Le giravolte politiche di Carlo Calenda non si contano più; sotto il titolo, Calenda e Renzi, un altro giocoliere tenuto in campo dalla chiacchiera politica

In un paese normale un tipo come Calenda sarebbe noto soprattutto per le splendide imitazioni che gli dedica Crozza. Da qualche giorno a questa parte sembra che dalle sue scelte dipendano i risultati del voto del 25 settembre. L’accordo elettorale con il Pd era stato salutato da giornali e televisioni come un Jolly in grado di riaprire i giochi, la decisione di farlo saltare viene presentata come un disastro da cui il centro sinistra non si riprenderà. Nei prossimi giorni dovremo sorbirci altre esaltanti puntate della telenovela con l’ingresso in campo di un altro ex campione del centro sinistra come Renzi. Riusciranno i due a mettersi d’accordo per creare, se non un terzo polo, almeno una formazione in grado di superare lo scoglio della soglia di sbarramento? Nessuno lo sa, ma comunque vada a finire, sempre di fuffa si tratta


L’articolo di BATTISTA GARDONCINI *

LA FUFFA È la tipica lanetta che si forma in alcuni tipi di tessuti e che si cerca di rimuovere perché antiestetica. Per estensione è diventato sinonimo di chiacchiera inconsistente e soprattutto inutile. Ma a differenza di quello che accade per i tessuti, il mondo malato della nostra informazione non cerca di rimuoverla e anzi se ne nutre, proponendola ogni giorno in forme immaginifiche e nuove.

Ultimamente vanno per la maggiore le giravolte di Carlo Calenda, seguite nei minimi dettagli con una attenzione sproporzionata alla statura politica del personaggio e al consenso elettorale di cui gode. Di lui conosciamo tutto: l’illustre parentado, il passato di galoppino di Luca Cordero di Montezemolo, l’elezione col Pd al Parlamento europeo che non ha quasi mai frequentato, le poco esaltanti prove ministeriali, le ondivaghe scelte politiche, fino alla nascita di Azione, che secondo lo stesso Calenda avrebbe raggiunto nelle ultime elezioni comunali percentuali variabili tra il 10 e il 20 per cento dei voti, e secondo gli analisti, nei pochi comuni dove si è presentata, non è mai andata oltre uno striminzito 5 per cento.

Il segretario di Azione, Carlo Calenda durante la conferenza stampa per annunciare l’ingresso nel suo partito delle ministre Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, Roma 29 luglio 2022 (credit Ansa/Fabio Frustaci)

In un paese normale un tipo come Calenda sarebbe noto soprattutto per le splendide imitazioni che gli dedica Crozza. Invece da qualche giorno a questa parte sembra che dalle sue scelte dipendano i risultati del voto del 25 settembre. L’accordo elettorale con il Pd era stato salutato da giornali e televisioni come un Jolly in grado di riaprire i giochi, la decisione di farlo saltare viene presentata come un disastro da cui il centro sinistra non si riprenderà. E tutto fa pensare che nei prossimi giorni dovremo sorbirci altre esaltanti puntate della telenovela con l’ingresso in campo di un altro ex campione del centro sinistra come Renzi. Riusciranno i due a mettersi d’accordo per creare, se non un terzo polo, almeno una formazione in grado di superare lo scoglio della soglia di sbarramento, visto che separatamente non ci riuscirebbero? Nessuno lo sa, ma comunque vada a finire, sempre di fuffa si tratta.

Che la destra vinca le elezioni è purtroppo scontato. Ma non per colpa di Calenda o di Renzi. Loro sono soltanto l’abnorme risultato di tutta una serie di errori commessi da un centro-sinistra litigioso, che nel corso degli anni ha rinunciato ai suoi valori e non ha saputo o voluto proporre una agenda alternativa a quella dominante, ben rappresentata nell’ultimo anno e mezzo dal governo del tecnocrate Draghi

Il partito trainante della destra è quello di Giorgia Meloni, l’unico rimasto fuori dalla ammucchiata pro-Draghi: un dato significativo; il 25 settembre è candidata a vincere la protesta di segno diverso da quella che vinse nel 2018 con i Cinque Stelle

Il fatto che il partito trainante della destra sia quello di Giorgia Meloni, l’unico rimasto fuori dalla ammucchiata pro-Draghi, è significativo: il 25 settembre vincerà la protesta, una protesta di segno diverso da quella che vinse nel 2018 con i Cinque Stelle e ben più pericolosa, ma comprensibile. Pesano le difficoltà degli strati sociali più deboli, pesano le ingiustizie distributive, pesano le incertezze su un futuro dove l’Italia, a differenza di Francia e Germania, rischia di pagare caro l’intransigente atlantismo del governo sulla questione ucraina.

Possiamo fare qualcosa per impedirlo? Probabilmente un accordo elettorale con i Cinque Stelle – che a differenza di Calenda hanno ancora una base elettorale consistente – non impedirebbe la sconfitta del centro sinistra, ma potrebbe impedire alla destra di stravincere, e in particolare di raggiungere una maggioranza tale da poter modificare la costituzione senza passare attraverso le forche caudine del referendum. Al momento questo accordo viene escluso da entrambe le parti, ma resta ancora un po’ di tempo per un ripensamento. Se non ci sarà, per quello che mi riguarda, deciderò in base ai nomi sulla scheda. Non intendo più sottostare al solito ricatto del voto utile, che da qualche anno a questa parte è utile soltanto ad assicurare una sedia ai burocrati selezionati dalle segreterie di partito. © RIPRODUZIONE RISERVATA

(*) L’autore dirige oltreilponte.org

Giornalista, già responsabile del telegiornale scientifico Leonardo su Rai 3. Ha due figlie, due nipoti e un cane. Ama la vela, la montagna e gli scacchi. Cerca di mantenersi in funzione come le vecchie macchine fotografiche analogiche che colleziona, e dopo la pensione continua ad occuparsi di scienza, politica e cultura sul blog “Oltreilponte.org”.