Riaprono le aule con trecentomila precari in cattedra e senza i ragazzi perduti con la Dad

In cattedra ci sono ancora trecentomila precari

Dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, gli alunni sono tornati in classe senza distanziamento e non è stato fatto nulla contro le “classi pollaio”. Non è stato sciolto neppure il nodo trasporti. Il governo Draghi ha riaperto le aule dimenticando le migliaia di ragazzi perduti nel corso dell’anno. La fuga dai banchi ha riguardato il 15% degli studenti (media nazionale) con percentuali del 25-30% nelle regioni del Sud e nelle periferie urbane. In Europa abbiamo il più alto tasso di giovani disoccupati e nel 2020 abbiamo scoperto che due milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni, in pratica un ragazzo su tre, non studia e non lavora


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

ANCHE QUEST’ANNO il cliché che accompagna l’apertura dell’anno scolastico non ha risparmiato professori e alunni. Dal mondo della politica molta retorica e dichiarazioni rassicuranti, con i media che si sono limitati a rilanciare le parole di Draghi e del ministro Bianchi. E i problemi veri? Coperti dal silenzio, sono stati ignorati. La verità è che gli organici sono del tutto insufficienti e per colpa di algoritmi impazziti le nomine sono state fatte in ritardo. Molti istituti versano in situazioni di degrado. In cattedra ci sono quasi trecentomila precari, in attesa di concorsi regolari e non “straordinari”. Dalla Sicilia alla Valle d’Aosta si sono riscontrate criticità. I posti da coprire erano 113.000 ma le immissioni in ruolo sono state 59.000. Ancora oggi su un terzo delle cattedre italiane siede un professore che non sa quando e dove tornerà ad insegnare, mentre per gli alunni la squadra cambia in corsa. 

Ci sono realtà dove la sicurezza non è garantita. Gli alunni sono tornati in classe senza distanziamento e non è stato fatto nulla per impedirlo, cosa gravissima considerato che in Italia ci sono  ancora “classi pollaio” con 28-30 ragazzi. Non è stato sciolto neppure il nodo trasporti, sembra che il potenziamento sia stato del tutto insufficiente. Inoltre, in molte Regioni, non sono arrivati i soldi promessi, in altre i soldi c’erano ma non sono stati spesi per l’acquisto di nuovi bus. Risultato: non siamo in grado di dividere le classi troppo numerose. Un tempo gli spazi li avevamo. Anzi, erano in abbondanza per il calo demografico. Avremmo potuto eliminare il sovraffollamento che impedisce l’inclusione dei più fragili, garantendo finalmente un pieno diritto all’istruzione e alle pari opportunità. Ma la politica ha fatto prevalere criteri contabili e in vent’anni di tagli sono spariti interi plessi. 

L’Italia resta il paese europeo con le più alte percentuali di insuccesso scolastico

In queste condizioni i 4 miliardi spesi per i banchi a rotelle suonano come una beffa. Ora, per risolvere il problema, occorrerebbero circa 300 milioni, ma il governo Draghi ne ha previsti solo 22, benché l’Italia sia il Paese europeo con le più alte percentuali di insuccesso e di abbandono. Abbandono, che è in crescita a causa della pandemia. La didattica a distanza ha lasciato vittime sul campo, in molti istituti sono aumentati i debiti formativi e le bocciature, soprattutto nei confronti di chi era sparito dalle aule e dai computer. Ma nessuno si preoccupa di recuperare questi ragazzi, né è stato fatto un censimento. «La scuola dovrebbe lavorare per gruppi di apprendimento, con un’ottica nuova», osserva il professor Gaetano Domenici, pedagogista di Roma Tre. Una chimera, considerato il fatto che abbiamo migliaia di “classi pollaio”, dove anche la didattica più tradizionale è un percorso a ostacoli. 

Il sistema è bloccato. Una miopia intellettuale sembra impedire riforme urgentissime per la scuola. Da quelle necessarie a rinnovarne l’impianto a quelle di adeguamento degli edifici nell’era della pandemia. Il governo Draghi ha riaperto le aule  dimenticando le migliaia di ragazzi perduti nel corso dell’anno. La fuga dai banchi ha riguardato il 15% degli studenti (media nazionale) con percentuali del 25-30% nelle regioni del Sud e nelle grandi periferie urbane. Cifre che rivelano l’esistenza di sacche di disagio per colpa anche delle classi “rigide” che condizionano la didattica, che si limita ad essere “trasmissiva”. L’insegnamento resta ancorato a vecchi schemi e danneggia soprattutto i più fragili. Lo abbiamo scritto più volte nelle nostre inchieste sulla scuola, rispondendo al grido d’allarme delle madri coraggio della Calabria, quando gli istituti erano tutti chiusi. Ci sono realtà di eccellenza, certo, ma non fanno sistema. 

Il rapporto tra investimenti, istruzione e sviluppo economico è molto stretto: ce ne dimentichiamo

E non basta riaprire. Ci sono nodi irrisolti. Il problema è, ancora una volta, quello delle risorse da mettere in campo sull’istruzione. «Occorre abbandonare la logica del risparmio — avverte Francesco Sinopoli, il segretario della Flc Cgil —. È il momento di fare un investimento di lungo termine e non semplicemente un investimento aggiuntivo, straordinario e a tempo determinato». Uno come Draghi, che sa bene quali siano i rapporti stretti tra investimenti, istruzione e grado di sviluppo economico del Paese, dovrebbe dire sì. Per il momento, leggendo gli indicatori fondamentali, ci si chiede chi sarà protagonista del rilancio tanto annunciato: quasi un quarto dei quindicenni italiani non raggiunge i livelli minimi di competenze matematiche e di lettura (dato Eurostat). L’istruzione media è molto bassa. Pochi i laureati. In Europa abbiamo il più alto tasso di giovani disoccupati, nel 2020 abbiamo scoperto che il 23,3% dei giovani compresi tra i 15 e i 29 anni, pari a due milioni circa, in pratica un ragazzo su tre, non studia e non lavora. Sono i cosiddetti Neet, ormai un esercito. A questi si aggiungono migliaia di ragazzi che nei mesi scorsi hanno abbandonato gli studi, ma nessuno finora si è curato di verificare se, e quanti, siano tornati.   

Proprio il dramma della pandemia avrebbe dovuto far scattare un piano straordinario per la scuola, ma non risulta che attualmente questo sia tra le priorità dell’agenda di governo. «Almeno il sovraffollamento doveva essere eliminato», osserva Sinopoli della Flc-Cgil. Si spera che le varianti Covid non creino nuovi allarmi, e si spera che il numero dei contagi sia contenuto, altrimenti si tornerà in Dad. Perché fonti ministeriali dicono che solo il 50% delle classi è composta da massimo 20 alunni, mentre il resto va oltre e, di queste, il 13% ha più di 26 alunni, fenomeno che nella secondaria sale al 19%. Senza contare le classi con la presenza di alunni con disabilità che non dovrebbero superare i 20 alunni, ma li superano nel 50% dei casi. Resta poi il problema delle oltre 600 scuole date in reggenza, non hanno il preside, significa che ci sono dirigenti scolastici che devono coprire i vuoti, dividendosi fra più istituti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.