Augusta, il paradiso rubato a un’isola senza mare

Un’infernale discarica sommersa avvelena da decenni la vita della città fondata da Federico II di Svevia nel 1232 col nome di Augusta Veneranda. Sorge a fianco della città dorica di Megara Hiblaea, cancellata per sempre da diciotto chilometri di impianti industriali petrolchimici. I bambini malformati aumentano, ma la “giustizia”, tanto attesa, per Priolo-Melilli non arriva mai. L’intervento dell’arciprete della città siracusana, un sacerdote senza peli sulla lingua

di don PALMIRO PRISUTTO, arciprete di Augusta

L’intervento che segue l’avevo scritto nel 2007 all’avvio della stagione balneare, pensando che, col tempo, le cose sarebbero cambiate. Il tempo è trascorso e la situazione è, invece, peggiorata. Nel 2003, con l’arresto di 18 dirigenti Enichem (operazione “Mare Rosso”) si scoprì come il mercurio veniva riversato in mare, ma il mare di Augusta era stato già abbondantemente contaminato. Nel maggio 2006 la Procura della Repubblica di Siracusa avrebbe dovuto “fare giustizia” con il processo a carico dei dirigenti Enichem ma al suo interno già operava quello che venne alla luce solo nel febbraio 2018 per iniziativa della Procura di Messina: il sistema di corruzione che sarà definito “sistema Amara” o “sistema Siracusa”.

Per l’enorme quantità di veleni sedimentati sui fondali, oggi sappiamo che il mare di Augusta non è più bonificabile. La Marina Militare ha definitivamente chiuso un altro tratto di costa (Punta Izzo). Un privato ha costruito un porto “turistico” chiudendo un altro pezzo di mare per circa 500 metri. E c’è già chi vorrebbe appropriarsi del porto di Augusta per metterci un rigassificatore o un grande deposito di Gnl (gas naturale liquefatto). Alcuni attivisti del vecchio Pci nel 1970 pubblicarono un loro opuscoletto. Lo avevano titolato: “Augusta è un’isola senza mare”. Mezzo secolo dopo, un’altra stagione balneare è finita e Augusta è ancora così: senza mare.

Ricordate il maggio 2006? Una notizia clamorosa aveva richiamato ad Augusta tutta la stampa che conta: con un gesto che sembrava dettato da un parziale ma tardivo pentimento, la Syndial (un tempo Enichem), una delle tante aziende del polo petrolchimico Augusta-Priolo-Melilli, decideva “unilateralmente” di risarcire con 11 milioni di euro un cospicuo gruppo di cittadini colpiti dall’inquinamento industriale, mentre era in atto un procedimento giudiziario per inquinamento avviato dalla Procura della Repubblica di Siracusa. Sicuramente un gesto apprezzabile, ma troppo piccolo, insignificante, in relazione all’entità del disastro causato dall’industrializzazione selvaggia, di cui certamente non è responsabile solo quella che oggi si chiama Syndial.

Dalle attività lavorative di questo territorio, una ricchezza inquantificabile – qui prodotta – ha spiccato il volo (in quasi mezzo secolo) per altre destinazioni lontane, mentre qui sono rimaste tantissime scorie tossiche e solo briciole di questa “ricchezza”. Anche 11 milioni di euro sono soltanto una misera goccia nell’oceano di profitti delle aziende. È noto che non solo l’Enichem (ora Syndial) ma anche tutte le altre aziende del petrolchimico hanno contribuito ad inquinare la rada di Augusta e tutto il territorio circostante.

Tutto è cominciato oltre mezzo secolo fa. Il numero degli aventi diritto al risarcimento non avrebbe dovuto stabilirlo unilateralmente la Syndial sotto la pressione della magistratura. Avrebbero dovuto farlo tutte le aziende, tutte insieme e di concerto con le istituzioni e con le rappresentanze dei cittadini, troppo spesso esclusi a priori dai tavoli di discussione su queste problematiche. Aborti, malformazioni, morti per cancro ed altro ancora, hanno fatto piangere e soffrire non solo 101 ma migliaia di famiglie; hanno occupato ed occupano da decenni le cronache giornalistiche del “triangolo della morte”, senza che la magistratura sia veramente ed efficacemente intervenuta (eccetto l’epoca condorelliana e solo timidamente in questo ultimo lasso di tempo).

Purtroppo molti altri che avrebbero avuto diritto al risarcimento sono stati esclusi: sono nati e sono morti o non sono neanche nati quando nessuno voleva affermare il nesso tra inquinamento e alcune particolari patologie. Beffati due volte da un amaro destino. Il processo ai dirigenti dell’Enichem è slittato perché la lista dei risarcibili era troppo corta rispetto agli aventi diritto. Da risarcire ritengo ci siano anche altre decine di migliaia di abitanti del “triangolo maledetto” per il fatto che si sono visti privare, oltre che del diritto alla salute, anche di un altro fondamentale diritto: quello di poter usufruire del mare. Non mi riferisco solo ai pescatori di professione ma anche agli altri usufruitori del mare: i semplici cittadini.

L’espandersi dell’industria che si è appropriata delle meravigliose spiagge di Megara, le istallazioni militari che vietano la libera circolazione su chilometri di costa, l’inquinamento del mare hanno impedito ed impediscono tuttora di poter godere liberamente del mare appartenente ad Augusta ed agli augustani. Un mare diventato una discarica sommersa di quanto di peggio l’industria potesse produrre o “regalarci”.

Ad Augusta il mare non è balneabile per gran parte del suo sviluppo costiero a causa dell’inquinamento – come già detto –; un’altra cospicua parte è stata privatizzata dalle ville della categoria degli intoccabili; un’altra parte è interdetta alla balneazione per motivi geologici; un’altra perché riservata ai facoltosi clienti di taluni alberghi; un’altra ancora risulta troppo distante dalla città e bisognerebbe condividerla con gli abitanti delle vicine Lentini, Carlentini e Catania. S’è poi diffusa anche la moda di possedere il motoscafo: e così sono spuntati banchine e tanti pseudo-porticcioli turistici, che hanno tolto ulteriore spazio ai poveri fruitori del mare che, fin da piccoli, prendevano il bagno a pochi metri da casa.

Il cittadino di Augusta probabilmente è l’unico in Italia a non poter fare il bagno nel “suo” mare anche per l’inquinamento biologico: però la tariffa per lo smaltimento delle acque reflue deve pagarla lo stesso, indipendentemente dal servizio che non viene reso. Perfino la Marina Militare, che un tempo aveva un suo lido nella zona sud dell’isola di Augusta (zona Paradiso), ha dovuto emigrare a Punta Izzo, nel mare della sirena Lighea di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma per farvi ufficialmente uno stabilimento …solo “elioterapico”. E qui, nella zona militare di Punta Izzo, l’ingresso è per taluni di diritto, per altri a pagamento e per altri “ad amicitiam”; per molti altri, che non hanno amici, il mare ancora non c’è.

Dovunque, già dagli anni ’70, lungo il litorale augustano, sono spuntati cartelli che vietano ogni genere di approccio al mare, mentre la televisione ogni estate fa vedere le coste del Salento, quelle della Romagna, della Versilia, della Costa Smeralda, eccetera. Un invito “quasi obbligatorio” ad andare al mare. Al mare (di Sardegna) ci vanno anche i presidenti della Repubblica, con tanto di “paparazzi di stato” al seguito. E mentre lì i litorali vengono insigniti di bandiere blu e cinque vele, qui si viene insigniti solo di provette, quelle che servono a raccogliere i campioni delle acque contaminate non solo dal mercurio ma anche dal nichel, dal piombo, dall’arsenico, e così enumerando.

Da quando (2003) un’ordinanza ha vietato pesca e balneazione nell’area del golfo Xifonio, la zona ad est di Augusta, a causa del criminale scarico del mercurio, personalmente ho dovuto appendere al chiodo l’attrezzatura per la pesca subacquea (fatta rigorosamente in apnea da quando avevo sei anni, nel frattempo saliti a sessantasei). Nonostante il divieto, messo lì dalle istituzioni – che in tal modo pensavano di tener pulita la loro coscienza mentre il mare resta sporco –, qualche volta mi ci sono ancora tuffato. Quella zona di mare la conosco palmo a palmo. Lì ci sono nato e vissuto (contemporaneamente alla nascita delle industrie).

Il fondo marino, un tempo brulicante di vita, è ridotto ad un deserto subacqueo: pesci sempre più piccoli e sempre di meno; crostacei e molluschi sembrano aver imboccato la via dell’estinzione. Perfino le praterie di posidonie – tanto decantate come simbolo della rinascita del mare – sembrano diventate delle foreste egoiste: fra quelle alghe a nastro non trovi più nulla, neanche un riccio come quelli che un tempo “infestavano” i fondali. Alcune specie da diverso tempo non si vedono più: gamberetti bianchi, pesci trombetta, cavallucci marini, pesci “crocifisso”, ed altri di cui non ho mai saputo il nome scientifico o volgare. Eppure, quel mare era stato la vita della mia famiglia, era stato il dilettevole lavoro che mi aveva consentito di autofinanziarmi gli studi universitari.

Un giorno sulle rive di questo mare forse aggiungeranno un altro cartello: “Divieto di guardare il mare”. Sì, perché anche solo guardarlo potresti ammalarti: ti potrebbe venire la nostalgia di ricordare quello che Giuseppe Tomasi di Lampedusa nella Sirena Lighea, prima dell’avvento del progresso, aveva descritto come «un paradiso per fortuna non ancora scoperto dalla civiltà». E ti potrebbe venire la voglia di maledire il cosiddetto progresso.

Vorrei chiedere alla Capitaneria di porto di Augusta, al Procuratore della Repubblica di Siracusa che si sta occupando del mercurio sversato in rada, e a tutte le altre istituzioni che hanno “competenza” sul mare: “Ma chi è stato privato del mare, del diritto di andarci, non dovrebbe essere risarcito per un diritto negato?” Ai bambini ucraini e bielorussi viene consentito un soggiorno per “disintossicarsi” dalle radiazioni di Chernobyl. Alla popolazione di Augusta – che con Chernobyl potrebbe gemellarsi per il numero di malformati – perché non si offre la possibilità, a spese di chi ha inquinato il proprio mare, di un soggiorno marino adeguato da qualche altra parte, visto che le loro acque sono gravate da una fitta foresta di divieti? Basterebbe – che so – una crociera al mese per tutti gli anni in cui non hanno potuto neanche bagnarsi, o sono stati costretti a farlo nelle acque inquinate.

Due generazioni di augustani, intanto, si sono succedute. Purtroppo non hanno mai conosciuto né il profumo né il colore naturale del “loro” mare. Tutto questo, sempre grazie all’inarrestabile “progresso”.

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