanto 19 più un ufficiale. I parenti di questi ultimi fecero celebrare per anni una Messa di suffragio nella chiesa di via del Babuino, fino a quando Paolo VI non decise diversamente e la cosa venne apprezzata anche negli ambienti cattolici conservatori, dallo stesso Andreotti.

Il generale degli Zuavi Hermann Kanzler che diede l’ordine di sparare sui Bersaglieri entrati dalla storica breccia

L’opposizione del Vaticano al carattere laico della Capitale durò incredibilmente a lungo. Quando venne innalzato — preceduto da un affollatissimo corteo e dalle adesioni di grandi intellettuali europei, da Victor Hugo a George Bernard Shaw, a tanti altri — a Campo de’ Fiori il monumento sul luogo dove Giordano Bruno era stato crudelmente bruciato vivo, papa Leone XIII (che pure sul piano sociale fu un pontefice innovatore con la “Rerum Novarum”), si prostrò per giorni digiuno in San Pietro. Ancora nel 1929, nelle trattative con Mussolini per i Patti Lateranensi, i Gesuiti — incredibile a dirsi — reclamarono la eliminazione del bronzeo monumento o quanto meno il suo spostamento altrove in una posizione meno visibile. Invano, per fortuna.

Il buongoverno a tutto campo della Giunta presieduta dal massone Ernesto Nathan trionfalmente insediatosi col “Blocco del Popolo” — cioè con radicali, repubblicani, liberali, socialisti riformisti — in Campidoglio fu indiscutibile e diede a Roma le strutture gestionali amministrative: per l’urbanistica col Piano di Edmondo Saint Just di Teulada (fatto arrivare da Milano per non avere nulla a che fare con gli speculatori romani), per il trasporto pubblico con la creazione dell’Atac, e dell’azienda elettrica prima in mano ad imprese private straniere. Fra gli uomini di spicco della Giunta il pavese dell’Oltrepò Giovanni Montemartini, economista, formatosi all’Umanitaria di Milano, Ivanoe Bonomi, Meuccio Ruini, personaggi cioè che dovevano poi contare nella storia dell’Italia democratica e antifascista, a cominciare dalla  stessa Costituente. 

Ma torniamo alla Resistenza al nazi-fascismo dalla quale trae origine e fondamento la nostra Repubblica. In essa i comunisti avevano avuto un ruolo tardivo perché il movimento partigiano era nato all’indomani dell’8 settembre 1943 soprattutto da una matrice democratica e liberale come Giustizia e Libertà, mentre la storiografia ufficiale del Pci, soprattutto con Roberto Battaglia nel libro uscito da Einaudi, ha falsificato i dati della storia. Il Pci era all’epoca un partito strettamente legato alla Unione Sovietica di Stalin, aveva espulso nel 1930 quanti (Alfonso Leonetti, Camilla Ravera, Bruno Tresso e Paolo Ravazzoli) si erano opposti alla sua svolta. Il capo del Pcus aveva ritenuto che il crollo di Wall Street del 1929 significasse la fine del capitalismo e aveva fatto rientrare in Italia tutti i comunisti espatriati all’estero (che già non erano in carcere o al confino, o come Antonio Gramsci praticamente fuori dal partito, accusato in modo infame e frequentato alla Clinica Salus soltanto da un antico avversario, Amadeo Bordiga, ingegnere, poi protagonista della lotta contro la speculazione immobiliare di Achille Lauro).

Pertini a Milano richiama all’ordine la popolazione: «Noi non siamo come i fascisti», dopo gli insulti ai cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci a Piazzale Loreto (credit Mimmo Frassineti)

Gramsci viene percosso nel carcere di Turi, malato com’era, dal romano Scucchia (che doveva rivelarsi non un estremista comunista bensì un agente dell’Ovra), e difeso da Sandro Pertini anch’egli affetto da tbc. Soltanto con la biografia di Giuseppe Fiori si è cominciato a rivalutare e a restituire a Gramsci la propria dignità storica. La prima edizione delle sue Lettere dal carcere è stata, tuttavia, “purgata” per il Pci da Valentino Gerratana delle parti che non lo allineavano alle posizioni del Pci, iniziando dalla frequentazione di Amadeo Bordiga che lo visitava in clinica. Va ricordato che Umberto Terracini e Camilla Ravera erano stati espulsi due volte dal partito retto da Palmiro Togliatti: nel ’30 per essersi opposti alla demenziale, rozza “svolta” staliniana di cui s’è parlato — che dava per spacciato il capitalismo americano (senza capir nulla poi del New Deal di Roosevelt) — e nel ’38 per aver giudicato duramente come meritava il Patto Ribbentrop-Molotov che praticamente mandava al massacro la Polonia. Ma, mentre Alfonso Leonetti fu riammesso nel Pci (me lo disse lui stesso) con una decisione ufficiale del Comitato Centrale del Pci, Umberto Terracini non venne mai reintegrato e anzi negli ultimi anni di vita per la sua vicinanza ai radicali fu considerato fuori dal partito. Anche se Togliatti aveva avuto l’intelligenza politica o il cinismo tattico di affidargli un ruolo di punta alla Assemblea Costituente.

Tornando a Bella Ciao, bisogna confermare per i più giovani ciò che sostenne Giorgio Bocca e cioè che essa non fu mai una canzone della Resistenza italiana. Ma divenne popolare dopo lo spettacolo fortemente polemico al Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1968.

“Bella Ciao” presentata correttamente come canzone popolare

La sua prima incisione (Sandra Mantovani e Fausto  Amodei, ripresa da Yves Montand, il toscano di origine Ivo Livi) risale al 1963 e al 1965 eseguita da Giorgio Gaber senza l’ultima strofa “questo è il fiore di un partigiano morto per la libertà”. Poi vengono i Gufi nel 1965. Quindi il capo partigiano comunista “Saetta”, Paolo Castagnino col suo gruppo Folk italiano. Michele Santoro apre con essa nel 2002 una edizione di “Sciuscià” in polemica con la nuova dirigenza Rai nominata da Berlusconi. Numerose le incisioni dei Modena City Ramblers esibitisi anche a Roma con essa nel concertone del 1° Maggio 2011 a piazza San Giovanni. Nel 2015 è stata utilizzata per chiudere la campagna elettorale di Syriza. Più volte eseguita a ritmo accelerato dalla Banda Bassotti, spicca tuttavia l’esecuzione “balcanica” del musicista bosniaco Goran Bregovic (anche a Santa Cecilia). È stata suonata dalla Banda del Pigneto col coro degli abitanti ai funerali del regista Mario Monicelli. Gianni Morandi cercò di portarla al Festival di Sanremo del 2011, ma il CdA della Rai lo bloccò. Era molto cara al genovese don Gallo il prete degli “ultimi” e invano il cardinale Bagnasco cercò di impedirne l’esecuzione — che interrompeva la sua omelia — fra gli applausi alle soglie della chiesa. In Francia il comico Cristophe Alèveque la fece cantare nella cerimonia pubblica per ricordare la strage a Charlie Hebdo. Durante la guerra siriana è stata utilizzata dagli indipendentisti curdi, nel 2018 e 2019 alcuni ribelli siriani ne hanno fatto la cover di un loro disco. Nel 2019 gli inglesi ne fanno una loro canzone di protesta per i cambiamenti climatici, “Do it now”. Nel 2019 viene cantata all’aeroporto di Barcellona dagli indipendentisti catalani contro arresti di loro aderenti e in Cile la suonano e cantano a Plaza Italia per protestare contro il presidente Sebastiàn Pinera reclamando riforme economiche e politiche. Nello stesso anno l’hanno cantata al Parlamento Europeo di Strasburgo Paolo Gentiloni coi commissari socialisti e democratici. “Bella Ciao è diventata anche in Turchia l’inno mondiale degli studenti che manifestavano contro il mutamento climatico e per l’ambiente. Ma l’elencazione potrebbe continuare e mentre scriviamo se ne cantano sicuramente altre versioni in giro per il mondo. Un fatto unico, davvero eccezionale, che andava fatto conoscere ai più giovani. Una storia che merita di essere raccontata per intero senza bisogno di ­“ritoccare” la Storia: “Bella ciao ciao ciao…”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Documentarsi, verificare, scrivere richiede studio e impegno
Se hai apprezzato questa lettura aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

About Author

Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.