Questa è anche la storia dell’ottusità degli uomini, che al posto di vivere in pace sereni e contenti hanno spesso trascorso il tempo a litigare, anche per stabilire chi, fra francesi (franzesi) e italiani (nataliani), fosse proprietario del Grande Pino Cembro. Che invece di ombra ne aveva abbastanza per tutti. Questa storia, per fortuna, ha lieto fine. Si comprende, infatti, che è da stolti litigare per un po’ d’ombra o per un po’ di legna. Si comprende anche che non hanno molto senso quelle spesse linee colorate che si vedono sulle carte geografiche, messe lì apposta per dividere persone che fanno le stesse cose. E che, una volta, parlavano pure la stessa lingua. Ma vediamo quel che accadde, con un bel balzo all’indietro nel tempo

Qui si fa l’Europa o si muore

IO LA PENSO COSÌ. Questa Europa a metà, unione monetaria e commerciale, ma non politica, non sociale, mi preoccupa, soprattutto con questo ritorno di patrie varie. Brexit, Italexit, qui è tutto un exit: altro che Europa dei popoli. E allora mi tornano in mente il Col Chabaud e un nobile Cembro solitario. Alta Val di Susa, già libera Repubblica degli Escartons, a suo tempo uno scampolo di Europa unita, di terre senza confini. 

Sul Col Chabaud passa un confine, un cippo sta lì a ricordarlo. E insieme a ruderi e ammassi di filo spinato sta lì a ricordare millenni di guerre. Ma il Col Chabaud non pare un colle, tanto i pendii su un versante e sull’altro sono dolci, poco inclinati al punto che non capisci quando finisci di salire e inizi a scendere. Sul versante est è Italia, sul versante ovest è Francia, ma in realtà non ti accorgi quando smetti di camminare in un paese e inizi a camminare nell’altro. Ma, ha davvero importanza capirlo? “Oltre il confine, con molto dolore, non trovai fiori diversi” (Francesco De Gregori, La casa di Hilde). Il vento e gli altri animali (più intelligenti di Homo insipiens) se ne fanno un baffo.

Il Col Chabaud si trova a 2228 metri fra la Val Thuras e la Valle di Cervières (da Briançon verso il Col d’Izoard). Non ne conosco né erbe né fiori, perché l’ho solo sempre visto coperto di neve. Però ne conosco gli alberi. Un albero in particolare. Un nobile pino cembro. Se ne sta solitario appena sopra al colle, alla base del ripido pendio che scende dalla Punta Begino. In balia del vento che sovente, ignaro del confine, soffia lassù. Silente osservatore delle umane vicende. Degli umani transiti. Un tempo cannoni, ora ciaspolatori. Anni fa, quando l’Europa si accingeva ad abolire i confini, quel solitario cembro mi ispirò una storiella. Ora che in Europa si tornano a erigere muri e un pezzo se ne è andato alla deriva in Atlantico, quella storiella mi torna in mente. Una favola, come l’Europa. (Toni Farina)


La storiella di TONI FARINA

QUESTA È LA STORIA di un albero, un grande pino cembro, cresciuto altero e solitario in un prato a lieve pendenza sopra al Colle Chabet, tra la Franza e la Natalia, nelle Alpi Grazie. Fatto curioso, il seme che ha originato il cembro è germogliato proprio sulla linea di confine tra i due paesi, costringendo così la nostra conifera a mandare i suoi rami un po’ di là e un po’ di qua. E a crescere con qualche radice in terra franzese e qualche altra in terra nataliana.

E allora? Direte voi. Allora dovete sapere che Nataliani e Franzesi non sono mai andati d’accordo. Per secoli e secoli fra i due popoli è stata lite continua. Scontri, scaramucce, addirittura vere e proprie guerre. I motivi? Se non c’erano se li inventavano, un pezzo di terra o una sorgente, una pecora o una capra, ogni scusa era buona. Ci mancava solo un pino sul confine per creare altro disaccordo.

È nostro! 

No, vi sbagliate, ha più rami dalla nostra parte, quindi spetta a noi! 

E così via.

Questa è anche la storia dell’ottusità degli uomini, che al posto di vivere in pace sereni e contenti hanno spesso trascorso il tempo a litigare, anche per stabilire chi, fra franzesi e nataliani, fosse proprietario del Grande Pino Cembro. Che invece di ombra ne aveva abbastanza per tutti.

Questa storia, per fortuna, ha lieto fine. Si comprende, infatti, che è da stolti litigare per un po’ d’ombra o per un po’ di legna. Si comprende anche che non hanno molto senso quelle spesse linee colorate che si vedono sulle carte geografiche, messe lì apposta per dividere persone che fanno le stesse cose. E che, una volta, parlavano pure la stessa lingua. Ma vediamo quel che accadde, iniziando col fare un bel balzo all’indietro nel tempo.

Cippo del confine (versante italiano)
Parte prima: le guerre. Ovvero picchia picchia, accipicchia quante botte

7 luglio 1001, ore 13. Cielo plumbeo, vento di pioggia

Rumori di ferraglia sul Colle Chabet. Urla, grida di incitamento, in mezzo alle nigritelle e alle stelle alpine c’è battaglia. Soldati del Duca di Carcassotte e del Conte di Bussoletto si fronteggiano per il possesso di una sorgente.

Mentre fanti e cavalieri si azzuffano, un seme di pigna sta germogliando, una tenera piantina prova a spuntare.

Che posto è mai questo?, si chiede, ma guarda dove sono andata a nascere. Al calar del giorno la battaglia termina e soltanto per caso la piantina non è stata calpestata. Ma che spavento!

7 luglio 1101

Altre battaglie son seguite, altre lotte per un palmo di misera terra, per avere più acqua dove l’acqua è spesso anche troppa.

La piantina è… piantina? Un grande pino cembro perbacco, sopravvissuto a cento e più scaramucce, a cento e più feroci scontri.

Un po’ di rami di qua, un po’ di rami di là, qualche radice in Franza e qualche altra in Natalia: a chi appartiene il grande pino?

7 luglio 1301

Soldati del Marchese di Pampoulette si riposano sotto le fronde del cembro. Li comanda Têtecassée, capitano forgiato in tante guerre.

Improvviso giunge dal basso un rumore di zoccoli, la terra trema, i fiori si chiudono, le nuvole oscurano il cielo.

Sont les Natalien qui arrive, en guarde, mes courageux!, grida affannato Têtecassée.

Dopo un’ora, scacciati i franzesi, tocca ai soldati nataliani del Duca di Monferrino riposarsi sotto le fronde. Li comanda Colabrodo, capitano sforacchiato da troppe guerre…

7 luglio 1501

Piove sui prati e sul cembro. Un violento acquazzone infuria sulla battaglia che infuria. Lampi e tuoni nel cielo. Cannonate e schioppettate sulla terra.

Gli armigeri fradici non combattono più soltanto per un lembo di misera terra, ma anche per un magnifico albero. A chi il diritto di godere delle sue rigogliose fronde?

Poi il temporale cessa e con lui la battaglia. Sforacchiotti e Bucherellé, i due comandanti, decidono una tregua. Mentre nel cielo si fa largo il sereno, i soldati si leccano le ferite.

7 luglio 1701

Il Conte di Mirtillosa e il Duca di Framboisette, vassallo del Re di Franza, han deciso che è giunta l’ora di farla finita con la questione del pino cembro: se ne decida una volta per tutte la proprietà. Con una guerra risolutiva, se necessario.

Comanderanno le armate avversarie Zoppetto e Zoppon, capitani senza macchia e senza paura.

La guerra dei cent’anni sarà

……………………..Per decidere chi è padron del Grande Cembro

E chi alla fine la sorte premierà

…………………….Sotto le fronde potrà trovar meritata quiete

Ma cent’anni son passati

………………………Lotte, affanni, fame e sete

Tutto per nulla, gloriosi soldati

………………………È ancor di nessuno, il Solitario Cembro

Cippo di confine (versante francese)
Parte seconda: la corsa. Ovvero è meglio correre che scannarsi con schioppi e spadoni

7 luglio 1801

Freddo tormenta e neve sui prati del confine. È tornato l’inverno ed è tornato d’estate. La lunga e inutile guerra è finita. Orbosordo e Sourdborgne, capitani stanchi, han deciso che basta.

Basta scannarsi per Mirtillosa, Framboisette, Fragolino e Champignon.

Duchi e marchesi, principi e viceré si scannino fra loro, se proprio vogliono guadagnarsi il cembro guerreggiando.

Orbosordo e Sourdborgne, capitani saggi, han trovato la soluzione. Onorevole e non sanguinosa. Una corsa, al termine della quale il più abile e veloce guadagnerà l’albero per sé e per il suo popolo.

Una corsa sissignori. Solo sudore ma niente sangue, solo fatica ma niente morti. Né feriti.

7 agosto 1801 ore 14, giornata calda

È il giorno stabilito. Capriotto e Bouqueton, i due sfidanti sono pronti. Per prepararsi han trascorso un mese di strapazzi sui monti e sui rivi. E ora scalpitano come torelli, uno di qua e l’altro di là dal colle: a ugual distanza dal Grande Cembro!

Al suo ramo più basso è appeso un nastro d’oro e d’argento: chi per primo lo prenderà avrà vittoria onore e gloria. E pure il titolo di conte, con annessa contea. Lungo il percorso centinaia di popolani attendono frementi il comando di partenza.

— Taratatà, taratatà… taratatà! Al terzo squillo di tromba i due si scaraventano come furie sul pendio. Paiono lepri inseguite dai cani. E corrono, e saltano, di sasso in sasso, di zolla in zolla. Novelli Filippide, Capriotto e Bouqueton tagliano le curve del sentiero.

E sudano. Sudore sui volti e sulle schiene, come cavalli schiumanti al galoppo. Tra due ali di folla che grida, sospinge, incita: dai, dai, alé, alé.

Su ambo i versanti, al primo pendio segue un lungo pianoro, dove il ruscello disegna sinuosi meandri. I due destrieri ripigliano vigore e superano le acque con poderosi balzi, giungendo così all’ultima erta coperta di fine detrito.

Il caldo si fa opprimente. Due passi avanti e uno indietro, sull’impervia china sotto il colle. Tutt’intorno vessilli e coccarde, bandiere e stendardi.

Forza, forza! Fiato corto, gambe di legno. Alé, alé! Fiato morto, gambe di cembro. Di pino cembro…

Bouquotto e Capriton, pardon, Capribouq e Toncaprì, pardon ancora (sono stanco anch’io), Capriotto e Bouqueton sbucano sul colle, il Cembro è lì, sopra di loro. Pochi passi ancora e, guardandosi negli occhi, afferrano il nastro d’oro e d’argento: nel medesimo istante!

Delusione. Tutt’intorno, silenzio.

Grande Cembro osserva perplesso. E, sorpresa, parla, anzi, grida: 

Santa pazienza, ora basta davvero, omuncoli senza senno, ominidi dal vuoto cranio!

E continua, alzando ancor di più la voce: 

Io son di tutti, son del Cielo e della Terra, dell’Aria e dell’Acqua, di Scoiattoli e Uccelli, di Piccoli e Grandi, di Nataliani e Franzesi.

Tutt’intorno, un grande e rispettoso silenzio.

Le foto che illustrano la pagina sono di Toni Farina
Parte terza: il pic-nic. Ovvero che buona la merenda sui prati, in compagnia, amicizia e allegria

7 luglio 1991, ore 13. Cielo azzurro e sole caldo

All’ombra del Grande Pino Cembro due famigliole sono intente al pic-nic. Sole, allegria, aria buona, la passeggiata per salire al Colle Chabet ha messo appetito a tutti, nulla di meglio quindi di un po’ d’ombra, per una merenda come si deve.

Sole, allegria e l’ombra tonificante del grande albero: dove un tempo dominavano diffidenza e paura ora si scopre che è facile fare amicizia.

Parte ultima: Europa! Ovvero le spesse linee son cancellate

7 luglio 2001

Sul Colle Chabet, all’ombra del Grande Pino Cembro, due famigliole stanno riposando. Sono salite su un sentiero ben segnato su una cartina nuova, comprata giusto per l’occasione. Una cartina con torrenti e laghi, boschi e ghiacciai, paesi e borgate, strade e mulattiere. Ma senza quelle spesse linee colorate sulle creste e sui colli…

Senza Franza e Natalia. Soltanto Europa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Si è occupato di comunicazione e promozione all’interno del settore parchi naturali della Regione Piemonte. È stato redattore della rivista di divulgazione naturalista Piemonte Parchi. Attualmente è consigliere dell’Ente di gestione del Parco nazionale Gran Paradiso.