Chiediamoci: chi finanzia opere inutili e taglia su sanità e scuola è uno stato democratico?

Cantiere alta velocità Milano-Venezia [credit mobilita.org]

Dell’alta velocità l’Italia avrebbe tranquillamente fatto a meno, essendo italiana la tecnologia del Pendolino che bene si adattava alle asperità del suolo italico. Ma con il Pendolino l’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili) non aveva da guadagnare e perciò ecco le fantasiose, dispendiose, distruttive linee rette di Av, che arrecano il maggior consumo di suolo con conseguente maggior dissesto idrogeologico. E, guarda caso, come tutte le opere pubbliche, costano molto di più che all’estero, come dimostrò un’inchiesta de “Il Sole 24 Ore” qualche anno addietro. Un’altra considerazione di carattere sociologico si impone: l’Av è un succedaneo delle linee aeree, è destinata ad una utenza prevalentemente benestante e con le sue linee rette impone la soppressione di quelle piccole e medie stazioni che servono l’utenza pendolare


L’articolo di FABIO BALOCCO

QUANDO SI PARLA di Alta Velocità il pensiero corre soprattutto alla linea Torino-Lione, considerandola la madre di tutte le porcate, anche in ragione di quei dati sui flussi di traffico artefatti al fine di giustificare l’opera [leggi qui nota 1]. In realtà, come già dimostrò anni fa il compianto Ivan Cicconi nel suo “Il libro nero dell’alta velocità ovvero il futuro di tangentopoli diventato storia”, è l’alta velocità nel suo complesso un’opera sostanzialmente inutile, concepita e messa in pratica per ripagare le imprese amiche. Ne è testimonianza il fatto che, in previsione dell’obbligo di gare europee, nel 1991 si obbligò la Tav s.p.a. a dare in appalto le tratte di Av (Alta Velocità) già individuate alle maggiori imprese di costruzione italiane [leggi qui nota 2].

Anziché utilizzare la tecnologia italiana del Pendolino, più adatto alle asperità del suolo italiano, si sono progettate distruttive linee rette di alta velocità con maggior consumo di suolo e maggiore dissesto idrogeologico

Come ben noto, dell’alta velocità l’Italia avrebbe tranquillamente fatto a meno, essendo italiana la tecnologia del Pendolino che bene si adattava alle asperità del suolo italico. Ma con il Pendolino l’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili) non aveva da guadagnare e perciò ecco le fantasiose, dispendiose, distruttive linee rette di Av, che arrecano il maggior consumo di suolo con conseguente maggior dissesto idrogeologico. E, guarda caso, come tutte le opere pubbliche, costano molto di più che all’estero, come ebbe a dimostrare un’inchiesta de Il Sole 24 Ore di qualche anno addietro: la Torino-Milano era costata circa quattro volte tanto che una analoga linea francese… [leggi qui nota 3].

Sono le opere di pubblica utilità, dove l’utilità è delle imprese che le realizzano, mentre a carico della collettività restano i danni. Ma prima di passare oltre conviene qui ricordare la classica foglia di fico dell’allora ministro del governo Lega-Cinquestelle Danilo Toninelli, foglia di fico concretizzatasi con l’istituzione di una commissione che doveva valutare costi e benefici di Torino-Lione, Terzo Valico e Brescia-Padova. Commissione che diede parere ampiamente negativo alle tre opere. Ciononostante, i lavori proseguirono perché il ministro ritenne che costasse troppo tornare indietro: ma allora a cosa serviva la commissione? Il tutto è stato ben descritto dal presidente della stessa commissione Marco Ponti nel suo libro “Le grandi operette” [leggi qui nota 4].

Cantiere dell’alta velocità Milano-Brescia

Ma il debito dei partiti nei confronti dell’Ance non era evidentemente esaurito con le tre indicate opere inutili, occorreva andare oltre. Ed ecco allora che, è storia di oggi, nel Pnrr sono previsti 26.7 miliardi da impiegare nelle ferrovie, più altri 35 miliardi con fondi nazionali. Pressoché tutti soldi indirizzati verso l’alta velocità. E — notate bene — nonostante che ora ci siano i bandi europei, i nostri ministri ci dicono che con le nuove opere si crea lavoro per gli italiani e guarda caso Webuild nel suo sito inneggia alle nuove tratte convinta evidentemente di vincere le relative gare. Viene da domandarsi: cosa c’è sotto?!? [leggi qui nota 5]

Non è un dubbio da poco perché conforta quanto dicevo sopra: le opere vengono concepite non già perché servono ma per assolvere il pagamento di un debito o a causa di una sudditanza psicologica. Fra le opere più devastanti previste, la Salerno-Reggio Calabria, che solo a nominarla vengono i capelli dritti (ricordate l’autostrada?) per la quale si prevede un esborso di circa 20 miliardi a moneta attuale per risparmiare circa un’ora, e la Catania-Palermo (in realtà un raddoppio della linea attuale ma fuori sede) con cinquanta chilometri previsti di gallerie. Ed a margine un’altra considerazione di carattere sociologico si impone e cioè che l’Av è un succedaneo delle linee aeree, è destinata ad una utenza prevalentemente benestante e con le sue linee rette impone la soppressione di quelle piccole e medie stazioni che servono l’utenza pendolare.

 Nel 2021 le Ferrovie hanno gravato sulle finanze pubbliche per oltre dieci miliardi, cinque volte i ricavi di mercato

Ma la scellerata storia dei rapporti fra i nostri parlamentari e l’Ance non finisce qui perché se è vero che il pareggio di bilancio è stato introdotto nella nostra Costituzione, quel pareggio non vale per le Ferrovie. Un articolo di Giorgio Ragazzi dell’11 aprile 2022 su Il Fatto, che analizza il bilancio 2021 della società, svela una terribile realtà: se non fossero pesantemente finanziate dallo Stato le FFSS sarebbero fallite da tempo. Nel 2021 le Ferrovie hanno gravato sulle finanze pubbliche per oltre dieci miliardi, cinque volte i ricavi di mercato! [leggi qui nota 6]

Ah, dimenticavo la ciliegina sulla torta: le nuove tratte di Av sono sottoposte ad una nuova analisi costi-benefici, e indovinate un po’ chi la fa? Esatto! Le stesse Ferrovie che le devono realizzare. E i benefici consisterebbero nel fatto che la gente non userebbe l’auto (articolo di Dario Balotta su Il Fatto del 3 aprile 2022)… E a questo punto occorre fare una chiusa da semplice uomo della strada: abbiamo uno Stato che butta letteralmente i soldi dalla finestra per opere palesemente inutili e che innescano nuovi fenomeni di dissesto idrogeologico, mentre taglia su sanità e  scuola. Si può dire che persegua un bene comune? Di più: si può dire che siamo in un regime di democrazia, quanto meno intesa come perseguimento del bene comune? Sarebbe ora che riflettessimo appunto su questo termine: democrazia [leggi qui nota 7]. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.