Il Covid si può cercare nelle acque reflue. Un’alternativa al lockdown generalizzato

In arrivo nuovi lockdown regionali: unica strategia per contrastare la salita della curva dei contagi? Individuare per tempo la presenza di focolai nelle nostre città e adottare misure mirate di contenimento è una prospettiva impossibile da realizzare? Massimo Delledonne: «Non solo possiamo individuare le aree del nostro territorio in cui sono presenti i focolai; seguendo le condutture fognarie possiamo risalire persino all’azienda, alla scuola, al singolo edificio in cui sono presenti malati di Covid». La ricerca dell’Università di Verona bloccata un anno fa per mancanza di soldi. Ben strano Paese, il nostro


L’inchiesta di LAURA CALOSSO

¶¶¶ A un anno dall’inizio della pandemia la parola “lockdown” suscita inquietudine, specie se la prospettiva è una chiusura totale e generalizzata, difficile da proporre alla popolazione per ragioni economiche e anche psicologiche. Il lockdown è davvero l’unica strategia per contrastare la salita della curva dei contagi? Individuare per tempo la presenza di focolai nelle nostre città e adottare misure mirate di contenimento è veramente una prospettiva impossibile da realizzare? «In realtà è più che possibile», ci ha risposto il prof. Massimo Delledonne, ordinario di Genetica all’Università di Verona, che ha messo a punto un test per l’analisi delle acque reflue scaricate nei depuratori. «Non solo possiamo individuare le aree del nostro territorio in cui sono presenti focolai, ma seguendo le condutture fognarie possiamo risalire persino all’azienda, alla scuola, al singolo edificio in cui sono presenti malati di Covid».

Il motivo per cui il test può condurre a questi risultati attiene al tipo di malattia scatenata dal virus Sars-Cov-2, ci spiega il genetista. Non attacca infatti solo i polmoni, ma anche l’intestino e pertanto dalle feci si può accertare la positività. Perché, quindi, a fronte di questa certezza non si è arrivati ad applicare il test ed elaborarne i risultati? «Nel giugno 2020 alcuni campioni di acque reflue sono stati in verità prelevati, ma poi siamo stati costretti a buttarli via perché sono stati conservati secondo procedure sbagliate, ovvero sono stati tenuti in frigorifero dove le tracce del virus scompaiono rapidamente. Quei campioni dovevano essere congelati. Ma non è solo questo. L’Istituto Superiore di Sanità ha stabilito delle regole per selezionare i centri di analisi. Purtroppo, i criteri fissati sono così selettivi che di fatto neppure il nostro laboratorio universitario, nonostante tutti i sequenziamenti di Sars-CoV-2, eseguiti in questi dodici mesi, rientrava».

Lo scorso anno, a livello nazionale, è stata diramata una call per individuare gli istituti di ricerca interessati a collaborare al progetto Sari (Sorveglianza Ambientale Reflue in Italia) per lo studio delle acque reflue. Come è andato l’esperimento? «Noi abbiamo risposto alla chiamata», afferma il prof. Delledonne. «Purtroppo, però, per i centri di ricerca disposti a collaborare non sono previsti fondi, devono lavorare auto finanziandosi. Questo è un grosso problema perché non abbiamo denaro in cassa, dal ministero i fondi per la ricerca non arrivano e quindi, anche con la buona volontà, non abbiamo mezzi per lavorare».

Ad oggi non risulta che in Italia sia stato fatto un piano come quello adottato dall’Olanda, ovvero il monitoraggio sistematico delle acque reflue di grandi città, vedi Amsterdam e Rotterdam, in cui l’istituto olandese di ricerca Kwr ha iniziato un anno fa a controllare costantemente i campioni per cercare tracce di virus. Che senso ha investire in una direzione simile oggi? «Fare un campionamento quotidiano delle acque di scarico vuol dire essere precisi nell’individuare la fonte del problema» ha risposto Delledonne. «Stiamo combattendo una vera e propria guerra al virus e sarebbe giusto che la ricerca venisse messa in condizione di sviluppare tutti i possibili mezzi di contrasto alla pandemia. Sarà poi la politica a decidere se usarli o meno. Questa decisione finale non possiamo prenderla noi, perché oltrepasserebbe la nostra sfera d’azione. In ogni caso, la mancanza di finanziamenti ci depotenzia e questo non aiuta nessuno».

Tornando al progetto Sari, in alcune aree del Paese sono stati prelevati e analizzati dei campioni di acque reflue. Quali sono i risultati conseguiti fino ad oggi? «Non ho risposte, perché, a quanto ne so, i dati non sono accessibili», ha precisato il professor Delledonne, a capo di un gruppo di ricerca che ha raggiunto un risultato brillante nella lotta al Covid 19 in campo genetico. Si tratta di un test (messo a punto da Genartis, uno spin-off dell’Università di Verona) in grado di predire chi rischia di ammalarsi gravemente di Coronavirus. Con un banale campione di saliva − come abbiamo scritto qui ieri − è possibile accertare la presenza della regione di Dna ereditata dai Neanderthal, che risulta associata al rischio di Covid grave. Un’informazione non residuale se si considera che in Italia il 14% della popolazione ha questo fattore di rischio. Anche questo test è al momento inutilizzato, nonostante sia stato proposto gratuitamente al Servizio sanitario nazionale. Ben strano Paese il nostro. Non c’è che dire. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.