Ambientalismo e politica. «Non c’è spazio per l’ottimismo, e neanche per il pessimismo»

Dove andranno i soldi post pandemia? Soprattutto nell’alta velocità, e con gare fatte ad hoc per far vincere imprese italiane. «Il M5s non voleva le grandi opere ma una volta al potere ha ceduto alle lusinghe, e la commissione Ponti che le bocciava è stata tranquillamente innocuizzata dall’allora ministro Toninelli». Quale rilievo si dà nella scuola alle scienze della terra e dell’ambiente? Nessuno, o quasi. Non si studia neanche più la geografia, in nessun grado di scuola dell’obbligo. Big Pharma col Covid fa il grande business, e la Tv non spiega neanche le cause della pandemia per prevenirne altre


L’intervento di FABIO BALOCCO

¶¶¶ Il mio post sulla crisi dell’ambientalismo ha suscitato diversi interventi tutto sommato abbastanza ottimisti e/o propositivi sul ruolo che ancora possono esercitare l’associazionismo ambientalista e i Verdi come partito. Non cambio la mia convinzione e confermo che non trovo che in questo campo, quello ambientale, ci sia spazio per l’ottimismo, ma neanche per il pessimismo. Mi spiego meglio: la realtà attuale italiana, ma anche, ovviamente, mondiale, non lascia spazio neppure al pessimismo perché la realtà non offre spazi per pensare in un “più negativo”. Sono io troppo pessimista? Non credo.

Partiamo da un dato oggettivo: affinché possa esserci una inversione di tendenza, ossia un passaggio dalla depredazione alla tutela del territorio, occorrerebbe un cambiamento dell’economia. Credo che su questo siamo tutti d’accordo. Limitiamoci per comodità e conoscenza dei dati all’Italia, che non è neanche uno dei paesi più sfortunati al mondo, visto che nel 2020 nella sola Amazzonia si è deforestata un’area grande come i Paesi Bassi… [nota 1]. Da un sito del settore ricaviamo questo dato: «in Italia, nel 2019 le imprese della filiera del cemento e del calcestruzzo – in un contesto di complessiva decelerazione dell’economia italiana – hanno mostrato valori economici in sostanziale crescita, rafforzando quella tendenza che già nel 2018 era stata riscontrata» [nota 2]. 

Quindi, diciamo, il settore delle costruzioni – che è poi quello da cui deriva il consumo di suolo – non conosce crisi. Non abbiamo più la produzione di inizio millennio, non siamo più i primi in Europa, ma ci difendiamo. Ovvio che non tutta la produzione si riversa sul nostro suolo, ma in buona parte sì. Non più tanto nell’edilizia, quanto nelle opere pubbliche (dove “opera pubblica” è un ossimoro, in quanto sono opere che garantiscono profitti privati e danni pubblici). Un esempio per tutti: dove andranno i soldi post pandemia, anche europei? Soprattutto nell’alta velocità, e con gare fatte ad hoc per far vincere imprese italiane: vi siete mai accorti che i nostri politici quando parlano di opere pubbliche non citano nemmeno le gare europee? Sono certi che daranno lavoro all’Italia, alla faccia della concorrenza. E così via alla Napoli-Bari e alla Catania-Palermo (in Sicilia, dove le ferrovie sono una cenerentola!). Mentre continuano la Torino-Lione, la Brescia-Verona, il Terzo Valico. Terzo Valico nel quale si scopre una vicenda di tangenti e mazzette con implicati i signori delle opere pubbliche Salini e Incalza (ma guarda). [nota 3]

Il M5s non le voleva le grandi opere? Una volta al potere ha ceduto alle lusinghe, e la commissione Ponti che le bocciava è stata tranquillamente innocuizzata dall’allora ministro Toninelli. Leggere “Grandi operette”, appunto di Marco Ponti, per avere un riscontro oggettivo. Quindi, tornando a bomba: nessuna speranza che l’economia cambi e/o che cambino, di conseguenza, i politici. 

Andiamo allora a monte: potrebbe cambiare qualcosa se mutasse il paradigma culturale. E qui veniamo alla scuola che la cultura la deve creare. Quale rilievo si dà nella scuola alle materie della terra e dell’ambiente? Nessuno, o quasi. Non si studia neanche più la geografia, in nessun grado di scuola dell’obbligo [nota 4]. E addirittura si spinge per la scuola-lavoro, affinché l’alunno attuale sia subito pronto per essere il lavoratore di domani, alla faccia della cultura. Quindi, nessuna speranza nel cambiamento. Un ruolo suppletivo – nel vuoto della politica e della scuola – lo esercitavano le associazioni ambientaliste, per le quali mi sono appunto soffermato in un precedente articolo, preveggendone il funerale a breve (della maggior parte, non di tutte), stante la carenza di ricambi. 

E qui mi riallaccio al discorso scuola: perché un giovane dovrebbe impegnarsi per la difesa di qualcosa di cui ignora sostanzialmente l’esistenza come l’ambiente, la crisi ambientale, l’Antropocene, la sesta estinzione di massa? E qui, sempre nel campo della cultura, mi allargo (e poi chiudo) all’informazione che viene fornita dal mainstream: giornali e tivù, dove trovano spazio quasi solamente articoli e trasmissioni consolatorie, che ci fanno vedere che la natura esiste, che è forte, che gode di buona salute. Aperta parentesi: lo sapete che a Nairobi i bambini non sanno neppure dell’esistenza dei leoni, sempre di meno e sempre più in riserve? Chiusa parentesi. Trasmissioni tivù che ci riempiono gli occhi e le orecchie (e a noi maschietti anche qualcos’altro) dei vaccini prodotti da Big Pharma, che col Covid fa il grande business, senza ovviamente accennare a cosa si fa per conoscere le cause della pandemia e prevenirne altre. Senza lanciare il messaggio che magari qualcosa ciascuno di noi nel suo piccolo può non fare, esempio mettere al mondo  figli e mangiare carne. Chiudo qui. Mi fa troppo male continuare. La speranza è degli stupidi. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, cataste di zanne di elefanti messe a fuoco; in alto, consumo del suolo per la produzione di cemento; in basso, deforestazione in Amazzonia [credit fotogrammi dal film “Antropocene, l’epoca umana”]

About Author

Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.