Benito lo vidi io una mattina d’estate scendere a piedi per il corso principale di Dovia, fermarsi davanti alla nonna che sferruzzava su una panchina vicino a casa e chinarsi su di lei dandole la mano. Vestiva in borghese una strana mise da ufficiale di una nave da crociera e le chiese come stava: «Sa giv vo Lucrezia?» e lei aveva risposto: «A so vecia. A stag a que». Tornando a casa la sentii poi distintamente mormorare: «Ah, chissà quel matto dove ci porterà a finire!». Eravamo nell’estate del 1942 e le cose in Africa cominciavano a mettersi decisamente male…


Il ricordo di VITTORIO EMILIANI

IN QUESTO INDUBBIO revival mussoliniano mi torna in mente un incontro diretto col Duce al paese comune, Dovia diventata Predappio Nuova dove anch’io ero nato nel dicembre del 1935. Era la prima estate del 1942 e la guerra in Africa stava prendendo una piega a noi per niente favorevole. Io, finita la scuola, ero a Predappio Nuova a casa dello zio Nando Rinaldi già maresciallo dei Carabinieri a cavallo che a Forlì, caricando la folla di un comizio contro la guerra di Libia, aveva dato una piattonata in testa a Pietro Nenni. Roba da spaccargliela se non avesse moderato la botta. 

Sulle scale sentii distintamente mormorare nonna Lucrezia (cugina del padre di Mussolini: «Ah, chissà quel matto dove ci porterà a finire!»)

Ora lo zio Nando in pensione lavorava come cassiere alla filiale del Credito Romagnolo dove anche noi avevamo abitato prima che il babbo segretario comunale venisse trasferito. Prima in Sardegna, a Nuoro probabilmente — visto che non faceva il cortigiano alla  Rachele, alla Rocca delle Caminate —, sbattuto là da Buffarini Guidi uno dei pochi gerarchi che avesse intimità con lei. Dopo una coraggiosa ed esplicita lettera di denuncia di nonna Lucrezia cugina prima del padre del Duce, Alessandro, il fabbro — inviata allo stesso Mussolini (lettera conservata all’Archivio Centrale dello Stato nella corrispondenza privata del Duce e che ha un incipit deciso «tutti in paese dicono che non ha fatto niente di male») —, mio babbo fu trasferito sì ma a Cervia. La lettera di nonna Lucrezia non l’aveva letta nessuno. «Ho fatto solo la terza elementare. Avrò fatto degli errori. Ma capirà». E l’aveva spedita a Roma. Il babbo era stato trasferito in Romagna, col prefetto di Ravenna che, trasecolato, scriveva a quello di Forlì chiedendo spiegazioni.

Benito lo vidi io una mattina d’estate scendere a piedi per il corso principale di Dovia e fermarsi davanti alla nonna Lucrezia che sferruzzava su una panchina vicino a casa e chinarsi su di lei dandole la mano. Vestiva in borghese una strana mise da ufficiale di una nave da crociera e le chiese come stava: «Sa giv vo Lucrezia?» e lei aveva risposto: «A so vecia. A stag a que». Poi lui, salutando cordialmente, se n’era andato col suo seguito di agenti in borghese e lei mi aveva bruscamente richiamato perché la finissi di tentar di salire sui lampioni e prendessi con lei le scale di casa per il pranzo. Sulle scale la sentii distintamente mormorare mormorava: «Ah, chissà quel matto dove ci porterà a finire!». Eravamo nella prima estate del 1942 e le cose in Africa cominciavano a mettersi decisamente male. Aveva visto giusto la Lucrezia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.