Ambientalisti e animalisti “come cani e gatti”? «Le scelte obbligate le fa il bisturi non l’ascia»

In Italia ci sono dai sette ai diciotto milioni di cani e gatti. E specie animali selvatiche che determinano (non per loro colpa) forti squilibri ambientali con conseguenti danni economici: cinghiali, nutrie, scoiattoli grigi, cervi, caprioli, daini; ma anche gabbiani, piccioni, cornacchie grigie; e poi tinche, carpe, siluri e trote provenienti da chissà dove. Quando i provvedimenti obbligati sul rapporto tra uomo, ambiente antropizzato e animali sono dettati da emotività allora cominciano i guai. A quel punto «la frittata è fatta, in un Paese di poeti, santi e navigatori (e non di naturalisti)…»


L’analisi di GIORGIO BOSCAGLI, Società italiana per la storia della fauna


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Il mio mestiere è stato quello del biologo-naturalista. Vuol dire che mi sono occupato di equilibri naturali e del modo per preservarli. In particolare la mia prospettiva è stata (ed è) quella dello zoologo-faunista. Spesso in squadra con colleghi botanici, geologi o comunque professionisti impegnati nello studio dell’ambiente e delle modalità per intervenirci su arrecando il minor danno possibile. Talvolta lavorando e studiando per migliorare situazioni degradate o a rischio di degrado. Sarebbe stato molto difficile – a meno di giochini e piroette con la propria onestà intellettuale – non diventare pure un ambientalista [nota 1]. Per non farci mancare nulla – e per dovere di cronaca – oggi nella matassa c’è pure una diatriba terminologica: “protezionisti”, “conservazionisti”, “ecologisti” o “ambientalisti”? Ma non è certo questo il problema più lancinante.

Viceversa, in Italia, svariati milioni di Fido (chi dice sette chi addirittura diciotto) e più o meno lo stesso di Amelie [nota 2], in costante crescita, costituiscono – anche – un problema di gestione. Lo stesso dicasi a maggior ragione – seppure con un profilo del tutto diverso (quello al quale ci applichiamo noi biologi-faunisti) – per quelle specie animali selvatiche (la “fauna” appunto) che determinano (non per loro colpa) forti squilibri ambientali, a causa di poco oculate operazioni sull’ambiente condotte da Homo sapiens. Talvolta, spesso, addirittura determinano pesanti danni economici, oppure, ancora, più o meno giustificate (strumentali?) preoccupazioni per l’incolumità delle persone. Esempi? Cinghiali [nota 3] nutrie, scoiattoli grigi, cervi, caprioli, daini; ma anche gabbiani, piccioni, cornacchie grigie [nota 4]. E ancora: tinche, carpe, siluri, trote provenienti da chissà dove…e così via [nota 5]. L’elenco potrebbe diventare assai lungo e toccare pure specie per le quali abbiamo condotto battaglie infinite per difenderle dall’estinzione! Come lupi [nota 6] oppure orsi [note 7].

Dov’è, su tutto questo ampio fronte, che si arriva a non capirsi fra ambientalisti (forse, più correttamente, biocentrici) e animalisti (forse più precisamente zoofili)? Nel momento in cui si devono obbligatoriamente operare delle scelte – e conseguenti decisioni non raramente spiacevoli – fra ecosistemi in equilibrio e sensibilità zoofile. Ma tutte le riflessioni sul da farsi, caso per caso, dovrebbero essere condite con una buona conoscenza del comportamento animale (etologia) e delle sue relazioni con l’ambiente (ecologia). Sfortunatamente, per molte ragioni che non tratteremo qui, così non avviene. Mentre spesso le riflessioni sul da farsi vengono basate esclusivamente sull’ascolto della (propria) emotività. Il rischio che si corre è quello di provvedimenti dettati dall’onda delle proteste; non raramente pure per acquisire consenso politico spacciando fantasiose corbellerie (come le “liberazioni di lupi”!) [nota 8], ovvero si propugna l’intervento con l’ascia quando sarebbe necessario il bisturi [nota 9].

Se tutto questo viene poi trasferito tout court nel campo dell’ideologia, come sovente accade in questo Paese di poeti, santi e navigatori (non di naturalisti)… abbiamo fatto la frittata (ma Brilla non c’entra)! L’argomento − come abbiamo scritto in premessa della prima parte − meriterebbe approfondimenti con tanto spazio ancora, e siccome riguarda molti milioni di italiani (supponiamo tutti lettori di italialibera.online) non escludiamo di tornarci su. – (2. Fine – La prima parte è stata pubblicata sabato 30 gennaio © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.