Usa-Iran divisi su tutto ma uniti dalla pena di morte: il miglio verde è sempre più verde

Un paradossale filo rosso unisce l’uscita di scena di Donald Trump e il regime teocratico di Teheran. Il nodo scorsoio attorno al collo del giornalista Ruhollah Zam, 47 anni, doveva placare l’ira dei mullah assetati di vendetta per l’uccisione del capo dei pasdaran; l’endovena letale nel braccio di Brandon Bernard, 40 anni, era il prezzo che Trump paga alla marmaglia razzista e suprematista


Il commento di CARLO GIACOBBE

Due arcinemici che, non potendo (uno soprattutto) venire alle mani direttamente, si massacrano per interposta vittima, sfogando così le proprie pulsioni omicidiarie allo scopo di rafforzare i consensi presso gli strati più abbietti e moralmente derelitti dei loro seguaci. Gli Stati Uniti che fanno capo − riconoscendovisi − in Donald Trump e il regime dei mullah iraniani e dei pasdaran, il loro onnipresente braccio armato, sembrano giocare con un macabro mazzo di Tarocchi. Puntano entrambi sullo stesso “trionfo”, la Morte, rappresentata in concreto dal boia. E la carta esce sempre, perché è la stessa che si ripete in tutto il mazzo, evidentemente truccato.  

Venerdì 11 dicembre, mentre un primo condannato riceveva la sua dose di pentobarbital nel carcere federale di Terre Haute, in Indiana, nelle stesse ore, a molte migliaia di chilometri di distanza, un altro carnefice, stavolta non con un asettico camice ma, suppongo, nella tenuta di ordinanza dei boia, azionava la leva che spalancando una botola nel pavimento faceva tendere la corda insaponata e stringere il nodo scorsoio. Neanche un giorno dopo, per non rischiare di arrivare secondi nell’alacre competizione, sempre in quel penitenziario americano un altro recluso riceveva l’ultima endovenosa della sua vita.

Giustamente, in una cronaca puntuale di questi accadimenti, Avvenire (un giornale tra i non molti che di questi tempi fanno onore alla stampa italiana), ha scritto di un paradossale fil rouge che lega l’uscita di scena di Donald Trump e il regime teocratico di Teheran. Apparentemente è così; a nessuno può sfuggire l’atroce simmetria di queste esecuzioni.  

Ma a ben guardare, l’analogia svanisce presto. Proviamo ad analizzare meglio questi assassinii di stato, ché tali sono le condanne a morte. In Usa, dopo una moratoria che durava da 17 anni, quello che probabilmente passerà alla storia come il più nefasto dei presidenti, non solo ha incoraggiato con implacabile coerenza la ripresa delle esecuzioni federali, superando quelle registratesi più di 120 anni fa, ma ha anche ignorato la consuetudine, da sempre rispettata, di lasciare inoperoso l’executioner nella fase di transizione tra due amministrazioni, com’è l’attuale.  

Tutto indica, inoltre, che da qui al 20 gennaio, quando Joe Biden si insedierà alla Casa Bianca, i condannati “federali” eliminati saranno dieci, ancora un primato che resisteva da 70 anni. Tra questi, ha preannunciato soddisfatto tempo fa lo stesso Trump, il 12 gennaio ci sarà Lisa Montgomery, una donna con un deficit mentale grave e un passato infantile di abusi e violenze, che avrebbe dovuto essere reclusa in un manicomio criminale e non in un braccio della morte per molti anni. Se la “giustizia” cui tanto tiene il presidente uscente seguirà il suo corso, la sventurata avrà l’onore di essere la prima donna messa a morte in un carcere federale dal 1953, dopo la doppia esecuzione di Ethel Rosenberg e del marito Julius, protagonisti di uno dei casi giudiziari più famosi del secolo.  

Anche i due rei appena uccisi, comunque, confermano la mostruosità della pena capitale, specie se il condannato viene tenuto per più di 20 anni nell’imminenza dell’esecuzione, che potrebbe avvenire in ogni momento o tardare un tempo indefinito. È il caso di Brandon Bernard, ammazzato l’altro giorno a 40 anni, che nel braccio della morte ne aveva trascorsi ben 22. Al tempo della condanna, nel 1999, ne aveva appena 18. Faceva parte di una banda giovanile, colpevole di un duplice omicidio, per il quale già sono stati messi a morte altri due coautori. In questo tempo Brandon aveva studiato, tenendo sempre un comportamento irreprensibile e divenendo testimonial di legalità per i giovani. Lo stesso procuratore che ne aveva chiesto la condanna, in anni recenti si è speso più volte in suo favore, spiegando che non aveva senso uccidere una persona totalmente riscattatasi, e dopo tanto tempo. 

Brandon ha rappresentato un altro record, come il più giovane giustiziato federale di sempre. Prima di morire ha chiesto perdono, ancora una volta, per il suo gesto. Differente il comportamento di Alfred Bourgeois, 56 anni, di cui “appena” 17 trascorsi nel famigerato ultimo braccio. Lui, fino all’ultimo istante, ha ripetuto che la morte della figlioletta di due anni, per la quale era stato condannato, era avvenuta per un incidente e non per atti deliberati di crudeltà da parte sua. Probabilmente non è vero, ma lui, come la donna di cui ho detto, aveva un quoziente intellettivo al di sotto della media e non sembrava del tutto responsabile delle proprie azioni. 

È qui che si interrompe quel filo rosso con l’Iran. Perché quella forca (una delle tante che nell’ex Persia fanno una media calcolata in 400 morti l’anno) non ha messo fine alla vita di chi − ancorché pentito, totalmente rinato come individuo oppure incapace di intendere e di volere − si è comunque macchiato di crimini gravissimi e irreparabili.  

Quella corda si è stretta intorno al collo del giornalista Ruhollah Zam, 47 anni, eliminato semplicemente perché reputato dagli ayatollah un pericolo per la tenuta del regime. Voce attiva della dissidenza durante le proteste di tre e quattro anni fa, Zam era riparato in Francia, da dove gestiva il sito di opposizione antigovernativa Amadnews. Qualche anno fa, malgrado le messe in guardia di Parigi sul pericolo di essere arrestato se avesse lasciato il suolo francese, il giornalista era andato in Iraq perché attiratovi con un inganno, e lì era stato rapito e portato a Teheran da agenti della famigerata Vevak, i servizi segreti del suo paese, responsabili di centinaia e forse migliaia di omicidi di intellettuali contrari al regime e altri dissidenti, sia in Iran sia all’estero. 

Durante la detenzione, peraltro, il regime aveva reso noto che Zam si era “pentito” di aver esercitato attività controrivoluzionarie, ammettendo di essere una spia al soldo del “piccolo Satana” e del “grande Satana”, come gli iraniani della linea dura come Khamenei sogliono chiamare Israele e gli Stati Uniti suoi alleati. Ma tale confessione, vera, estorta con la tortura o del tutto fabbricata che fosse, come sappiamo non è servita a risparmiargli la vita. Gli ayatollah, al pari dell’appeasement di Trump verso la marmaglia razzista e suprematista bianca, dovevano usare il giornalista dissidente per placare l’ira dei mullah più irriducibili, assetati di vendetta soprattutto dopo gli attentati allo scienziato atomico e al comandante pasdaran per mano di nemici occidentali. Tra Usa e Francia, protettrice di Zam, agli occhi degli integralisti sciiti la differenza non sussiste. E per la spia non poteva esserci altro destino che il capestro. 

Se però per un regime teocratico liberticida come l’iraniano questo modo di agire è del tutto coerente col suo sostrato religioso-ideologico, pensare che un così cinico opportunismo stia alla base anche della politica praticata da chi ha manovrato i fili della superpotenza (avrebbe voluto continuare a farlo e proclama di tornare tra quattro anni a gestire in larga misura le sorti del mondo), riempie di sconcerto molti di noi e come noi. Che siamo maturi, ma non decrepiti, e che pure ricordiamo di aver conosciuto − giovani ma già adulti – gli Usa del “sogno americano”, delle “opportunità per tutti” e dell’aspirazione alla felicità: forse ingenuamente ma con edenica coerenza contenuti nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, un anno che oggi sembra appartenere al futuro. ◆

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Foto: sotto il titolo, preparazione dell’iniezione letale negli Stati Uniti; in alto, impiccagione in Iran; al centro, dal film “Dead man walking”; in basso, il giornalista Ruhollah Zam al processo prima di essere impiccato

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio