Quando uscì “La sera andavamo in via Veneto” molti si stupirono perché quella era la meta dei grandi avvocati, giuristi, economisti, professori più che giornalisti della cerchia del “Mondo”. Ma fu solo il primo dei numerosi sgarri della carriera di Eugenio scrittore. Non era più l’uomo in Facis di anni prima. Elegante, ben curato. Una barba tendente all’argento. Aveva tentato di farsi strada nel Psi riuscendo eletto a Torino. Si fece sorprendere alla Stazione di Milano in divieto di sosta con patente e bollo scaduti. Pensava di poter essere subito un protagonista ma non sapeva che c’erano un bel po’ di posizioni da scalare. Fu lì, forse, che ebbe l’intuizione di un giornale tutto politico


L’articolo di VITTORIO EMILIANI

Eugenio Scalfari nel 1962 diventa direttore de “L’Espresso” fondato da Arrigo Benedetti nel 1955

«HAI VISTO? BEL AMI»: Michele Tito mi indicò con la testa il giovane vestito Facis montatura d’occhiali d’oro a stanghetta, volto glabro, un po’ seminarile, che era appena uscito dopo aver proposto un pezzo sulla Borsa. Era Eugenio Scalfari. Doveva poi passare per l’inventore dell’Espresso che invece era in tutto e per tutto una creatura del lucchese Arrigo Benedetti che aveva fatto carriera con Mario Pannunzio lucchese di origine meridionale, entrambi promossi e poi bocciati, per la censura fascista, da Leo Longanesi. Infatti quando uscì “La sera andavamo in via Veneto” molti si stupirono perché quella era la meta dei grandi avvocati, giuristi, economisti, professori più che giornalisti della cerchia del “Mondo”. Ma fu solo il primo dei numerosi sgarri della carriera di Eugenio scrittore.

Quando nacque “Repubblica” lui stesso si stupì di aver venduto soltanto 70mila copie. Ma era nato senza sport e senza cronaca e il promo lo prese in blocco dal “Giorno”, afflitto dalla uscita di Italo Pietra e dall’arrivo di Gaetano Afeltra rimasto all’età della pietra, e da cui Eugenio prelevò facilmente Gianni Brera e il suo gruppo, trovandosi in casa uno sport d’avanguardia. Giorgio Bocca era stato fra i primi ad andarsene e Natalia Aspesi sarebbe arrivata dopo il referendum sul divorzio per il quale Afeltra censurò persino il cardinal Pellegrino.

Aveva tentato di farsi strada nel Psi riuscendo a farsi eleggere nel collegio di Torino e Milano, sbarrando il passo a Michele Achilli e irritando il mite Riccardo Lombardi. Pietro Nenni fu indotto ad intervenire e il neo deputato dovette mollare il seggio di Milano

Non era più l’uomo in Facis di anni prima. Elegante, ben curato. Una barba tendente all’argento. Aveva tentato di farsi strada nel Psi riuscendo eletto sia nel collegio Milano-Pavia, dove però escludeva Michele Achilli n. 2 della corrente lombardiana — quindi mettendo in grave imbarazzo noi che l’avevamo votato e fatto votare — e rifiutando il passaggio a Torino, dove pure lo avevano eletto e dove escludeva una candidata senza particolari radici. Ne fece di tutti i colori e Riccardo Lombardi minacciò di dimettersi: «Tanto son lì da una vita e mi sono pure stufato». A questo punto intervenne Nenni e Scalfari dovette mollare. 

Si fece sorprendere alla Stazione di Milano in divieto di sosta con patente e bollo scaduti. Pensava di poter essere subito un protagonista ma non sapeva che c’erano un bel po’ di posizioni da scalare. Fu lì, forse, che ebbe l’intuizione di un giornale tutto politico. Solo che un giornale senza cronaca e senza sport era da 70mila copie al massimo e allora ebbe la destrezza di prendersi in blocco un pezzo del “Giorno” dove con Afeltra erano in rotta nientemeno che Brera, Fossati, Clerici e altre star del ramo. Scalfari aveva fatto l’en plein. Poi con “Repubblica” nacque il grande direttore. © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.

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