Rigopiano quattro anni dopo: una valanga di supposizioni e 29 vittime senza giustizia

Depistaggi, inchieste a go-go e tanti veleni. A quattro anni dalla sciagura il processo è ancora nella fase preliminare. I parenti delle vittime chiedono giustizia ma uno studio mette in fila interessanti numeri che rimescolano le carte. Finora l’unico condannato è Angelo Feniello, colpevole di aver rotto i sigilli per portare un mazzo di fiori lì dove è morto suo figlio


 Il punto di Lilli Mandara, da Pescara

¶¶¶ Quattro anni di misteri, depistaggi, inchieste bis ter e quater e veleni, tanti veleni. Quattro anni e non c’è ancora un accenno di giustizia per i familiari delle 29 vittime della strage di Rigopiano di cui oggi ricorre l’anniversario, un anniversario amarissimo. Il processo è ancora in fase preliminare e nelle aule del tribunale di Pescara si profila una guerra di perizie perché, a questo punto, tutto si gioca su un aspetto tecnico e delicatissimo: è stato il terremoto a provocare la valanga che ha seppellito l’albergo e tutti i suoi ospiti quel maledetto pomeriggio del 18 gennaio 2017 oppure no? 

Non è un aspetto di poco conto quello che emerge dallo studio pubblicato sulla rivista scientifica “Frontiers in earth science” a firma dei professori Tommaso Piacentini, Monia Calista, Uberto Crescenti, Enrico Miccadei e Nicola Sciarra, che mettono in fila numeri interessanti: rispetto a un ritmo di 0-70 valanghe nei 60 anni precedenti al 2017, il giorno della tragedia sul massiccio del Gran Sasso se ne verificano 76, altre 105 nei due giorni successivi e 115 alla fine dell’anno. Quel giorno poi si registra una forte sequenza sismica con una prima scossa di 5.1 gradi Richter alle 10.25, un’altra da 5.0 alle 14.33 e alle 16.16 l’ultima scossa da 4.3 gradi. La valanga che ucciderà 29 persone si verificherà 34 minuti più tardi, un lasso di tempo compatibile, secondo gli scienziati, con la dinamica di innesco della valanga. 

Uno studio che è destinato a rimescolare le carte del processo e ad alleggerire le posizioni degli indagati, rimettendo in discussione l’eterno tema della prevedibilità degli eventi, che ha già tenuto banco senza successo per il terremoto dell’Aquila del 2009. No, i terremoti non si possono prevedere. Ma i legali del comitato delle vittime non sono d’accordo: per loro, dicono, non fa differenza che la tragedia si sia verificata per colpa del terremoto. Quella mattina, proprio per la paura scatenata dalle scosse, gli ospiti dell’hotel avevano tentato invano di lasciare l’albergo, lanciando decine e decine di allarmi che non sono stati presi in considerazione. Allarmi inascoltati. 

La strada era bloccata, le turbine sono state mandate dove non servivano o servivano meno, il piano valanghe non esisteva e i soccorsi sono scattati in ritardo, quando tutti o quasi tutti erano già morti: questi sono i punti chiave sui quali insistono le parti civili.

È un dolore che si rinnova. «In questi anni, di colpi bassi ne abbiamo ricevuti tanti − commenta Gianluca Tanda che nella tragedia di Rigopiano ha perso il fratello − e ogni volta ci siamo rialzati più forti di prima. Questo studio è l’ultimo in ordine di tempo ma le responsabilità penali rimarranno sempre le stesse; e nessun’altra scoperta di origine naturale potrà mutare le coscienze rispetto a una delle pagine più buie e tristi della storia dei soccorsi e dell’inefficienza degli apparati pubblici e istituzionali del nostro Paese».

Nell’inchiesta principale per disastro colposo e in quella bis per frode processuale e depistaggio sono finiti l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, l’ex presidente della Provincia di Pescara, dirigenti della Prefettura, compresa quella Daniela Acquaviva (poi archiviata) che rispose «La mamma degli imbecilli è sempre incinta» a uno dei cuochi che era riuscito a chiamare la Prefettura prima della tragedia, dirigenti regionali, ex presidenti di Regione, molti dei quali archiviati, in tutto 30 persone. 

E restano in piedi tanti misteri, come la telefonata del cameriere Gabriele D’Angelo che riuscì a mettersi in contatto col Centro operativo di Penne per chiedere l’evacuazione dell’albergo. La segnalazione, mandata dalla polizia alla procura, non venne mai inserita agli atti dell’inchiesta.

Fino a oggi l’unico colpevole di questa immane tragedia è Angelo Feniello, il papà di una delle vittime, condannato per aver violato i sigilli dell’area sequestrata: voleva andare a mettere un mazzo di fiori lì dove era morto il figlio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.