Reinhold Messner ha condannato senza appello l’installazione di pale eoliche in montagna sostenendo, giustamente, che essa è un «patrimonio di tutti» e non va quindi sconciata. Una condanna per la quale va elogiato dopo tante esibizioni pubblicitarie sull’acqua minerale. Purtroppo le pale eoliche sono state e sono un autentico flagello per la nostra dorsale appenninica, soprattutto. Un territorio decisamente fragile aggredito e devastato. Lo stesso che con un’ottima legge sul suolo si sarebbe dovuto proteggere e magari restaurare, ma che Comuni e Regioni si sono affrettati a impoverire di contenuti svuotando le Autorità di Bacino che avevano cominciato a funzionare seriamente secondo i dettami europei

Piena del Tevere a Roma, in prossimità dell’Isola Tiberina

L’articolo di VITTORIO EMILIANI

REINHOLD MESSNER ha condannato senza appello l’installazione di pale eoliche in montagna sostenendo, giustamente, che essa è un “patrimonio di tutti” e non va quindi sconciata. Una condanna per la quale va elogiato  dopo tante esibizioni pubblicitarie sull’acqua minerale. A questo punto poco o nulla ci importa. Ci preme invece questa sua presa di posizione di segno ambientalista perché, venendo da una autorità alpestre come lui, di scalatore himalaiano, va prontamente  raccolta, fatta propria e divulgata

L’Appennino, già scassato dal punto di vista idrogeologico, è stato danneggiato con le carreggiate per il trasporto delle pale e per installarle nelle piazzole sulle dorsali

Purtroppo le pale eoliche sono state e sono un autentico flagello per la nostra dorsale appenninica soprattutto. Installate col beneplacito di ambientalisti compiacenti da Comuni affamati di soldi raggirati da imprese speculative che poi spesso sono finite nelle maglie delle Procure, ma intanto quell’Appennino, già scassato dal punto di vista idrogeologico, era stato ulteriormente danneggiato per tracciarvi le carreggiate per il trasporto in alto delle pale e per installarle sulle loro piazzole devastanti. Per poi vederle il più spesso ferme perché non c’è vento. Una beffa. 

Un territorio decisamente fragile è quindi stato aggredito e devastato. Lo stesso che con un’ottima legge sul suolo si sarebbe dovuto proteggere e magari restaurare, ma che Comuni e Regioni si sono affrettati a impoverire di contenuti svuotando di poteri le Autorità di Bacino che avevano cominciato a funzionare seriamente secondo i dettami europei. Ne ha dato il primo esempio negativo il Comune di Monterotondo approvando subito dopo la legge una lottizzazione proprio nell’ansa alluvionale del Tevere. Bisognava subito stroncare questi esempi circoscritti di malcostume amministrativo, ma le Regioni se ne sono guardate bene e, come altre buone leggi degli anni 70-80, anche questa è stata abbandonata a se stessa

Si sa benissimo, ad esempio, che il Tevere raggiunge Castel Giubileo, cioè Roma, essendosi largamente auto-depurato e che il grande fiume al suo ingresso a Roma è subito avvelenato dai rifiuti, dagli sfasciacarrozze abusivi e dall’immissione dell’Aniene seminato di depuratori guasti da anni e mai sostituiti. Insomma c’è tutto un sistema da registrare. Eppure Roma, in un passato ormai lontano, si era dotata di un sistema di depuratori importante, con alcuni errori di fondo, in un caso di sono mischiate acque bianche e nere di scarico per cui al depuratore arrivavano soltanto acque sporche e non fanghi da depurare. Peggio ancora Milano che per decenni ha avuto un solo depuratore, quello di Nosedo, con l’Olona, fogna a cielo aperto, che scaricava nel Po ogni sorta di liquame. Firenze poi è la sola città importante a non avere un sistema di fognature, ma pozzi neri, e comunque per non ripetere tragedie come l’alluvione del 1966 che invase col fango misto a gasolio la città storica si è costruita la diga di Bilancino che purtroppo ha risolto soltanto in parte quei problemi angosciosi  che l’Arno pone nel tratto urbano. 

Le esondazioni del Seveso alla periferia di Milano sono all’ordine del giorno ad ogni pioggia appena più battente: i terreni sono stati impermeabilizzati con l’asfalto e col cemento

Le alluvioni sono all’ordine del giorno alla periferia di Milano col Seveso che straripa ad ogni pioggia appena più battente. E altrettanto succede nel Veneto. Perché? Perché quei terreni sono stati impermeabilizzati con l’asfalto o col cemento per creare centri commerciali, centrali di smistamento merci, alle cui esigenze si sono ispirate pessime leggi urbanistiche regionali (quella emiliano-romagnola ad esempio) nelle quali l’interesse privato supera di gran lunga quello pubblico. Quanto ci costa questa impermeabilizzazione con le alluvioni ricorrenti?

Non si può andare avanti così. Con una legge sul consumo di suolo che dorme da anni in Parlamento mentre il nostro consumo di suolo (principalmente in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, senza dimenticarci di Roma e del suo Agro ormai fatto a pezzi) galoppa, ben più alto di quello tedesco (legge Merkel) e inglese (legge Blair). Noi per il Po e altri fiumi importanti abbiamo cercato di imitare nel bene l’Authority del Tamigi che ha riunito in sé i poteri di centinaia di enti per riavere un fiume pulito dove era tornato a guizzare il salmone e il porto di Londra è stato trasferito a Tilbury. Ma da noi questa sensibilità ambientale non si è mai radicata nei fatti. E preferiamo pagare in Europa multe su multe anziché attuare le buone leggi che ci siamo dati salvo poi evitare scrupolosamente di attuarle. E pensare che, malgrado gli agenti inquinanti, ci sono ancora pesci e anguille nel Tevere, presenza testimoniata dal volo dei cormorani (i “marangoni” in romanesco) che ancora si scorgono planare sul fiume della Capitale.  

Ripeto: invece di chiacchierare a sproposito di nucleare e di idrogeno da decarbonizzare, cominciamo a fermare il consumo di suolo severamente. È il Bel Paese che va sparendo. Altro che retorica da quattro soldi. Il Bel Paese, come dice Messner per la montagna, è un valore in sé e anche economico, se lo si rispetta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.

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