Rapporto Ispra sull’Italia sott’acqua. Il territorio dissestato presenta il conto, ed è molto salato 

Maltempo: allagamenti a Reggio Calabria

Il maltempo imperversa da Nord a Sud. Da giorni tante lacrime e disastri, disagi e danni economici. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, il 4,1% della popolazione italiana, pari a 2,4 milioni di persone, risiede in aree a pericolosità elevata di alluvioni. Il 7,4% dei comuni italiani ha almeno il 20% della propria superficie in area allagabile. Con un altro dato inquietante: in Veneto (21,2%) e Liguria (18,6%) si registrano le maggiori percentuali di beni culturali esposti a rischio di alluvioni. La città di Michelangelo ma anche la città dei papi, e poi Venezia, Napoli, Palermo, e tante altre città e borghi che hanno tesori custoditi per secoli potrebbero essere danneggiate da acqua e fango


L’analisi di ANNA MARIA SERSALE

CALABRIA E SICILIA stanno contando i danni per le alluvioni di questi giorni, con abitazioni inagibili, famiglie evacuate e strade interrotte. I paesi etnei e Catania sono ancora in ginocchio per l’uragano che un mese fa ha cancellato ettari di uliveti, agrumeti e devastato la città attraversata dalla furia dell’acqua che ha ucciso due persone. Da giorni tante lacrime e disastri, disagi e danni economici. Anche la Sardegna è flagellata, da Olbia a Cagliari un bollettino di guerra e scuole chiuse nel capoluogo. Con mezza Italia sott’acqua, mentre continua l’emergenza in tante aree del Paese, arriva il Rapporto Ispra sulle alluvioni, prezioso per i tanti dati raccolti, aggiornati al 2020. 

Dati che dovrebbero far riflettere i responsabili della politica locale e nazionale: il 4,1% della popolazione italiana, pari a circa 2,4 milioni di persone, risiede in aree a pericolosità elevata. Non solo. È stato rilevato che il 5,4% del territorio nazionale ricade in aree potenzialmente allagabili, secondo uno scenario di probabilità-pericolosità elevata, percentuale che sale al 14% in caso di scenario di probabilità-pericolosità bassa. Inoltre, il 7,4% dei comuni italiani ha almeno il 20% della superficie in area allagabile in caso di scenario di probabilità elevata. Sono solo alcune delle cifre contenute nel Rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, presentato il 16 novembre scorso, per la revisione dei Piani di gestione e di mitigazione del rischio alluvioni.

Acqua alta in Piazza San Marco a Venezia sempre più frequente

Ma c’è un altro dato inquietante: in Veneto (21,2%) e Liguria (18,6%) si registrano le maggiori percentuali di beni culturali esposti a rischio di alluvioni per lo scenario di pericolosità elevata. Nessuno si salva, neppure Toscana, Lazio, Campania e così via. Probabilmente non c’è angolo del nostro territorio che possa considerarsi indenne dal rischio. Significa che tra un numero imprecisato di anni piazza Navona e il Pantheon a Roma, la basilica di Santa Croce e il Battistero a Firenze, San Marco a Venezia, e tanti altri gioielli e beni culturali, nonché musei, siti archeologici, chiese e palazzi storici potrebbero essere danneggiati dalle alluvioni. E ancora oggi, a più di cinquant’anni dall’alluvione di Firenze, l’Italia dell’arte e della storia, la città di Michelangelo ma anche la città dei papi e poi Venezia, Napoli, Palermo, e tante altre città e borghi che hanno tesori custoditi per secoli potrebbero essere danneggiate. 

Danni incalcolabili per l’umanità intera. Osservando più da vicino i dati sulla provincia di Venezia, si evidenzia che più del 60% dei suoi beni culturali che ricadono in aree di pericolosità elevata sono a rischio inondazione, ma se il livello di pericolosità scende il rischio riguarda l’80% dei beni culturali. La città di Venezia è la più esposta: ha un rischio dell’80% che sale all’89 se la pericolosità è medio bassa. Certo, non siamo all’anno zero. In difesa dei nostri siti archeologici e delle nostre opere d’arte negli ultimi anni sono stati fatti diversi interventi importanti. È il caso di Pompei, ma c’è un bisogno enorme di investimenti. Però non è ancora ben chiaro come e dove verranno allocate le risorse finanziarie che arriveranno dai fondi europei e dal Pnrr.

Sviluppo urbanistico incontrollato e colate di cemento hanno devastato il territorio

Gli ambientalisti lo denunciano da decenni: l’Italia è fragile per la sua morfologia territoriale e per il suo sviluppo urbanistico incontrollato. Troppe colate di cemento hanno devastato territori e divorato le coste, troppo abusivismo lasciato crescere tra indifferenza e corruzione. Troppe attività predatorie hanno devastato l’ambiente. Così inondazioni, alluvioni e frane — sempre più frequenti — provocano gravi dissesti. Dalla dorsale appenninica alle coste, da nord a sud dello Stivale, da decenni la conta dei danni nelle aree abitate e in quelle agricole è davvero allarmante. Drammi che si potrebbero evitare, almeno in parte. Per gli ambientalisti è sotto accusa la crisi climatica ma anche l’incuria in cui sono lasciate tante aree del Paese. 

«Il clima incide molto sull’intensificarsi degli eventi estremi», dichiara Barbara Lastoria, ricercatrice, una delle autrici del Rapporto Ispra: «Riscaldamento climatico e siccità concorrono ad aumentare la portata e i volumi dell’acqua che si incanala, aumenta la magnitudo, si formano delle piene rapide e improvvise, delle inondazioni, dei flash fload repentini. Anche gli incendi provocano problemi, nelle aree boschive fanno perdere la copertura vegetale, che aiuterebbe l’acqua prima a penetrare nella terra e poi a defluire riducendo le concentrazioni del flusso». Sui terreni bruciati restano dei “materiali morti” che vengono trascinati dall’acqua e che possono finire nella sezione di una condotta e bloccarla: l’acqua che non defluisce torna indietro ed esonda lateralmente, fino a farla scoppiare, come è accaduto a Olbia, Sardegna, nel 2013, quando un ciclone fece saltare i canali che erano stati “tombati” tanti anni prima per costruire palazzi, nei pressi della laguna marina. Allora il bilancio in Gallura fu di 16 morti e duemila sfollati. Una vera tragedia.

La città di Crotone allagata a ridosso dei corsi d’acqua cementificati

Ma torniamo al Rapporto Ispra. Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Calabria sono le regioni in cui le percentuali di territorio potenzialmente allagabile risultano superiori rispetto a quelle calcolate su scala nazionale. Tra tutte spicca la Calabria: con il 17,1% del territorio a rischio per lo scenario di pericolosità elevata. Segue l’Emilia Romagna con l’11,6%. In queste regioni, rileva Ispra, la provincia di Crotone è quella con maggiori percentuali di aree allagabili e popolazione esposta, mentre Ferrara è la provincia in cui la popolazione esposta a rischio di alluvione, in caso di scenario di pericolosità media e bassa, è il 100% di quella residente. Percentuali simili (99,1%) si riscontrano nella provincia di Rovigo in Veneto nel caso di scenario di bassa probabilità di alluvione. 

Con uragani e piogge torrenziali il conto è sempre più salato. Che fare? «Occorre invertire la tendenza — osserva Lastoria —, investire di più sul personale per svolgere attività conoscitiva e di manutenzione del territorio su ampia scala. Stiamo consumando il bene più grande che abbiamo: l’ambiente. Non possiamo curare il singolo sintomo, ma le cause, che dobbiamo individuare e rimuovere con soluzioni di largo respiro. Avere cura dell’ambiente non soltanto ripaga ma previene i danni gravi». Per evitare il dissesto idrogeologico a livello nazionale occorre, dunque, risanare il territorio, limitare il consumo di suolo e investire in prevenzione. Quanto al clima “impazzito” per colpa dell’inquinamento ci sono responsabilità interne dei singoli stati e responsabilità globali, cosa ancora più chiara dopo la Cop26 di Glasgow appena conclusa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.