«Nessun colpevole» al petrolchimico di Ravenna (e non solo): in Cassazione ingiustizia è fatta

Aula avvocati alla Corte di cassazione; sotto il titolo, Petrolchimico di Ravenna

Per oltre venti anni, la Suprema Corte aveva confermato una condanna dopo l’altra per i morti causati dall’amianto. Dal 2016 la Quarta Sezione (specializzata nei processi penali per infortuni sul lavoro e malattie professionali) con ventiquattro sentenze ha rovesciato tutto: ci sarebbero divergenze scientifiche sull’effetto acceleratore delle esposizioni successive all’insorgenza del mesotelioma. E, negli ultimi due anni, anche perché «trascorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, stante l’attenuarsi delle esigenze di punizione, matura un diritto all’oblio in capo all’autore del reato». E il senso d’impunità dilaga…


L’analisi di RAFFAELE GUARINIELLO, magistrato

IN QUESTI GIORNI UNA notizia pubblicata dai quotidiani ha suscitato stupore: «Nessun colpevole. Sono le ultime parole della Corte di Cassazione, che chiudono definitivamente il maxi processo per le morti da amianto al petrolchimico di Ravenna». E invece non c’è da stupirsi. Certo, per oltre venti anni, la Cassazione aveva confermato una condanna dopo l’altra per i morti causati dall’amianto. Ricordo la Società Italiana per l’Amianto di Grugliasco (dove le donne al ritorno dalla mutua venivano punite con l’assegnazione allo spietato amianto blu evocato da Kafka nei suoi ricordi di direttore d’industria), l’Amiantifera di Balangero (la cava di crisotilo in cui lavorò Primo Levi e che destò l’emozione di un Italo Calvino in veste di giornalista), l’Officina Grandi Riparazioni (segnata dai morti per amianto tra i manutentori dei vagoni ferroviari).

La pagina del “Resto del Carlino” del 7 febbraio 2019 con la decisione della Corte d’Appello di ricorrere a una superperizia sui nessi causali delle morti al Petrolchimico di Ravenna 

Ma pochi sanno che ora la Cassazione non è più così implacabile. Anzi. Ventiquattro sentenze (l’ultima depositata il 6 dicembre di quest’anno) escludono la responsabilità penale del datore di lavoro o di chi per lui o con lui. Il fatto è che la Sezione Quarta della Cassazione, proprio la Sezione specializzata in materia di processi penali per infortuni sul lavoro e malattie professionali, ha cambiato idea. Fu per prima una sentenza del 21 settembre 2016 a segnare la svolta in un caso in cui più direttori di stabilimento e due medici aziendali di una S.p.a. esercente la produzione di polimero poliestere furono accusati di aver cagionato il decesso per mesotelioma e tumore polmonare di ottantatré lavoratori esposti ad amianto. La Sezione Quarta annulla la condanna. E non perché sia in discussione il fatto che l’amianto sia causa di mesotelioma.

E allora perché? Ma perché nella comunità scientifica non si sarebbe formato un sufficiente consenso con riguardo al c.d. effetto acceleratore delle esposizioni successive a quelle che hanno determinato l’insorgenza del processo patogenetico. Con una conseguenza: che i soggetti imputati nei procedimenti penali per tumori da amianto hanno spesso gestito l’azienda incriminata solo per una parte del periodo in cui i lavoratori colpiti da tumore sono stati esposti all’agente cancerogeno presso quell’azienda. Ecco quindi che, a propria discolpa, questi imputati sostengono che non è conosciuta la data di effettiva insorgenza delle patologie. E perciò, non essendo stata accertata la data di effettiva insorgenza delle patologie, le morti non potrebbero essere attribuite a questi imputati. 

E questa fu solo la prima di numerose, successive e conformi sentenze della Sezione Quarta riguardanti aziende situate in diversi parti del nostro Paese: ad esempio, uno stabilimento industriale per morti e malattie patite da ventisette lavoratori; un’industria meccanica-elettromeccanica per trentaquattro dipendenti deceduti trentatré per mesotelioma pleurico e uno per adenocarcinoma polmonare; uno stabilimento petrolchimico per lavoratori deceduti per mesotelioma o tumore polmonare; un’acciaieria per sedici lavoratori esposti a una miscela di elementi dannosi per la salute costituita da acidi tossici, apirolo, diossina, amianto, polveri sottili e sottilissime, carbone, silice, ferro, Ipa, metalli pesanti, solidi e inerti, Pcb, mercurio, anidride carbonica e fibrosanti e altri quindici esposti ad amianto.    

Le fibre di amianto manipolate senza protezioni per i lavoratori all’Eternit di Casale Monferrato (Al)

E non basta. Negli ultimi due anni, la Sezione Quarta ha aperto un’ulteriore breccia. Nel senso che, a partire da una sentenza del 23 gennaio 2019, ha deciso di applicare la disciplina più favorevole all’imputato della prescrizione vigente all’epoca in cui il datore di lavoro ha esposto il lavoratore ad amianto, e non come fino ad allora avvenuto la disciplina della prescrizione più sfavorevole per l’imputato vigente quando il lavoratore è deceduto anni e anni dopo l’esposizione. Al centro di quella sentenza due lavoratori morti di mesotelioma e quattro responsabili aziendali condannati dalla corte di appello per omicidio colposo in un’industria della gomma. Verdetto della Sezione Quarta: omicidio colposo prescritto per gli imputati rimasti in vita. Perché  —leggiamo in questa sentenza — «trascorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, stante l’attenuarsi delle esigenze di punizione, matura un diritto all’oblio in capo all’autore del reato».

Si è così diffuso un senso d’impunità, l’idea che le regole c’erano e ci sono, ma che si potevano e si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità. E si è diffuso tra le vittime e i loro parenti un senso di giustizia negata. Alle vittime, ai loro parenti, non resta allora che rassegnarsi? Non proprio. In sette sentenze, la Sezione Terza della Cassazione — la Sezione chiamata a decidere nei casi in cui sia già intervenuta la Sezione Quarta in precedenti fasi processuali — fa rivivere la giurisprudenza del passato. Quella giurisprudenza secondo cui la colpa per le morti da amianto deve essere attribuita egualmente alle condotte omissive dei vari responsabili della gestione aziendale susseguitisi nel tempo, anche se per una parte soltanto del periodo di esposizione delle vittime, in quanto tali condotte riducono i tempi di latenza della malattia nel caso di patologie già insorte, oppure ne accelerano i tempi di insorgenza nel caso di patologie insorte successivamente.

Sequenza fotografica con interni ed esterni dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato (Al)

Dunque, un tenace, malcelato contrasto. In un clima tanto arroventato, non sorprendono allora vicende come questa. In un caso torinese esaminato da una sentenza del 21 gennaio 2009, la Sezione Terza conferma la condanna di più responsabili di una vetreria, ivi incluso il direttore della produzione dal 1968 al 1971, per omicidio colposo in danno di due lavoratori esposti ad amianto, l’uno dal 1952 al 1976 e deceduto per mesotelioma pleurico, l’altro dal 1955 al 1985 e deceduto per adenocarcinoma. Anni dopo, altro dipendente della medesima vetreria dal 1961 muore di mesotelioma, e la corte d’appello condanna quello stesso direttore della produzione. Ma il 28 giugno 2017 la Sezione Quarta annulla questa condanna. Insomma, il medesimo direttore della medesima azienda è stato condannato nel primo processo, e assolto nel secondo. Giusta la condanna del 2009 o l’assoluzione del 2017?

Devo, dunque, dire grazie al Parlamento per lo sviluppo del disegno di legge sulla Procura nazionale della sicurezza del lavoro, una creatura che sto sognando dal 1974. Però, non basta. Così come non basta il decreto legge c.d. fiscale che pur si cimenta nell’impegno di rafforzare gli organi di vigilanza. Altre riforme si rendono necessarie. Condivido quel che di recente ha detto il ministro del Lavoro Andrea Orlando: occorrono ulteriori modifiche. La giustizia penale versa in crisi. Assoluzioni e prescrizioni sono all’ordine del giorno in Cassazione: tumori asbesto-correlati; il caso Viareggio. Prendiamo atto dell’attuale giurisprudenza della Cassazione, e facciamo norme che pongano un freno a queste assoluzioni e a queste prescrizioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha svolto la funzione di magistrato dal 1969 al 29 dicembre 2015: prima come Pretore, poi Giudice per le Indagini Preliminari presso la Pretura, poi Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Torino e Coordinatore del Gruppo Sicurezza e Salute del Lavoro, Tutela del Consumatore e dei Malati presso la Procura della Repubblica di Torino. Consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell'utilizzo dell'uranio impoverito dal 2016 al 2018. Nominato Presidente della Commissione Amianto istituita dal ministro dell’Ambiente con Decreto del 30 aprile 2019. Ha pubblicato nel 1985 il saggio "Se il lavoro uccide" per la Casa Editrice Einaudi, e l'opera "La Giustizia non è un sogno" nel 2017 per la Casa Editrice Rizzoli. Inoltre, in particolare, "Codice della Sicurezza degli Alimenti commentato con la giurisprudenza”, seconda edizione - Wolters Kluwer 2016; "II Testo Unico Sicurezza sul lavoro commentato con la Giurisprudenza”, Wolters Kluwer, Milano undicesima edizione, 2020".