La luce che squarciò il buio, «mentre il silenzio fasciava la terra, e la notte era a metà del suo corso»

Cristo, squarciando la storia, ha posto l’uomo di fronte al peso della sua dignità. La vera cifra del Natale è un disegno di umanità, il fermo biologico del male che trasforma l’utopia del bene in una concreta speranza. È difficile combattere gli abusi di potere, le diseguaglianze e le ingiustizie. Quello squarcio nella storia è tuttora una ferita sanguinante: il viaggio fino a Betlemme è «molto più lungo di quanto non sia stato per i pastori ai quali bastò abbassarsi sulle orecchie avvampate dalla brace il copricapo di lana, allacciarsi alle gambe i velli di pecora, impugnare il bastone, e scendere, lungo i sentieri profumati di menta, giù per le gole di Giudea. Per noi ci vuole molto di più che una mezzora di strada»


L’articolo di PASQUALE PELLEGRINI

Le foto che illustrano l’articolo sono state scattate da autori diversi, in momenti differenti, a Betlemme, nell’attuale Cisgiordania-West Bank [credit Wisam Hashlamoun/Flash90]

LA LUCE CHE, più di Duemila anni fa, da una anonima stalla di Betlemme ha squarciato il buio della storia, ha irradiato l’umanità di significati, nuovi nel tentativo di rinnovare la profonda dignità dell’uomo e illuminare la speranza alla quale è stato chiamato. «Nella capanna dove Cristo è nato — ha scritto Giovanni Testorila storia dell’uomo ha così congiunto il prima (che fu di attesa) al poi (che è stato di compimento)». Averla tagliata in due la storia, non è stato, quindi, uno sfregio, ma uno squarcio necessario, una soluzione di continuità per non lasciare che gli abusi, le diseguaglianze e le ingiustizie allungassero ancora la loro ombra sull’era nuova del compimento. Ma, si sa, l’ombra è indissolubilmente legata alla luce, l’una tiene l’altra in un gioco di dissolvenze che spingono il disegno d’amore dell’Infinito sul crinale dell’utopia. 

È difficile combattere gli abusi di potere, le diseguaglianze e le ingiustizie. Quello squarcio nella storia è tuttora una ferita sanguinante: il viaggio fino a Betlemme è ancora lungo, “molto più lungo — dice don Tonino — di quanto non sia stato per i pastori ai quali bastò abbassarsi sulle orecchie avvampate dalla brace il copricapo di lana, allacciarsi alle gambe i velli di pecora, impugnare il bastone, e scendere, lungo i sentieri profumati di menta, giù per le gole di Giudea. Per noi ci vuole molto di più che una mezzora di strada. Dobbiamo valicare il pendio di una civiltà che, pur qualificandosi cristiana, stenta a trovare l’antico tratturo che la congiunge alla sua ricchissima sorgente: la capanna povera di Gesù». 

La Basilica della Natività illuminata [credit Hazem Baderhazem Bader/Afp]

Non a caso la povertà è il segno distintivo del Natale. In un tempo in cui il potere era dominio sull’uomo, guadare ai poveri e agli esclusi significava riformulare il senso della storia, ridisegnare le coordinate dell’umanità, riportare l’uomo al centro del mondo. I primi ad accorgersi che qualcosa di importante era accaduto a Betlemme furono i pastori, “considerati impuri dal giudaismo ufficiale di allora — osserva Gianfranco Ravasi — e quindi esclusi dalla vita religiosa pubblica». Quel riconoscimento è il primo tassello di una rivoluzione senza spada e spargimento di sangue. Il mistero che si è compiuto a Betlemme è avvenuto senza clamore, con la stessa ordinarietà della vita del popolo, ha scelto il silenzio come stile di annuncio. «Una cosa mi impressione nei Vangeli in maniera tutta particolare: il silenzio di Cristo», ha scritto David Maria Turoldo. «Il silenzio della notte della sua nascita: “Mentre il silenzio fasciava la terra, e la notte era a metà del suo corso”. Gli angeli, i cieli pieni di canto sono un’altra cosa, non hanno nulla a che fare con questo silenzio. Sono annunci misteriosi, di cui, se non è lecito dubitare, non è altrettanto bene parlare, specialmente come si parla di solito».

In quel silenzio non c’è il vuoto o l’assenza, ma un modo speciale per rendere l’uomo partecipe e protagonista di un progetto più grande. «Occorre sentire la persistenza del suo silenzio come un mutismo deliberato», osserva Mario Pomilio ne ‘Il Quinto evangelio’. «O, più verosimilmente, come una delega permanente della Parola. Spetta ora a noi parlare di lui, e se possibile in nome suo. Lo spazio della nostra libertà è in questa scelta: tra la rassegnazione definitiva al suo silenzio e il bisogno d’infrangerlo colmandolo con la nostra voce. Ma è anche lo spazio della nostra responsabilità nel momento presente, l’indicazione dei compiti che ci spettano ora e qui». «Perché — conferma David Maria Turoldo — Dio non si vede se non ci sono l’uomo e la donna a renderlo visibile con la loro coscienza e con il loro amore». Questa è la forza del Natale. 

Il grande albero di Natale e, sullo sfondo, la Basilica della Natività a Betlemme [credit Ansa]

Cristo, squarciando la storia, ha posto l’uomo di fronte al peso della sua dignità. La vera cifra del Natale è un disegno di umanità, il fermo biologico del male che trasforma l’utopia del bene in una concreta speranza. «La piccola speranza — secondo Charles Peguy — è quella che dice buongiorno al povero e all’orfano… che tutte le mattine si risveglia e si leva e dice la sua preghiera con uno sguardo nuovo… quella piccola promessa di gemma che s’annuncia proprio all’inizio d’aprile». Posto all’inizio dell’inverno, il Natale, dunque, è un incipit di futuro che l’uomo può già declinare con i verbi inediti della speranza; un tempo di silenzio accudito col cuore, come il bimbo nella stalla di Betlemme. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È giornalista esperto in informazione scientifica e scrittore, ha operato nel campo della comunicazione pubblica, collabora con il ‘Corriere del Mezzogiorno’, di cui è pure editorialista, e ‘Città Nuova’. Tra i libri scritti di recente ‘Scienze e spiritualità. La trascendenza tra cultura, ricerca neuroscientifica ed evoluzione’ con Vito Antonio Amodio (Castelvecchi, 2019) e ‘Babbo Natale uno di noi’ (Città nuova, 2020). Nel 2011 si è aggiudicato il Premio Capri-San Michele con il volume ‘Cattolici dal potere al silenzio’ e nel 2014 ha vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica per il giornalismo con una serie di articoli sulle neuroscienze pubblicati da ‘Il nostro tempo’.