I progetti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) prevedono una parte destinata al trasferimento tecnologico, che rappresenta il ponte tra la ricerca, la produzione industriale e i servizi. Questa spinta decisiva verso le collaborazioni e le interazioni tra pubblico e privato, mira a far compiere al nostro paese un salto di qualità nello sviluppo di brevetti e nell’avvio di imprese innovative, molte delle quali, ci si auspica, in rosa


L’analisi di MARIA LODOVICA GULLINO

L’osmosi tra ricerca pubblica e privata dovrebbe favorire e stimolare lo spirito imprenditoriale dei nostri giovani laureati

UNA DELLE FINALITÀ del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) è quello di favorire le interazioni tra ricerca pubblica e privata, cosa non sempre così facile né immediata nel nostro paese, per svariati motivi, alcuni dei quali anche comprensibili. Anzitutto va ricordata la storica diffidenza dei ricercatori verso la ricerca cosiddetta “applicata” che è utile all’industria; molti ricercatori ancora rabbrividiscono all’idea che la ricerca possa essere “problem solving”. In realtà, se si analizzano le ricerche, anche quelle più teoriche, si riesce fortunatamente a scorgerne, anche se a lungo a termine, possibili ricadute pratiche. C’è infatti sempre un legame tra ricerca di base e ricerca applicata industriale. Pensiamo allo sviluppo dei vaccini a mRNA, avvenuto con eccezionale velocità nel momento in cui l’esigenza di affrontare la pandemia da Covid-19 ha stimolato grossi investimenti.

Oggi i progetti che il Pnrr finanzia prevedono una parte consistente destinata al trasferimento tecnologico. Che altro non è che il ponte tra ricerca, produzione industriale e servizi.  Le diverse linee di azione impongono un forte ampliamento dei servizi per le imprese. Non c’è, infatti, nulla di più utile, per ricercatori e imprese, che potere interagire a livello di laboratori aperti dove i ricercatori riescono a mettere i risultati delle loro ricerche al servizio delle aziende. Questi servizi sono utilissimi soprattutto per le piccole imprese che non hanno sufficienti risorse per investire in ricerca, attrezzando propri laboratori. Al tempo stesso, essi sono utilissimi anche per i ricercatori, che possono così “toccare con mano” i problemi delle imprese, contribuendo ad affrontarli e cercando insieme soluzioni.  Veri e propri progetti di ricerca industriale, svolti insieme da enti pubblici e imprese, consentiranno di affrontare tematiche innovative, favorendo anche una utilissima “contaminazione” tra pubblico e privato.

Tra pubblico e privato si viene a creare grazie alla contaminazione un ecosistema già ampiamente sperimentato in altri paesi; si potrebbe generare un effetto molto positivo sulla nostra economia

Aumentare la presenza di dottorandi di ricerca nelle imprese non potrà che favorire il loro inserimento nel mondo produttivo. Sappiamo tutti, infatti, quanto poco apprezzati dal mondo produttivo siano i dottori di ricerca. Spesso le aziende preferiscono rivolgersi, al momento dell’assunzione, a semplici laureati, quasi ignorando la presenza di figure professionali con un percorso di studi più approfondito, preferendo procedere al proprio interno alla loro ulteriore specializzazione. Una partecipazione attiva alle Scuole di Dottorato da parte delle imprese non potrà che favorire una migliore interazione, a tutto vantaggio del futuro delle giovani leve. La vicinanza e l’osmosi tra ricerca pubblica e privata dovrebbe anche favorire e stimolare lo spirito imprenditoriale dei nostri giovani laureati. Buona parte delle risorse, del resto, come già detto, è destinato ai giovani, con molta attenzione alle donne (a cui sono riservati almeno il 40% dei nuovi contratti).

Le imprese dovranno imparare ad apprezzare l’importanza degli investimenti nella ricerca e nella formazione di giovani ricercatori attraverso il meccanismo dei “dottorati industriali”

se ci sarà un buon contributo delle imprese e del sistema finanziario, il nostro paese potrebbe fare un salto di qualità nello sviluppo di brevetti e nell’avvio di imprese innovative, molte delle quali in rosa. Un’ottima opportunità anche per trattenere i nostri talenti che per troppi anni hanno lasciato il nostro paese, vanificando anni e risorse investite nella loro formazione. L’ecosistema che si viene a creare grazie alla contaminazione tra pubblico e privato, già ampiamente sperimentato in altri paesi, potrebbe generare un effetto molto positivo sulla nostra economia. La stretta vicinanza delle imprese al mondo della formazione permetterà anche di rendere curricula spesso lontani dalla realtà più vicini alle reali esigenze del mondo produttivo. L’impresa potrà avvantaggiarsi della vicinanza con il mondo universitario che potrebbe, da questa prossimità, trarre le ragioni per rafforzare quella formazione permanente troppo spesso trascurata nei nostri rigidi ordinamenti didattici, ma molto necessaria per rispondere alle esigenze di un mondo che cambia velocemente. C’è da sperare, infatti, che la contiguità con il mondo operativo permetta al corpo docente, ancora troppo spesso chiuso nei laboratori, di meglio comprendere le esigenze delle imprese.

Nel settore agricolo si è iniziato a considerare l’introduzione di droni, non più come qualcosa di avveniristico, ma necessario per migliorare l’efficienza produttiva delle aziende

Il 2020 è stato un anno di forte cambiamento per tutti. Le imprese si sono messe in gioco per sopravvivere, comprendendo, molto velocemente, come la tecnologia, prima spesso guardata con sospetto, potesse essere di grande aiuto. Questo cambiamento di mentalità è stato fortissimo, per citare un caso, nel settore agricolo, dove si è iniziato a considerare, ad esempio, l’introduzione di droni, non più come qualcosa di avveniristico, ma necessario per migliorare l’efficienza produttiva delle aziende, cosa fondamentale in un momento di crisi.  Gli “Ecosistemi dell’innovazione per la sostenibilità” dovrebbero diventare, se ben progettati ed attuati, luoghi di contaminazione e collaborazione tra Università, Centri di ricerca, società e istituzioni locali aventi come finalità formazione ad alto livello, innovazione e ricerca applicata, definite sulla base delle vocazioni territoriali. Una grande opportunità, soprattutto per le piccole e medie imprese, così diffuse sul nostro territorio.

Le Università e i Centri di ricerca dovranno dimostrare di sapere soddisfare la fame di innovazione delle imprese,trasferendo rapidamente i risultati delle ricerche. Le imprese dovranno, a loro volta, imparare a meglio apprezzare l’importanza degli investimenti nella ricerca e della collaborazione alla formazione di giovani ricercatori attraverso il meccanismo dei “dottorati industriali”. Se riusciremo a utilizzare i fondi del PNRR non con il solito italico metodo della distribuzione a pioggia ma con intelligenza, cercando di affrontare le criticità e a valorizzare le risorse del nostro paese, potremo generare impatti positivi e valore aggiunto sia nel campo della ricerca che dell’economia nazionale.  Uno dei problemi più grossi da affrontare per un paese inghiottito dalla burocrazia sarà la velocità con cui il Pnrr dovrà essere realizzato. E qui si gioca veramente la nostra credibilità a livello europeo. (Terza e ultima parte) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È nata a Saluzzo, origine di cui è molto orgogliosa. Dalla fine degli anni ’70 si occupa di malattie delle colture orto-floro-frutticole all’Università di Torino, dove è ordinario di Patologia vegetale e Vice-Rettore per la valorizzazione del capitale umano e culturale dell’Ateneo. Figlia di imprenditori agricoli e imprenditrice lei stessa, ha vissuto e lavorato per lunghi periodi all’estero. A Torino dirige il Centro di Competenza Agroinnova dell’Università di Torino, da lei fondato nel 2002. È anche giornalista pubblicista. Dopo tanti lavori e libri scientifici, ha voluto cimentarsi con una scrittura più lieve. Ha cominciato con “Spore” (Daniela Piazza Editore, 2014), cui sono seguiti, sempre con lo stesso editore, nel 2015  un libro per ragazzi, “Caccia all’alieno” e, nel , “Valigie: cervelli in viaggio”. Nel 2018 ha pubblicato, con Gabriele Peddes, un libro a fumetti “Angelo, il Dottore dei  Fiori” con Edagricole, Business Media. In occasione dell’Anno Internazionale sulla Salute delle piante ha preparato un altro libro per ragazzi, “Healthy plants, healthy planet” (Fao), tradotto in numerose lingue.

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