L’assalto a Capitol Hill, una prova generale di che cosa?

Come hanno potuto poche centinaia di manifestanti violenti penetrare nelle aule di Camera e Senato, accamparsi negli uffici delle più alte cariche parlamentari, girare indisturbati come una torma di visitatori ubriachi? Perché la polizia non ha saputo, potuto (o voluto?) impedire questo sfregio al potere democratico? Come mai i seguaci di Trump entrati con bastoni, armi da fuoco, ordigni esplosivi, non sono stati arrestati ma accompagnati alla porta come visitatori indisciplinati? Salgono a cinque le vittime dell’assalto, decine i feriti


Gli interrogativi di STEFANO RIZZO, americanista

¶¶ Mercoledì sera − dopo che la polizia era riuscita a rendere nuovamente agibili le aule del Senato e della Camera, al termine di due ore di scontri con la folla inferocita, e poi per altre ore festante perché padrona indisturbata del campo − deputati e senatori sono potuti emergere dai nascondigli sotterranei dove erano stati portati in tutta fretta. Il vicepresidente Pence è stato nuovamente scortato in aula dagli agenti del servizio segreto ed è potuto riprendere il dibattito sulla proclamazione del nuovo presidente. Alle 3 di notte (ora di Washington), con il voto sulle ultime “obiezioni” sollevate da deputati e senatori repubblicani, e dopo una breve rissa nell’aula della Camera quando un deputato democratico ha accusato i suoi colleghi repubblicani di avere provocato e favorito l’assalto della folla con le loro dichiarazioni irresponsabili, tutto era finito. Pence poteva finalmente proclamare Joe Biden e Kamala Harris prossimi presidente e vicepresidente degli Stati Uniti.

Tutto bene quindi? Possiamo stare tranquilli di qui al 20 gennaio quando Biden, alla fine di questa lunghissima transizione, presterà giuramento ed entrerà in carica? Non proprio. Quello che è successo nella giornata di mercoledì solleva importanti interrogativi sui comportamenti delle forze di sicurezza del Congresso − una forza di polizia che conta circa 2500 uomini − per non parlare della polizia di Washington D.C., dell’Fbi e di un’altra mezza dozzina di corpi speciali. Durante le proteste antirazziste dell’estate scorsa erano stati tutti schierati in molte città americane a difesa degli edifici federali.

Il primo interrogativo. Come è potuto succedere, nonostante le continue farneticazioni e gli espliciti inviti alla violenza di Trump, nonostante i suoi sostenitori avessero inondato da settimane i social media con appelli alla mobilitazione, e sulla rete circolassero scambi di informazioni su come organizzarsi, quali percorsi seguire e quali porte sfondare per dare l’assalto al Campidoglio; nonostante la data del 6 gennaio fosse stata cerchiata in rosso dai gruppi più pericolosi della destra eversiva, e il giorno prima fosse stato arrestato (e poi subito rilasciato) il capo di uno di questi gruppi, i Proud Boys, perché in possesso di due caricatori per fucile automatico? Come è possibile che nonostante tutto ciò la polizia del Congresso sia stata presa alla sprovvista? 

Come hanno potuto poche centinaia di manifestanti violenti, anche se spalleggiati da altre migliaia dietro di loro, entrare così facilmente nella sede del potere legislativo, penetrare nelle aule di Camera e Senato, bivaccare nella Rotonda, accamparsi negli uffici delle più alte cariche parlamentari, girare esagitati e indisturbati − perfino festanti − per i corridoi, rovistare tra le carte (sì, perfino le famose schede con i risultati elettorali abbandonate alla loro mercé), scattarsi selfie ai banchi della presidenza e nelle gallerie come una torma di visitatori ubriachi? 

Perché la polizia, che pure doveva sapere, non ha saputo, potuto (o voluto?) impedire questo sfregio al potere democratico? Perché non ha reagito con la necessaria forza agli assalti dall’esterno, che sono durati ore, perché non hanno bloccato poi i rivoltosi che erano penetrati all’interno del palazzo? Il capo della polizia del Congresso ha dato notizia di una cinquantina di arresti, ma − udite, udite − più della metà per “violazione del coprifuoco”, un normale intervento contro la pandemia! E tutte le centinaia che sono entrati con bastoni, armi da fuoco, ordigni esplosivi, perché non sono stati arrestati ma semplicemente accompagnati alla porta come normalmente si fa con i visitatori indisciplinati? 

Perché anche nei loro confronti non sono stati usati i metodi spicci − taser, pallottole di gomma, manganelli, idranti − che le forze di polizia americane distribuiscono senza troppi riguardi in occasione di “normali” manifestazioni di piazza? Forse perché questi manifestanti erano tutti bianchi, sovranisti e trumpiani? Ben diverso, abbiamo visto, fu durante l’estate il comportamento nei confronti dei manifestanti di Black Lives Matter dopo l’ennesima uccisione di un nero da parte della polizia. E infine, è mai possibile che a più di 24 ore dai fatti non si conosca il nome della donna che è stata uccisa, sembra, da un agente, né le circostanze? Lo stesso capo della polizia ha parlato di altre 4 persone morte, non si sa se uccise e da chi o in conseguenza di quali ferite.

Tutto questo non solo lascia esterrefatti per il livello di incompetenza e imprevidenza da parte di chi ha il compito di difendere il Congresso, ma le foto che sono circolate fanno anche venire il sospetto che da parte degli agenti e di chi li comandava vi sia stata anche una particolare indulgenza o perfino connivenza verso i manifestanti. Interrogativi cui i futuri presidenti di Camera e Senato dovranno dare una risposta perché non è immaginabile che uno dei poteri fondamentali di uno stato democratico – il potere legislativo – sia lasciato in balia di una folla scatenata. 

Mercoledì è andata malissimo, ma poteva andare anche molto peggio se, come alcuni dei manifestanti avevano annunciato, l’assalto fosse stato condotto con armi da fuoco. E’ precisamente quello che fecero i militanti dei Proud Boys e di QAnon nel maggio del 2020 quando, armati di fucili d’assalto, invasero il campidoglio del Michigan e cercarono di rapire la governatrice Gretchen Whitmer. Se qualcuno vorrà riprovarci con quello di Washington sa cosa fare la prossima volta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)