«Io, Silvia, persa nel magazzino automatico della Global Company come una vite nel demag»: profitti alti e bassi diritti ai tempi del Covid

L’odissea interinale di una lavoratrice precaria all’Iveco di Torino. Un agone spietato per il posto da “colletto bianco”, «in cui metti in gioco la tua intelligenza, il tuo tempo, il tuo sacrifico e la tua vita, compresa la salute»: peggio di Lulù ne “La classe operaia va in Paradiso”. Un raffinato sfruttamento psicologico, peggiorato con lo smart working

La lettera

di SILVIA MELONI, Inventory planner presso Iveco-Cnh Industrial

Mi sono laureata in Scienze statistiche ed economiche a Roma e da undici anni lavoro a Torino, cinque dei quali passati in Utet, a tempo indeterminato. Una situazione privilegiata con la quale, già impiegata in De Agostini, fui trasferita dalla capitale. La Utet intanto è fallita. E, da quattro anni, lavoro in Cnh Industrial occupandomi di entrambi i Brand: Agce e Iveco, e cioè Construction, Agricolture e Veicoli commerciali. Si chiama “After market solution”, ovvero gestione dei pezzi di ricambio stoccati nei nostri magazzini europei e mondiali: si analizzano le scorte (facendo previsioni sulla domanda e sul rischio di obsolescenza) e si rivendono ai più grandi distributori nazionali e internazionali, fino a raggiungere capillarmente il piccolo rivenditore di zona.  

Ho iniziato da agency, interinale precaria (una condizione che porti anche nell’indirizzo di lavoro), con un primo contrato a sei mesi. Era il 5 dicembre 2016. Tre soli giorni di affiancamento, poi l’8 dicembre, giorno di festa, fui “comandata” a lavorare. Eravamo io e un un altro collega interinale, “assunto” un anno prima di me. Eravamo soli, termosifoni spenti, in un open space deserto, a presidiare le attività di una Global Company che, in queste ricorrenze, sacrifica sempre i più deboli. E i deboli si lasciano sacrificare, come in estate; quando, in occasione della scadenza del contratto, il prolungamento viene subordinato dai Grandi Manager a vincoli come questi: «Yes, but she has to work in summer». Insomma, avrei dovuto lavorare in estate per vedermi prolungato il contratto. Così trovai scritto tre anni fa, in una email indirizzata alla mia responsabile inoltratami per sbaglio, insieme alla bella notizia che avevo «meritato» altri sei mesi in quel posto. 

A lavorare l’ho imparato da sola, nessun corso, nessuna attenzione, solo il grande agone della sfida, della lotta per diventare white collect, un colletto bianco, o permanent, «assunta a tempo indeterminato». In esso metti in gioco la tua intelligenza, il tuo tempo, il tuo sacrifico e la tua vita, compresa la salute. Di rinnovo in rinnovo, sono cresciute le mie responsabilità e il mio carico di lavoro, le “escalation” (termine mutuato dal linguaggio bellico, mai sentito in vita mia in un contesto lavorativo) se non portavi a termine un’analisi «By tonight». Ciò che ha significato, per me, sentirsi costretta a stare in ufficio spesso oltre le 21. Nel frattempo la mia produttività assoluta veniva spremuta, fino al punto di ritrovarmi a fare il lavoro di tre persone, i cosiddetti “vié”, stagisti francesi strapagati che andavano via e non venivano rimpiazzati: si preferiva “redistribuire” il lavoro anziché assumere.  

Questi miei quattro anni in Iveco sono all’insegna non solo di grandi responsabilità ma anche di lavoro ripetitivo alienante e sfiancante, che richiede super velocità, come quella che ci metteva Lulù (Mariangela Melato) ne “La Classe operaia va in Paradiso” di Elio Petri con Gian Maria Volonté. Solo che Lulù ci rimise un dito, io tutta la salute, perché nel frattempo, per fare tutto, per dimostrare di essere brava, ho trascurato visite e controlli. Anche grazie a questo raffinato sfruttamento psicologico, Cnh Industrial e Iveco per anni hanno vantato e ostentato nelle bacheche profitti e utili stratosferici. 

Sono passati in fretta i primi due anni. Poi è subentrato il decreto dignità, sicché Silvia, che lavorava 12 ore al giorno e guadagnava la stima di manager da tutto il mondo e dei suoi responsabili diretti, anziché essere assunta, fu “trasformata” in una sorta di farmaco, nella forma lavorativa dello “staff leasing”. Ovvero: assunzione a tempo indeterminato presso l’agenzia interinale, con somministrazione delle prestazioni in Iveco, senza scadenza, salvo ovviamente crisi economiche o motivi di negligenza. Ed ecco arrivare il Covid, che non ha impattato mai sui ritmi di lavoro, sempre più intensi.  

Da marzo sono in smart working. Ho dovuto lottare perché il lavoro agile fosse consentito anche agli agency poiché in prima istanza era previsto solo per i colletti bianchi. Scrissi una email ad Hr Iveco (le Risorse umane, percepite come Entità astratte), senza ottenere risposta. Appoggiata dalla mia responsabile inglese ma operante a Leplessis, in Francia, abbiamo fatto insieme “escalation”: ottenendo l’estensione dello smart working a tutti gli interinali precari.  

Lavoro da casa dal 10 marzo, sempre connessa con ritmi sempre più intensi. A settembre un crollo di salute. Scopro di avere fibromi, miomi, cisti ovariche. Ho preso quattro permessi di tre ore per biopsia, pap test, colcoscopia. In quattro anni ero stata in mutua non più di tre giorni. Solo allora ho capito quanto sia stupido chiedere di essere riconosciuta da chi sa solo vederti come un numero, un costo. E nulla sa di te, né vuole sapere. Parlo delle Risorse Umane, la più spietata macchina che governa e decide delle vite degli altri secondo freddi algoritmi. 

Una settimana fa ho ricevuto una telefonata dalla mia referente dell’agenzia interinale, Randstad. Stupita che non mi fossi fatta sentire, mi ha comunicato che Iveco aveva deciso di “rottamarmi” al 31/12 causa Covid, ancorché (frase di circostanza, ma tristemente vera) stimatissima da tutti i miei responsabili che nel frattempo si erano succeduti. Ranstad aveva già trovato un’altra collocazione per me. Allerto la mia responsabile in Francia che rimane basita: aveva già ottenuto la mia proroga dalle Risorse umane della Company (quindi un livello superiore a quelli Iveco). 

Insomma, qualcosa si era inceppato nell’ingranaggio della comunicazione tra Globale e Locale: da due settimane Iveco Torino aveva deciso di sbarazzarsi di una risorsa spremuta, sfruttata, però sempre gentile, disponibile, stakanovista, attenta alla gentilezza e alla cortesia. Spesso circondata da colleghi che avevano introiettato la cattiveria, l’egoismo, il carrierismo del loro padrone invisibile, sotto forma di falsa coscienza, insomma “mosche del Capitale”, per dirla con le parole di Volponi.  

L’equivoco ora è stato chiarito. Rimango in Iveco, coi miei fibromi, miomi, con le riunioni a livello globale a cui sono invitata, non come «facoltativa» ma come «obbligata», con le analisi e le attività ripetitive. Con la spada di Damocle della perdita del lavoro che si leva sopra la spada della perdita della salute, in un continuo gioco al massacro. Io, Silvia, pezzo di ricambio che Iveco avrebbe rottamato, perché le Risorse umane nulla sanno di me. Perché nelle Global Company si agisce a comparti stagni. E persino la comunicazione sulla vita e il destino di una persona si perde, come una vite, in un demag, un magazzino automatico. ◆

Silvia Meloni, laureata in Scienze statistiche ed economiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Dal 2003 al 2009 analista marketing presso la sede romana della casa editrice De Agostini e dal 2009 al 2014 responsabile del Database di marketing presso la casa editrice Utet Grandi opere di Torino. Nel 2015 partecipa, come relatrice sul tema della povertà in Italia, al  Convegno sul tema organizzato dal Dipartimento di Medicina, Sanità Pubblica e Scienza della Vita dell’Università de L’Aquila. Dal 2016 è impiegata interinale in qualità di Inventory planner presso Iveco-Cnh Industrial a Torino

About Author

Giornale digitale di informazione e partecipazione attiva