1 / “Draghismo”, cos’è, cosa rappresenta, cosa prospetta nella geopolitica euro-atlantica

Se nel conteggio dei favolosi 210 miliardi (in sei anni) si scontano gli apporti che l’Italia sta dando, il risultato è assai deludente. La somma netta in arrivo da Bruxelles non supera di molto la decina di miliardi l’anno. In rapporto agli interessi sul debito “è come se una famiglia pensasse di poter cambiare radicalmente vita in virtù di uno sconto sulla rata della lavastoviglie”. E allora perché tutta questa retorica? La risposta è nel Dna istituzionale dell’Europa comunitaria. Il peso dello scontro fra modello capitalistico-finanziario atlantico (Asse Gb/Usa) e modello renano (capitalismo sociale di area tedesca)


L’analisi di UGO MATTEI, giurista

¶¶¶ Come spiegare il Governo Draghi? È passata qualche settimana che ho trascorso in riflessione operosa sicché mi sento ora pronto a condividere la mia lettura del quadro emerso nell’ultimo mese. Essendo articolata e di lungo periodo richiederà diverse puntate. Cominciamo dal rumore di fondo di questo drammatico passaggio, che per ogni verso mostra l’assoluta mancanza di discontinuità anche retorica rispetto al Governo Conte II ed è la gestione dell’enorme quantità di denaro che arriverebbe “dall’Europa”. Va detto, in limine, che il denaro “dell’Europa” non esiste. Infatti l’organizzazione di Bruxelles è una mera burocrazia organizzata con denaro proveniente dagli Stati membri, poi agli stessi restituito, in modo più o meno condizionato, detratti naturalmente i lauti overheads del proprio funzionamento. Se dunque  nel conteggio dei favolosi 210 miliardi (in sei anni) si scontano gli apporti che l’Italia sta dando, il risultato è assai deludente. A tal proposito è in uscita lo splendido ed implacabile libro di Fiammetta Salmoni, Recovery Fund, condizionalità e debito pubblico. La grande illusione, Cedam, Padova 2021.

Ovviamente, come sempre nella complessità di queste stime, è impossibile essere oggettivi, ma la somma netta in attivo non supera di molto (se supera) la decina di miliardi l’anno, assumendo che l’Italia sia in grado di adempiere all’onere burocratico immenso che accompagna questi soldi. Il nostro paese tuttavia, con avanzo primario (ossia più entrate che uscite annue) fin dall’ingresso in Eurosistema (ossia la zona euro), nel 2020 ha sfondato largamente i 150 miliardi a deficit per ristori e altri interventi più o meno intelligenti, portando il rapporto debito/Pil al 160% dal poco più di 130 che era. Ciò significa un servizio al debito annuo intorno ai 75 miliardi, grosso modo metà dei quali escono dai confini del paese perché detenuti da soggetti esteri. Questo quadro debitorio infame, a fronte di costi di funzionamento ordinario del settore pubblico di circa 500 miliardi l’anno, certo non può essere modificato da quella spruzzata di miliardi. Se mi si permette un esempio semplice, sarebbe come se una famiglia pensasse di poter cambiare radicalmente vita in virtù di uno sconto (seppur significativo) sulla rata della lavastoviglie! E allora perché tutta quest’enfasi (ideologica in senso tecnico) sull’indispensabilità dell’Europa, legata all’occasione unica di un programma addirittura chiamato next generation, che dovrebbe cambiare tutto in Italia grazie ad uno sconto sulla rata della lavastoviglie?

Giova allora risalire all’intento originario dell’organizzazione di Bruxelles, giacché questo ne costituisce il Dna istituzionale. La Ceca infatti (Comunità Europea del Carbone e Acciaio) nacque al fine di contrastare le potenzialità di riarmo tedesco, scongiurando la replica delle conseguenze di Versailles, così efficacemente descritte dal Lord John Maynard Keynes nel libretto sulle conseguenze economiche della pace (The economic consequences of the peace, prima edizione 1919). In effetti, in questo senso, il monitoraggio interno ha funzionato, e guerre fratricide in Europa (salvo i Balcani, destabilizzati dai tedeschi col riconoscimento blitz della Croazia) non ce ne sono più state. 

Tuttavia dopo l’unificazione germanica, vero simbolo dei mutati rapporti geopolitici nell’Europa della Guerra Fredda (l’ex alleato sovietico andava umiliato a favore dell’ex nemico), l’espansionismo economico si è rimanifestato anche tramite l’egemonia tedesca su Bruxelles. Gli Stati Uniti hanno perciò progressivamente incrementato piuttosto che ridotto l’attivismo della Nato (l’altra Bruxelles) sopratutto al fine di scongiurare che la politica tedesca a Est dovesse creare allineamenti di interesse pericolosi con la Russia. 

Qualche anno fa nel celebre libro Capitalismo contro capitalismo, Michel Albert parlava di scontro fra modello capitalistico-finanziario atlantico (Asse Gb/Usa) e modello renano (capitalismo sociale di area tedesca) come erede di quello fra capitalismo e socialismo della Guerra Fredda. Il libro semplificava una dialettica lunga e complessa, anche solo nell’ambito della regione Europea, ma coglieva un punto importante nuovamente rilevante, come vedremo, oggi. La sintesi della suddetta dialettica ha prodotto l’allineamento di interesse fra i due modelli di capitalismo nel fondare l’Eurosistema su una Banca Centrale Europea (collocata a Francoforte) che sottraesse sovranità monetaria ai paesi membri, senza tuttavia sostituirla con una propria. Ciò ha potuto risolvere da un lato l’atavica (e storicamente giustificata) paura tedesca per l’inflazione, e dall’altra la paura per lo strapotere del marco tedesco in zona balcanica, e la (altrettanto giustificata) paura per l’imperialismo germanico. L’euro e la Bce sono stati pensati come puri presidi anti-inflazionistici, paradiso istituzionale per il capitale privato fin dalle origini della Banca di Inghilterra.

In queste condizioni, il capitalismo atlantico usava la City di Londra (ossia la finanza) come contrappeso politico alla produzione industriale tedesca (una delle poche in grado di competere con la Cina). E questo equilibrio pareva stabilizzato a mutuo vantaggio, sopratutto dopo che l’industria italiana ad alto valore aggiunto, con le privatizzazioni dei primi anni Novanta, è stata smantellata a favore di acquirenti esteri. La questione si è complicata a causa di due terremoti politici. La vittoria di Trump nel 2016 e la Brexit. Questi due fattori, come vedremo, sono le cause prossime della caduta di Conte e del Governo Draghi. – (Fine prima puntata) ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in alto, il passaggio della campanella tra Giuseppe Conte e Mario Draghi; a centro pagina, Parigi aprile 1951: al centro il francese Jean Monnet, uno dei promotori della Ceca di cui fu il primo presidente [credit Roger Viollet/Alinari]

About Author

Dal 1997 insegna diritto civile all’Università di Torino, diritto internazionale e comparato all’Università della California. Avvocato cassazionista, è stato fra i redattori dei quesiti referendari sui beni comuni del giugno 2011 e per due volte ha patrocinato il referendum presso la Corte Costituzionale. Fra i titoli pubblicati, ricordiamo “Beni Comuni. Un Manifesto” (Laterza 2011) che ha raggiunto l’ottava edizione, “Il saccheggio”, con Laura Nader (Bruno Mondadori, 2010), “Contro riforme” (Einaudi, 2013), “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” (Laterza, 2014). È curatore generale della collana Common Core of European Private Law (Trento Project) alla Cambridge University Press, ed editore capo della rivista Global Jurist. Il suo volume sulla proprietà privata, pubblicato nel 2001 (seconda edizione Utet 2014), ha ricevuto il Premio Luigi Tartufari dell’Accademia Nazionale dei Lincei consegnatogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È presidente di “Generazioni Future Rodotà”