La Polis incompiuta. Simbiosi imperfetta di antico e nuovo tra genos, ekphora ed eikòn tarantine

Qui e sotto il titolo, la portaerei Cavour della Marina Militare passa dal ponte girevole

Gli oggetti metallici, statuette e frammenti ceramici di età micenea, i primi in assoluto rinvenuti nell’Italia meridionale, vennero fuori durante lo sbancamento dello “Scoglio del tonno”. Attraverso un breve excursus etimologico emergono le vicende costruttive di alcuni luoghi simbolo della città fondata da Sparta. Il Ponte Girevole, progettato nel 1860, iniziò ad essere costruito solo vent’anni dopo e creò non pochi problemi di viabilità cittadina; il Mar Grande e il Mar Piccolo, quest’ultimo considerato il “vero” mare di Taranto, con la città che si proietta al suo interno; il suo porto commerciale, ripensato e costruito nel giro di quarant’anni tra un errore di progettazione ed un altro, troppo esposto al vento di scirocco… e ricco di tesori


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

CI SONO TERMINI dall’origine misteriosa entrati, però, nel linguaggio comune e dei quali sembra che sappiamo tutto. O quasi. Uno di questi ha un’origine greca (e non poteva essere altrimenti) ed è eikòn, icona. Un termine usatissimo, che, anche in questo momento del mio dialogo con voi, vedo danzare nel monitor del mio computer, insieme alle sue figlie. Le icone, per l’appunto. Si dice che ad adoperarlo per primo, sia stato Simonide di Ceo (556-468 a.C.), che nel suo famoso Paragone tra la Poesia e la Pittura, sembrandogli inappropriati vecchi termini come xòanon, àgalma, kolossòs, che stavano ad indicare una figura artificiosa, adoperò eikòn: con la sua radice dal verbo paragonare o assomigliare, stava ad indicare un’immagine artistica compiutamente mimetica, perché realistica, “iconica”. Un “segno”, insomma, che rinvia al suo referente non in maniera simbolica, né arbitraria, ma in virtù di una somiglianza che le conferisce verità. 

Ora tirate un bel respiro e smettete, almeno per il momento, di chiedervi dove io, il vostro narratore, voglia andare a parare con questa premessa antica di secoli. Intanto vi basti sapere che le icone, a Taranto, erano, nell’Ottocento, il Mar Piccolo (con i suoi mitili), quello Grande, il Castello aragonese, l’Heraion, l’Arsenale (e, quindi, la Marina militare), il Ponte Girevole. Le ammorbanti ciminiere del colosso siderurgico, mi rifiuto di considerarle un’icona. Anche perché i nuovi padroni indiani sembra non siano tenuti a conoscere neppure quel concetto omerico di geras thanonton, ovvero, di “ciò che è dovuto ai morti” e pretendono, anzi, di avere rinnovata la “licenza di caccia”. Eppure, considerando Taranto un genos, una famiglia, è dell’altro ieri il cordoglio della comunità, il nostro lamento funebre, per la resa al figlio di Astrea ed Erebo (Thanatos) di Francesco Vaccaro, stroncato a soli vent’anni dai letali miasmi industriali. E quanti altri ekphora, carri funebri, cioè, ci toccherà seguire ancora piangendo? 

Tempio dorico [credit giovannicarrieri.com] e Castello Aragonese al tramonto

Ma torniamo alle nostre icone. Di Arsenale militare, Base navale, Castello aragonese e dei due mari, ne ho già raccontato, anche se non a sufficienza (ma questo è compito degli storici). Il Ponte Girevole, dunque, con la maiuscola. Prima, però, a proposito del Mar Piccolo, voglio aggiungere qualcosa, magari una sotto-icona. Esso, il mar Piccolo, conserva un rapporto speciale con la città e non soltanto per le attività di pesca o di mitilicoltura, quanto perché ne rappresenta una polarità. Non a caso la città si proietta sul mare interno, univocamente, quasi volgendo le spalle al Mar Grande. È significativo, poi, che la città sia rappresentata prevalentemente come vista da Mar Piccolo nell’iconografia urbana. «Chi penetra nella città vecchia da un’estremità e la percorre nel senso longitudinale attraverso la via Maggiore, pur consapevole di calpestare il suolo di un’isola, non avverte il limite dello spazio entro il quale si muove; invano cerca, visibile da punti non ravvicinati, un caposaldo monumentale, un campanile o una cupola che possano mediare la valutazione delle distanze…» ha scritto acutamente un suo figlio, l’architetto Franco Blandino. Invece, poi, la spaccatura determinata dal ponte girevole, oltre a dividere fisicamente il borgo e l’isola, portò, in assenza di strumenti di pianificazione adeguati, a serissimi problemi di topografia viaria. Un’assenza di lungimiranza urbanistica che fa oggi di Taranto una delle città più caotiche del Mezzogiorno, dove, nelle ore di punta, le strozzature viarie creano grovigli e ingorghi, appena attenuati dalla costruzione del ponte di Punta Penna. 

Il Ponte Girevole, dunque. La progettazione di un canale navigabile che collegasse i due mari di Taranto, aveva posto subito l’esigenza di un ponte a strutture mobili, per consentire l’entrata e l’uscita del naviglio militare. Ed infatti, già nel 1860 fu bandito un concorso-appalto, vinto dall’Impresa industriale italiana di costruzioni metalliche di Napoli. Progettista, lo stesso titolare dell’azienda partenopea, Ing. Cottrau che, per quello di Taranto, si ispirò al ponte girevole di Brest. Lungo 89 metri, con 6.70 metri di larghezza, il ponte si elevava dalla superficie dell’acqua fino ad un’altezza di 12.10 metri, ampiamente sufficienti, perciò, a farvi transitare qualunque tipo di nave militare. La costruzione del ponte ebbe inizio, tuttavia, ventiquattro anni dopo, nel 1884, ma, per l’epidemia di colera che scoppiò a Taranto e che durò dall’agosto al settembre del 1886, i lavori ne furono enormemente rallentati.

In alto, 22 maggio 1887 inaugurazione del Ponte girevole e, sotto, passaggio di un veliero

L’inaugurazione ufficiale, il 22 Maggio 1887, alla presenza dell’allora presule di Taranto, mons. Pietro Jorio, del pro sindaco, Vincenzo Sebastio, dei parlamentari locali e, per la Marina, di quell’ammiraglio Acton, il più energico assertore della scelta di Taranto quale sede dell’Arsenale Militare al Sud. Durerà circa settant’anni. Dopo questo lasso di tempo, verrà sostituito nel 1958 da una nuova struttura, costruita, stavolta, nei cantieri navali di Taranto e di Savigliano. Con l’inaugurazione dell’Arsenale militare, che avvenne il 21 Agosto1889, alla presenza di Umberto I, accompagnato dal principe di Napoli, Vittorio Emanuele, dal ministro Francesco Crispi e dall’ingegnere Benedetto Brin e con quella del Ponte Girevole, la conformazione urbanistica di Taranto aveva davvero subito un radicale mutamento, e, con esso, come si è visto, anche quello socio-economico. 

Tuttavia mancava ancora un fattore essenziale di sviluppo, una struttura portuale in grado di far fronte anche ad un traffico di navi mercantili adeguato alle esigenze che lo sviluppo industriale di Taranto faceva intravedere. Stavolta, tuttavia, non toccava al Governo farsene carico ma alla municipalità, la quale, invece, sembrava disinteressarsi completamente del problema. Questo fino a quando non fu palese che, senza il porto, Taranto era destinata a rimanere un semplice terminale della Marina militare, dipendendo sempre maggiormente dalla politica militare del governo e, spesso, dagli umori del comandante della piazza e dal direttore dell’Arsenale. Un pericolo di cui finalmente si rese conto il sindaco dell’epoca, Vincenzo De Cesare, che chiese ed ottenne dal governo non solo un’attenzione particolare a questo problema, ma anche un certo aiuto nella sua soluzione. Tuttavia la costruzione, nel 1866, di una banchina di cento metri in Mar Grande, in prossimità della cosiddetta “discesa S. Eligio”, risultò una impresa inutile, in quanto risultò troppo lontana dalla stazione ferroviaria e, priva del tutto di un riparo foraneo, completamente esposta alla violenza dei marosi. Questa carenza portuale, infatti, venne puntualmente “fotografata” nel Regio decreto del 30 Luglio 1888, con il quale, nell’ambito del progetto di ristrutturazione del porti italiani, quello di Taranto venne classificato di prima categoria per il rifugio e la difesa militare ed inserito solo in un sottogruppo della seconda serie per il traffico mercantile. Tuttavia, l’anno seguente, su pressione della municipalità tarantina e dei suoi deputati, il Parlamento votò una legge che destinava oltre un milione e duecento mila lire per «opere di razionalizzazione del porto mercantile di Taranto». 

L’area dell’Arsenale militare in alto e, in basso, le ciminiere dell’acciaieria viste dal Mar Piccolo

In assenza di uno strumento urbanistico, però, sorse una querelle: costruire le opere nel mare interno di Taranto, o, più razionalmente, nella rada. Un dibattito che durò circa nove anni, fino al 1897, allorché fu finalmente realizzato un piano regolatore che prevedeva la costruzione del porto mercantile in Mar Grande. I lavori cominciarono nel 1899 e continuarono fino al 1904, con la realizzazione di un molo di circa 400 metri di lunghezza, a ponente, senza, tuttavia, risolvere i gravi problemi legati ai venti di scirocco, che, quando soffiavano, impedivano letteralmente ai navigli mercantili di accedervi. La soluzione fu trovata agli inizi del Novecento, quando il traffico marittimo commerciale risultò notevolmente intensificato dall’importazione di carbone fossile per la marina da guerra. Problemi attenuati prima, nel 1903, con la realizzazione, su progetto del Genio civile di Lecce, di una diga foranea a levante e la riduzione da 270 a 150 metri della bocca di ingresso e, successivamente, nel 1908, con un progetto, approvato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, il 15 Marzo 1908, che dava il via alla costruzione di un molo orientale, lungo 210 metri per contrastare i venti di libeccio. Nelle opere di sbancamento per la costruzione del porto mercantile, di una collinetta, lo “Scoglio del tonno”, l’attuale quartiere Croce, furono rinvenuti importantissimi reperti del periodo magno greco. Nei più bassi livelli dello scavo stratigrafico, tra le abitazioni costituite da capanne circolari, il Soprintendente dell’epoca, prof. Quintino Quagliati, rinvenne oggetti metallici, statuette e frammenti ceramici di età micenea, i primi in assoluto rinvenuti nell’Italia meridionale. 

L’antico e il nuovo, dunque, in una simbiosi assolutamente imperfetta. E, sicuramente, non per volere dei tarantini. Vorrei che, per una volta, qualcuno si ricordasse che da queste parti gli dei erano di casa. Che i suoi abitanti eccellevano nelle arti, tanto da essere ispirati direttamente dalle muse, che a quel tempo erano presenze reali. Poeti e aedi prestavano, infatti, solo la voce alle muse. E, come ebbe a scrivere Percy Bysshe Shelley (1792-1822) a John Gisborne (1770-1851), «i Greci, tutti i Greci, anche quelli delle colonie, sono essi stessi degli Dei. E il divino, per definizione, non ammette confronti. Dove starebbe altrimenti la sua divinità?». E, ancora: «le Muse (e spero anche la mia) erano figlie di Mnemosine, la Memoria. Ma attenzione a questa memoria. Mnemosine, infatti, non rappresenta la memoria passiva, il serbatoio di fatti o eventi che ciascuno di noi porta dentro di sé, Mnemosine è invece la memoria attiva, non colei che ricorda, ma colei che fa ricordare». E chi è il vostro umile cronista per mettere in dubbio le parole dell’autore di versi sublimi come quelli dell’Ozymandias, dell’Ode al Vento Occidentale o del Prometeo Incatenato? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.