In questo breve racconto, l’autrice del romanzo spiega come e perché ha cambiato il soggetto del suo ultimo libro. Non è usuale che a scriverne sia chi il romanzo l’ha scritto. Ma questa non è una recensione. È la realtà che irrompe e ribalta il punto di vista di chi la guarda. «Questo scoglio vicino all’Africa è l’unico luogo del Mediterraneo dove la tragedia compete con lo splendore, la morte con la bellezza. La spiaggia è ricoperta di detriti colorati che il sole fa brillare in modo sinistro. L’ultima mareggiata ha schiacciato, tritato, sbalzato tutto ciò che ha incontrato e alla fine ha lasciato sulla spiaggia solo scarti. Scarti di vite». Poi cambia il tempo. «Il mare ha il colore dell’ardesia, sprizza onde cattive e prepotenza. I lampedusani sono tutti rintanati in casa. I pescherecci non escono, il traghetto è fermo a Porto Empedocle, internet va a singhiozzo. Il bar centrale di via Roma è pieno. Vengono tutti qui: polizia, guardia di finanza, carabinieri, i volontari della Croce Rossa, i militari dell’esercito, Digos, Frontex, Europol. Per una manciata di giorni hanno una tregua dal terribile lavoro di pattugliare, salvare, curare, prendere le impronte digitali, schedare, trasportare dall’hotspot ai centri della terraferma, quando non raccogliere cadaveri, identificarli e metterli in una bara». Ed è di loro che Daniela Tagliafico decide di occuparsi: «Parlare di chi soccorre è come parlare di chi è soccorso. Sono vite che si intrecciano. Insieme a quelle dei lampedusani che hanno fatto conoscere al mondo cosa è l’accoglienza»


◆ Il racconto di DANIELA TAGLIAFICO

Succede. Di scrivere un romanzo diverso da quello che si aveva in testa, intendo. 

Volevo raccogliere storie di migranti e di disperazioni. Ho finito per scrivere storie di italiani, di accoglienza, di dubbi. Volevo parlare di loro. Ho finito per parlare di noi. 

La colpa è tutta del meteo. 

È il Natale del 2023. Decido di andare a Lampedusa. L’isola degli sbarchi. E dei naufragi. 

Questo scoglio vicino all’Africa è l’unico luogo del Mediterraneo dove la tragedia compete con lo splendore, la morte con la bellezza. E io voglio scoprirla.

Lampedusa d’inverno è più autentica, più aspra. Non è cartolina, insomma, con le sue magiche seduzioni di cielo e di mare.

Lampedusa a Natale è dei lampedusani, non dei turisti. E dei migranti che sbarcano. A settembre ne sono arrivati 7000. Non c’è giorno che non ne arrivino. Magari 30/50, magari una decina che entrano in porto stremati su un catorcio di pochi metri. È uno stillicidio quotidiano, doloroso e inesorabile. 

Sono le loro storie che vado cercando. Sbarco a Lampedusa da un traghetto della Siremar, partito da Porto Empedocle. Una notte di navigazione. 

Riesco a fare due cose, prima che tutto cambi. 

La prima è una camminata sulla spiaggia delle Palme, vicina al porto. Non c’è una nuvola e l’isola scoppia di luce e di vento. 

La spiaggia è ricoperta di detriti colorati che il sole fa brillare in modo sinistro. L’ultima mareggiata ha schiacciato, tritato, sbalzato tutto ci che ha incontrato e alla fine ha lasciato sulla spiaggia solo scarti. Scarti di vite. 

Mi guardo intorno: chiazze rosse dei giubbotti di salvataggio intrisi d’acqua e di sabbia, così pesanti che il vento non riesce a farli volare via. Pezzi di scafo, legni azzurri e gialli, cime verdi da ormeggio, parabordi arancioni squarciati, plastiche di tutti i colori. Un’allegria di morte. 

E un intero scafo bianco rovesciato, orribilmente nudo. 

Il mare lo ha scagliato vicino ad una barca colorata sotto un pergolato di canne, decorata con reti da pesca e conchiglie, in mezzo a un gruppetto di fichi d’India dal verde incerto, e la scritta ” lounge bar Baia de Palma” con l’elenco degli aperitivi vista tramonto. 

E le palme, appunto, che svettano con assoluta indifferenza sopra questa desolazione. 

La seconda tappa è il cimitero di Lampedusa.

La pioggia dei giorni scorsi ha creato grandi pozzanghere che adesso, col sole, riflettono le croci delle tombe. Per terra il vento fa rotolare i vasi coi fiori di plastica. Ogni tanto le lamiere, scosse da qualche folata più forte, emanano suoni sinistri che sembrano lamenti. 

I bambini migranti sono là sotto, in un pezzo di terra ricoperto di erba e di croci fatte coi resti degli scafi. Sui legni consumati tracce di azzurro o giallo, i colori delle barche quando il mare non era ancora tragedia. Statuine di   angioletti in preghiera, qualcuno con l’aletta spezzata, fanno capolino tra i trifogli selvatici, anche qui qualche vaso rovesciato dal vento, manciate di sassi colorati disposti a mosaico, quasi a voler rendere allegra la commozione. Si cammina tra le croci, in mezzo a un dolore crudelmente anonimo finché non assume il volto di Yusuf Ali Kanneh, Libia 26-04-2020, Mar Mediterraneo 11-11-2020. Una lapide, il disegno di una barca e di un arcobaleno e la piccola foto di un bebé con la tutina a righe rosse e bianche. Vorresti non averlo mai visto in faccia Yusuf, li preferivi ignoti i bambini migranti del cimitero di Lampedusa perché si soffre di meno a non vedere un viso. Altri morti sono stati ospitati in loculi di lampedusani. È un altruismo potente quello di accogliere sconosciuti insieme al sangue del tuo sangue. Le tombe notoriamente sono fatte per consolare i vivi. E questi quasi mai vogliono intrusi nel loro dolore. 

Anche il comune di Lampedusa ha fatto la sua parte: una lapide che ricorda la tragedia dell’agosto 2011, quando la guardia costiera salvò 271 persone da un peschereccio, ma nella stiva ne trovò 25 morte per asfissia durante la traversata. 

“6 di loro qui riposano” 

Il sole di dicembre schiaccia di luce sei loculi bianchi numerati, ognuno con un disegno: un pesce, una conchiglia, un calamaro. 

Anche loro senza nome. 

Da domani – mi riprometto – andrò a cercare i vivi, quelli che hanno un nome e delle storie da raccontare. Quelli che sbarcheranno. Come succede sempre, tutti giorni. 

Il giorno dopo Lampedusa diventa aspra, violenta. 

Cambia il tempo. Ci sono 15 gradi, ma fa freddo a causa delle raffiche. I lampedusani sono tutti rintanati in casa. I pescherecci non escono, il traghetto è fermo a Porto Empedocle, internet va a singhiozzo. 

Il mare ha il colore dell’ardesia, sprizza onde cattive e prepotenza. L’unica ad affrontarlo è la motovedetta SAR CP 327 della guardia costiera per il consueto addestramento e pattugliamento di routine. 

Ma non soccorrerà nessuno questa volta. Con un tempo così i migranti non arrivano. Zero sbarchi, zero presenze nell’hotspot che per la prima volta da mesi e mesi è completamente vuoto. 

Durerà parecchi giorni – dicono i pescatori. Alludono al maltempo. 

Poi riprenderanno – dicono ancora i pescatori. Alludono agli sbarchi. 

Il bar centrale di via Roma è pieno. Vengono tutti qui: polizia, guardia di finanza, carabinieri, i volontari della Croce Rossa, i militari dell’esercito, Digos, Frontex, Europol. Saranno 500 in totale. Tutti a lavorare intorno alla tragedia degli sbarchi. Arrivano da varie regioni italiane, fanno turni di qualche settimana e poi tornano a casa sostituiti da altri. Tutta l’Italia viene qui al bar Cristal di Lampedusa. 

Ed è vedendo questa Italia che sfila e soccorre, che lavora dentro e fuori l’hotspot, che in questo freddo Natale del 2023 per una manciata di giorni ha una tregua dal terribile lavoro di pattugliare, salvare, curare, prendere le impronte digitali, schedare, trasportare dall’hotspot ai centri della terraferma, quando non raccogliere cadaveri, identificarli e metterli in una bara, ebbene è qui che decido che il mio romanzo sarà un altro. 

È di questi italiani che mi voglio occupare. Sono le loro storie che voglio raccogliere. Perché parlare di chi soccorre è come parlare di chi è soccorso. Sono vite che si intrecciano. Insieme a quelle dei lampedusani che dal primo sbarco, nel 1992, hanno fatto conoscere al mondo cosa è l’accoglienza. Il romanzo alla fine l’ho scritto. Ed è dedicato ai migranti. 

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Il libro

“Chi resta mentre il mondo scappa. Storie di confini e sopravvivenza”, Vallecchi editore, 2026.

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Laureata a Torino in Scienze Politiche, allieva di Norberto Bobbio e Luigi Firpo, è giornalista dal 1982. Ha lavorato molti anni con Enzo Biagi, collaborando con lui alle trasmissioni su Raiuno. Si è occupata di politica estera e interna nella redazione del Tg1, introducendo per la prima volta il “colore” nei servizi politici, in una stagione televisiva ancora molto paludata e tradizionalista. Del Tg1 è stata per molti anni vicedirettrice. Si è dimessa nel 2004 per protesta contro la mancanza di pluralismo e l’invadenza del governo sulla linea editoriale. Nel maggio 2006, con l’elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica, ha assunto l’incarico di direttrice di Rai Quirinale. Un’esperienza privilegiata che le ha permesso di maturare attenzione e sensibilità istituzionale. Il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza prima di “Cavaliere” poi di “Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana”. Il suo primo romanzo "Le coniugazioni del Potere", Mazzanti Editore, il penultimo libro "Re Giorgio. Dietro le quinte di una Presidenza" pubblicato da Rai Libri nel 2023.