La fuga: «Dove andate di bello?». L’incontro tra Elsa Morante, Alberto Moravia e la famiglia Debenedetti

Il racconto di ANTONIO DEBENEDETTI

Era ancora presto. Il cielo del mattino, dopo lo scirocco bagnato da qualche goccia di pioggia calda e pesante del giorno prima, aveva un colore azzurro e fresco. Una volta di più Roma, approfittando di quell’aria allegra e pulita, pareva pronta a concedersi una vacanza dalla storia, a non confondersi col destino di quanti abitavano le sue strade e le sue piazze.

Non passavano automobili, i mezzi pubblici erano spariti. Così, pateticamente vulnerabili in quelle vie deserte, dove era tuttavia possibile imbattersi in improvvisi focolai di guerra civile o in chissà quali altri pericoli, la mamma, papà, Elisa e io ci avviammo a piedi verso la stazione Termini. Ci avevano riferito che qualche treno, carico all’inverosimile di fuggiaschi diretti al Nord, partiva e noi speravamo di poterne approfittare.

Non avevamo fatto che pochi passi quando, per un puro caso che in quel momento dovette apparire sul serio straordinario a Giacomino e Renata, incrociammo Elsa Morante e Alberto Moravia. Gli incontri che ci raggiungono inaspettati da un passato di familiarità, proprio quando la vita sembra essersi sollevata leggera e perfida come un incubo dal letto delle sue più rassicuranti abitudini, possono avere la stessa forza consolante, liberatoria, antica delle lacrime.

A braccetto, Elsa e Alberto scendevano giù per via Veneto deserta. Moravia, a sentire quello che sarebbe stato il racconto di mia madre, era pallido, teso, reattivo come un ragazzo. La Morante si nascondeva invece dietro il suo sorriso enorme, non solo perché aveva una bocca grande e vistosa. C’era, nella piega delle sue labbra, la gioia di essere accanto all’uomo che voleva e il piacere della sfida. Elsa aveva, in comune con le altre donne dalla vita difficile per troppa intelligenza, un gusto spavaldo, maschile e improvviso (come gli adolescenti) del pericolo.

I due scrittori provenivano da Porta Pinciana, dai luoghi che erano stati teatro dell’infanzia di Alberto (via Sgambati è a un passo) e poche ore prima avevano fatto da scenario al coraggio, alla morte nel corso di un’autentica battaglia, di uno scontro militare.

«Come state? Giacomo, lei come sta?».

Il vero saluto, quello più caldo e cordiale lo rivolse Elsa a papà mentre Alberto si limitò a borbottare con impazienza un «Salve», già seccato.

Le cerimonie di saluto fra Elsa e Giacomino posso aggiungere, avendo assistito ad altri loro incontri, tendevano ad escludere gli altri presenti, privilegiando una complicità che affondava le sue radici in qualcosa di notturno, forse un po’ ebraico e soprattutto di intellettuale fino all’insopportabilità, allo scandalo d’un cerebralismo nemico dell’aria, del sole e della vita

Si guardarono, Elsa e papà, come dovessero riprendere e approfondire con festosità tutta loro un vecchio discorso. La mattina del 14 settembre 1943, però, non c’era tempo di dirsi nulla, o quasi. La Morante era mezza ebrea, Moravia era mezzo ebreo, Debenedetti era ebreo del tutto e le truppe del generale Kesselring, insieme con la Gestapo del colonnello Dollmann, si apprestavano a assumere il pieno controllo della Capitale!

Tagliando corto con quella sua voce brusca, che sapeva tuttavia far spazio alle note di una disarmante e infantile curiosità, Moravia non trascurò di chiedere: «Dove andate di bello?».

Una volta saputo che la nostra meta era Cortona, località che conosceva benissimo essendo stato a lungo ospite nella villa di Umberto Morra di Lavriano, Moravia guardò la Morante. I suoi occhi ripetevano, riproponendola, una domanda posta insistentemente da mio padre: «Perché non vi unite a noi?».

Elsa che aveva colto il messaggio di Alberto, con quella sua voce che pareva tuffarsi in continui e smorzati acuti non saprei se sensuali come richiami erotici o imbarazzanti come manifestazioni d’un incontenibile narcisismo, reagì con inattesa determinazione: «Impossibile, devo lavorare al mio romanzo!».

Quel romanzo, di cui la Morante non disse il titolo, era “Menzogna e sortilegio” pubblicato cinque anni dopo. Nemmeno importa aggiungere che, pochissimi giorni più tardi, Elsa Morante e Alberto Moravia sarebbero partiti alla volta di Fondi e avrebbero quindi cercato un nascondiglio in Ciociaria. Rimane, esemplare di Elsa, quella protesta «devo finire il mio romanzo», gettata con irrazionalità di artista, di donna e di poeta in faccia alla storia; in faccia a quella che, la mattina del 14 settembre 1943, si annunciava come una realtà di paura e di morte.

Ci separammo. Il rapido congedo ebbe l’intensità che avevano allora gli arrivederci; le promesse per nulla formali di tornare ad incontrarsi che contenevano senza bisogno di dichiararlo, l’augurio più che mai sentito di eludere i molti pericoli, di farcela, di arrivare sani e salvi a tempi migliori. Elsa poi, nell’attimo di vederci riprendere la strada, raccomandò alla mamma di coprirmi gli occhi con la mano. Più in là c’erano infatti degli spettacoli – ricordo solo un cavallo morto, riverso sull’asfalto e come gonfio nella sua immobilità cadaverica – che un bambino non doveva assolutamente vedere.

«Copri gli occhi di Antonietto» disse proprio Elsa, usando il diminutivo di cui a volte si serviva mio padre.

Queste pagine sono tratte dal bel libro di Antonio Debenedetti, “Giacomino”, pubblicato in una prima edizione da Rizzoli e, di recente, da Bompiani in edizione economica. Di tale gentile concessione si ringrazia l’autore.

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