Il 3 settembre Badoglio convoca i ministri degli Esteri Guariglia, della Guerra Sorice, dell’Aviazione Sandalli, della Marina de Courten: «li informa — scrive Sergio Lepri in “Pezzi di storia” — delle trattative e dell’invio di un alto generale, Castellano, in Sicilia; ma non li informa che alle 17:15 di quello stesso giorno è stato firmato l’armistizio a Cassibile. I ministri della guerra non sanno, quindi, che la guerra è finita». E si va avanti così, con mezze informazioni, trucchetti vari, inspiegabili silenzi anche verso la Marina fino all’affondamento alle 15:40 del 9 settembre della corazzata “Roma”, inabissatasi a nord della Sardegna dopo un bombardamento aereo tedesco. Furono 1.352 marinai del Roma che persero la vita, tra loro il comandante della flotta, l’ammiraglio Carlo Bergamini


L’articolo di CESARE PROTETTÌ

L’armistizio fu firmato in un uliveto di proprietà della baronessa Liliana Sinatra Grande, vicino Cassibile, in provincia di Siracusa. Nello stesso punto della firma fu posta una lapide, detta “Pietra della Pace”, per ricordare l’evento, ma fu trafugata nel giugno del ’55 dal giornalista Enrico de Boccard, poi processato. Si perse così il punto esatto dell’evento storico che cambiò il destino non solo dell’Italia; sotto il titolo, i protagonisti della firma: primo da sinistra il generale statunitense Walter Bedell Smith (diventerà capo della Cia), terzo il brigadiere generale inglese Kenneth Strong, quinto il generale Giuseppe Castellano e settimo il diplomatico Franco Montanari; l’armistizio fu reso noto cinque giorni dopo da Badoglio alla Radio

LA PANDEMIA HA dato una mano alla Signora con la falce a far scomparire quei militari che nel 1943 avevano intorno ai vent’anni e che furono protagonisti, loro malgrado, del dramma dell’8 settembre. Dalle ultime testimonianze raccolte risulta che quel dramma poteva avere conseguenze meno devastanti: perché — come ci ha lasciato scritto il sergente Sergio Lepri, classe 1920 — dal 10 agosto 1943, cioè quasi un mese prima della confusa e tardiva comunicazione di Badoglio dell’armistizio, i vertici militari italiani avevano studiato le misure per fare in modo che le sei divisioni italiane dell’Italia centrale rendessero inoffensive le uniche due divisioni tedesche che operavano sul medesimo territorio agli ordini del generale tedesco Kesserling.

Un docuvideo della rivista EU (European Affairs) intitolato Settembre 1943, dalla difesa di Roma alla strage di Cefalonia, ci ricorda poi che negli ultimi tre o quattro giorni prima dell’annuncio di Badoglio fu commessa una quantità enorme di errori, depistaggi, stupide furbizie che trasformarono l’esercito italiano in un indifeso agnello sacrificale e i nostri soldati in “traditori” che, nel giro di poche ore, vennero deportati nei lager creati dai tedeschi in tutta Europa non come prigionieri di guerra, ma come “internati militari italiani” (IMI), sottoposti ad ogni vessazione e privi della tutela della convenzione di Ginevra del 1929.  

Campo di internamento per militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Foto di propaganda di guerra nazista proveniente dal Deutsches Bundesarchiv, firmata “Schwahn”, 20.8.1944

Quanti erano? Le cifre oscillano dai 725.000 risultanti allo Stato maggiore tedesco, agli 810.000 proposti dallo storico tedesco Gerhard Schreiber. Furono catturati in Italia, ma anche in Slovenia, Croazia, Albania, Grecia, Isole Egee e Ionie, Corsica, Provenza: su quello che accadde nel Sud della Francia, ci ha lasciato una rabbrividente testimonianza, nel libro “Il Quaderno Nero”, il caporale Giovanni Giovannini, anche lui classe 1920, che sarebbe diventato un grande giornalista, inviato della Stampa e poi presidente della Fieg (la Federazione italiana editori giornali) e dell’Ansa.

Nei campi di concentramento o di lavoro tedeschi in Germania, Francia, Polonia, e in molti altri paesi, morirono in 20mila. Altri lasciarono la vita in stragi efferate operate dai tedeschi come quella di Cefalonia. Solo in circa centomila riuscirono a fuggire unendosi poi, in buon numero, ai partigiani. Il video, nel quale intervengono la prof. Elena Aga Rossi ed altri studiosi, suscita nello spettatore un crescente senso di rabbia perché si avverte la chiara sensazione che potevano essere evitate all’esercito italiano la tragedia e la vergogna. Ma la rabbia sale se si legge la testimonianza di Sergio Lepri (scomparso il 20 gennaio scorso a 102 anni), che come sergente era in servizio a Palazzo Manni, a Orte, sede del comando della Quinta Armata che aveva il compito di difendere tutta l’Italia centrale dalla Spezia al Garigliano e da Porto Recanati a Istonio (oggi, come prima del fascismo, Vasto).  

Sergio Lepri con il nostro Cesare Protettì che ha appena consegnato al decano dei giornalisti italiani la prima copia del libro “Pezzi di storia” scritto con Stefano Polli (caporedattore dell’Ansa) nel 2021

Lepri — che da lì a breve sarebbe entrato nelle file partigiane e dopo la guerra sarebbe diventato il più longevo direttore dell’Agenzia Ansa (29 anni al timone) — nella testimonianza che apre il libro “Pezzi di Storia” (Istimedia, Roma, 2021) ci racconta che già nella notte tra il 10 e l’11 agosto 1943 era arrivato a Orte un importante documento 111 C.T. stilato dai generali Vittorio Ambrosio, Capo dello Stato maggiore generale e Mario Roatta, capo dello Stato Maggiore dell’esercito. «Senza dirlo esplicitamente — afferma Lepri — il documento faceva capire, in mezzo a tanti ordini, che gli alleati angloamericani non erano più il nemico; il nemico erano i tedeschi. La guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940 a Gran Bretagna e Francia era praticamente finita». 

Ma come faceva un semplice sergente come Lepri a conoscere il contenuto del 111 C.T., letto in segretezza dai Comandi che l’avevano ricevuto e subito bruciato? «Al Comando della 5a armata — ricorda Lepri — è stato letto da tre persone nella notte tra il 10 e l’11 agosto, Caracciolo, Rovere, Bertorelle; poi è stato dato alle fiamme; ne vidi la cenere ancora calda nel caminetto». La riunione tra i tre militari durò almeno un’ora nella stanza del generale Caracciolo. Poi l’ufficiale arrivato da Roma se ne andò, accompagnato all’uscita dal tenente colonnello Bertorelle, antifascista come Lepri. Vede il sergente e gli strizza l’occhio: «Grandi cose» mormora; «bisognerà spostare parecchie bandierine». «Uno dei miei compiti — spiega Lepri nel libro — era infatti quello di tenere aggiornata visivamente la posizione dei reparti che costituivano la Quinta armata: tante bandierine di carta di diverso colore appuntate con uno spillo su una grande carta topografica, il 200mila del Touring».  

Pietro Badoglio con il Collare dell’Annunziata, massima onorificenza di Casa Savoia

«Sulla grande carta — ricorda Lepri — le bandierine le spostai, su indicazione di Bertorelle, due o tre giorni più tardi e dopo lunghe e segretissime riunioni degli alti gradi del Comando, accompagnate da un’infinità di messaggi trascritti dall’ufficio cifra: le divisioni dipendenti dal Comando dell’armata venivano disposte intorno alle due divisioni tedesche presenti nell’Italia centrale, cioè la terza divisione corazzata (“panzergrenadier”), schierata tra l’Amiata e il lago di Bolsena, e la seconda divisione paracadutisti, giunta da poco nella zona di Pratica di Mare, a sud di Roma. Le divisioni costiere, schierate lungo la costa tirrenica faccia a mare in funzione antisbarco, rivoltavano di 180 gradi le loro artiglierie, puntandole non più verso il mare ma verso terra». «Non era necessario essere degli esperti di strategia militare — chiosa Lepri — per capire quello che si stava preparando». Si scoprì poi che i tedeschi avevano da tempo preparato i piani per occupare l’Italia e disarmare il nostro esercito e questo prima ancora che il governo Badoglio stabilisse contatti con gli angloamericani.

Ma a Roma chi sa del 111 C.T. e del ribaltamento delle alleanze attuato nei piani di difesa dal Comando Supremo? «Sul momento — scrive Lepri — forse nessuno. Badoglio ha deciso che tutto deve essere tenuto segreto, anche con inganni e menzogne». Ha cominciato con la frase «la guerra continua» nel suo proclama del 25 luglio e finirà l’8 settembre con l’ambigua frase che le forze armate italiane «reagiranno ad eventuali attacchi da qualunque altra provenienza» per dire che i nemici ora erano i tedeschi.  

È vero, tuttavia, che il primo tentativo serio di un contatto per l’armistizio con gli alleati avvenne solo il 12 agosto, due giorni dopo la prima limitata diffusione del C.T. 111, quando Badoglio e Ambrosio inviarono a Lisbona un militare di un certo peso, il generale Castellano per colloqui con importanti personalità americane e inglesi. Della missione a Lisbona Badoglio e Ambrosio non avevano parlato neppure col re e col ministro Guariglia, che lo sapranno solo il 27 agosto al ritorno di Castellano. Contro ogni previsione, Castellano ha in tasca il testo, già redatto e non modificabile, che, a definitiva chiusura dell’incontro, gli hanno dato i rappresentanti alleati, il cosiddetto “armistizio breve”. Nei documenti degli Alleati viene chiamato armistizio e basta; il successivo testo che sarà firmato a Malta il 29 settembre, chiamato in Italia “armistizio lungo”, in inglese porta scritto Instrument of surrender, cioè “resa incondizionata”.

Un contadino siciliano indica la strada a un soldato dopo lo sbarco anglo americano nel settembre 1943 (foto di Robert Capa)

Il dopo è tragicamente noto: il 3 settembre Badoglio convoca i ministri degli Esteri Guariglia, della Guerra Sorice, dell’Aviazione Sandalli, della Marina de Courten: «li informa — scrive Lepri — delle trattative e dell’invio di un alto generale, Castellano, in Sicilia; ma non li informa che alle 17:15 di quello stesso giorno è stato firmato l’armistizio a Cassibile. I ministri della guerra non sanno, quindi, che la guerra è finita». 

A conferma e integrazione del 111 C.T., il 2 settembre lo Stato maggiore dell’esercito aveva intanto inviato ai Comandi dipendenti la Memoria 44op, dove, per confondere ancora una volta le idee, “op” vuol far capire “ordine pubblico”. Invece non vi si parla di ordine pubblico: un altro stupido tentativo di depistaggio. E si va avanti così, con mezze informazioni, trucchetti vari, inspiegabili silenzi anche verso la Marina fino all’affondamento alle 15:40 del 9 settembre della corazzata “Roma”, inabissatasi a nord della Sardegna dopo un bombardamento aereo tedesco. Furono 1.352 marinai del Roma che persero la vita, tra loro il comandante della flotta, l’ammiraglio Carlo Bergamini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).

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