Zingaretti, il Pd e il disincanto a sinistra visti da un elettore alla finestra

A differenza di altri, Zingaretti non ha considerato la nascita del governo giallorosso di Conte un incidente di percorso, ma una prospettiva strategica di lungo periodo, e si è impegnato a fondo per sostenerla. Dopo la sua caduta, voluta dai poteri forti che hanno usato come sicario il bulletto di Rignano, si è impegnato per tenere aperti i canali di dialogo con gli alleati, avendo ben chiaro che Draghi non è eterno. «Nel più puro stile della peggiore politica, i primi a esprimere la loro fiducia al segretario dimesso sono stati i capi delle correnti che gli hanno fatto la guerra»


Il commento di BATTISTA GARDONCINI

¶¶¶ Da parecchi anni non voto Pd, anche se non ho mai cessato di considerare i democratici una parte importante del campo progressista. L’ultima volta che mi sono avvicinato al partito è stata in occasione delle primarie aperte ai non iscritti che hanno portato Nicola Zingaretti alla segreteria. Mi pareva una brava persona, l’unica in grado di riportare nell’alveo della sinistra una forza senz’anima, devastata dalla egocentrica gestione di Matteo Renzi. E tutto sommato le mosse del nuovo segretario non mi sono dispiaciute. Ho apprezzato il richiamo di Zingaretti ai principi, temperato dalla consapevolezza che il Pd non è − e non potrà mai essere − autosufficiente, come aveva immaginato nel 2008 Veltroni con i disastrosi risultati che tutti abbiamo visto. In particolare sono stato d’accordo con la sua gestione delle alleanze a livello locale, e con la scelta di dialogare con i Cinque Stelle senza la sciocca presunzione di superiorità che alcuni dei suoi compagni di partito hanno messo in mostra in troppe occasioni. 

A differenza di altri, Zingaretti non ha considerato la nascita del governo giallorosso di Conte un incidente di percorso, ma una prospettiva strategica di lungo periodo, e si è impegnato a fondo per sostenerla. Dopo la sua caduta, voluta dai poteri forti che hanno usato come sicario il bulletto di Rignano, si è impegnato per tenere aperti i canali di dialogo con gli alleati, avendo ben chiaro che Draghi non è eterno, e che la stampa amica non potrà nascondere a lungo le contraddizioni di un governo nato per mettere le mani sui miliardi in arrivo dall’Europa grazie a Conte. Un governo − è bene ricordarlo − che ha implicitamente riconosciuto la bontà delle scelte di fondo del precedente governo copiandone le strategie. E quando se ne è distaccato ha introdotto le dubbie novità di un poliziotto alla guida dei servizi segreti, di un generale degli alpini a gestire l’emergenza Covid, e del coinvolgimento di un’azienda privata americana nella elaborazione delle strategie per il Recovery Plan. Una ciliegina sulla torta che dovrebbe seriamente preoccupare chiunque abbia a cuore l’autonomia del nostro Paese.

Per gli stessi motivi che me lo hanno fatto apprezzare, Zingaretti si è fatto molti nemici. A destra, ovviamente, ma anche e soprattutto a sinistra, o almeno in quella parte di sedicente sinistra che non ha mai digerito l’idea di una possibile ricomposizione del campo progressista su basi nuove. Accanto ai partitini del bulletto di Rignano e del pariolino Calenda, nostalgici del liberismo più sfrenato e galvanizzati dalla vittoria di Draghi, si è così schierata una parte delle correnti interne al Pd, perennemente in lite per il potere e purtroppo ben rappresentate nei gruppi parlamentari del partito di nomina renziana.

Forse non sapremo mai che cosa è accaduto negli ultimi giorni. Fatto sta che Zingaretti, con una mossa a sorpresa, ha deciso di dimettersi. Le parole che ha scelto per lo strappo sono pesanti, e dimostrano la violenza dello scontro interno al partito: «lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni». E ha aggiunto una postilla che la dice lunga sulla posta in gioco: «volevano farmi fuori, ma sotto scacco non ci sto, e continuerò a fare politica». In pratica l’annuncio che non rinuncerà a difendere la sua visione strategica, e a battersi per evitare che il Pd diventi la ruota di scorta di una politica troppo sbilanciata sulle parole d’ordine della destra. 

Vedremo tra pochi giorni, nell’assemblea del Pd che discuterà delle dimissioni, come si posizioneranno le forze in campo, ma le premesse non sono incoraggianti. Nel più puro stile della peggiore politica, i primi a esprimere la loro fiducia a Zingaretti e a chiedergli di restare sono stati i capi delle correnti che gli hanno fatto la guerra. Fare chiarezza non è una priorità per chi preferisce farsi i fatti suoi agendo nell’ombra. Per quello che mi riguarda, se Zingaretti confermerà il suo passo indietro, e al suo posto arriveranno le mezze calzette di cui si parla in questi giorni sui giornali, scelte per spianare la strada al ritorno all’ovile di Renzi e dei suoi sodali, mi metterò il cuore in pace, e cesserò di considerare il Pd una forza politica di riferimento. Non sarò l’unico. Come dimostrano alcuni recenti sondaggi, il panorama politico italiano è in movimento, e le rendite di posizione non esistono più. Quando e se torneremo a votare − visto che il governo Draghi sembra intenzionato a spostare dopo l’estate la data delle amministrative con la scusa del Covid − conteranno soltanto i numeri. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’autore dirige il blog Oltreilponte.org

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Giornalista, già responsabile del telegiornale scientifico Leonardo su Rai 3. Ha due figlie, due nipoti e un cane. Ama la vela, la montagna e gli scacchi. Cerca di mantenersi in funzione come le vecchie macchine fotografiche analogiche che colleziona, e dopo la pensione continua ad occuparsi di scienza, politica e cultura sul blog “Oltreilponte.org”.