Gli incendi devastano il nostro Paese anche a causa delle omissioni delle amministrazioni locali che non iscrivono nel catasto degli incendi le aree colpite e devastate del fuoco. È lo strumento nato per ostacolare gli incendi dolosi con finalità di lucro come l’attività venatoria, agro-pastorale e, peggio ancora, le attività di trasformazione urbanistica. Nel 2020 il 44% dei Comuni non ha presentato richiesta del catasto degli incendi nell’anno in cui 53mila ettari sono andati in fumo: quasi 25mila ettari non hanno ricevuto la tutela prevista dalla legge per inadempienze e “dimenticanze” amministrative. Il prefetto di Pescara Giancarlo Di Vincenzo scrive ai sindaci dei 46 Comuni della provincia; Francesca De Renziis, pm della sezione Ambiente della Procura di Napoli mette sotto accusa la protezione civile della Campania 


L’articolo di LILLI MANDARA

L’incendio alla pineta dannunziana di Pescara dello scorso anno

BASTEREBBE POCO, POCHISSIMO, per combattere i piromani e per cominciare a mettere i bastoni tra le ruote agli speculatori. Basterebbe applicare una norma che prevede l’aggiornamento del catasto degli incendi grazie alla quale vengono imposti divieti, prescrizioni e sanzioni sulle zone boschive e sui pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco. Vincoli, quindi, che possono imporre i Comuni a seconda della gravità degli incendi: vincoli temporali che regolano l’utilizzo dell’area, un vincolo di 15 anni, uno di 10 anni e un ulteriore vincolo di 5 anni. Non solo: sulle aree andate a fuoco sarà vietata per dieci anni la realizzazione di edifici e di strutture e infrastrutture destinate a insediamenti civili e attività produttive. Un deterrente che per produrre i suoi effetti deve passare attraverso uno step che viene bellamente ignorato dalla maggior parte dei sindaci: l’iscrizione di quelle aree nel catasto degli incendi boschivi. I primi a denunciare l’inerzia dei Comuni è stata Europa Verde:In molte regioni il dato del catasto non è aggiornato da anni. Secondo l’Arma dei Carabinieri, solo nel 2020, il 44% dei Comuni non ha presentato la richiesta del catasto degli incendi. Considerando che nello stesso anno 53mila ettari sono andati in fumo nel territorio italiano per via degli incendi, quasi 25mila ettari non hanno ricevuto la tutela che la legge gli avrebbe garantito. Se abbiamo catasti fermi da anni significa che abbiamo centinaia di migliaia di ettari che non sono sotto tutela, e dove paradossalmente è consentita l’attività venatoria, è consentita l’attività di pascolo e, cosa ancor peggiore, sono consentite le attività di trasformazione urbanistica. Gli incendi stanno devastando il nostro Paese ma le amministrazioni non sfruttano strumenti essenziali per la prevenzione e la riforestazione come il catasto degli incendi”.

I resti della pineta dannunziana di Pescara dopo il devastante incendio

Insomma, porte aperte alla speculazione. Talmente tanto aperte che il prefetto di Pescara, Giancarlo Di Vincenzo ha scritto ai sindaci dei 46 Comuni della provincia: in una lettera formulata nel pieno rispetto del galateo istituzionale invita le amministrazioni ad aggiornare il catasto. «Negli ultimi anni ampie porzioni del territorio provinciale sono state interessate da un  numero elevato di incendi boschivi che hanno provocato pericoli per le popolazioni interessate, distruzione di ettari di superfici boscate, anche ricadenti in aree protette nazionali e regionali. Tra le priorità da perseguire, in un’ottica di prevenzione, l’aggiornamento del catasto dei soprassuoli percorsi dal fuoco da parte dei Comuni è emersa come una delle misure di più immediata attuazione per tutelare l’integrità del territorio — quale valore culturale e identitario e risorsa economica di vitale importanza particolarmente per le aree interne —, mediante gli specifici vincoli temporali introdotti dalla legge quadro n. 353/2000 per l’utilizzo delle aree interessate dagli incendi, disciplinate nella loro destinazione futura».

L’efficacia dei vincoli è subordinata al censimento delle aree già percorse dal fuoco, che tramite il catasto i comuni sono chiamati a fare. C’è poco da scherzare, soprattutto a Pescara dopo l’incendio che l’estate scorsa ha distrutto la pineta dannunziana. Anche vaste aree de parco della Maiella sono state divorate dalle fiamme, ettari ed ettari che ricadono nelle aree protette nazionali e regionali, ha ricordato il prefetto. Europa verde, partito nato dall’unione tra la Federazione dei Verdi ed esponenti della società civile e dell’associazionismo ambientalista, ha lanciato anche un altro tipo di allarme: «Nel dossier ricavato principalmente dai dati dell’European Forest Fire Information System del Cnr, si denuncia il rischio desertificazione che interessa l’Italia dopo gli incendi del 2021 in cui sono andati a fuoco 158.000 ettari, una superficie equivalente alle città di Roma, Napoli e Milano insieme» . «A oggi — si legge nel dossier — un quinto del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Il cambiamento climatico, con siccità prolungate alternate a intense precipitazioni e aumento repentino delle temperature, sta letteralmente divorando il territorio, innescando processi come l’erosione delle coste, la diminuzione della sostanza organica dei terreni (anche a seguito di pratiche agricole intensive) e la salinizzazione delle acque».

Una tragica immagine che mostra come un’incendio boschivo possa essere devastante

Una situazione nazionale gravissima, figlia – oltre che della crisi climatica in corso – di «una politica senza scrupoli che, anziché puntare sul controllo e la prevenzione ha semplicemente pensato di ignorare il problema, cancellando una risorsa preziosissima come il Corpo forestale dello Stato e privatizzando de facto la flotta di canadair», ha rincarato la dose Europa verde. Una che questa cosa l’ha capita subito, è Francesca De Renziis,  pm della sezione Ambiente della procura di Napoli che dopo l’estate degli incendi sul Vesuvio nel 2017, ha presentato il conto al dirigente regionale del Servizio generale per la Protezione civile della Regione Campania e al suo predecessore, contestando loro i reati di omissione in atti di ufficio e concorso in incendio colposo. Secondo la pm i due dirigenti avrebbero dovuto attivarsi, scongiurare, prevenire gli incendi che per settimane intere distrussero uno dei paesaggi più incontaminati e affascinanti d’Italia.  Insomma, si chiese la procura, i due alti dirigenti della Regione operarono con la massima diligenza e fecero quanto era nelle loro prerogative per evitare il disastro?

Gli organi della protezione civile regionale avrebbero dovuto attivarsi, ben prima che esplodesse l’emergenza, perché gli strumenti normativi c’erano tutti. Una posizione nuova, coraggiosa, che se applicata, oggi potrebbe far tremare i polsi a tutti i sindaci inadempienti. Perché se manca un catasto e quindi un censimento delle aree colpite dal fuoco, ogni abuso è ancora possibile. E se i sindaci non si daranno una mossa sarà inutile che l’estate piangano davanti alle telecamere e durante le dirette dai roghi. Le loro resterebbero lacrime di coccodrillo© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.